Regia
Sofia Coppola
Sceneggiatura
Sofia Coppola
Fotografia
Lance Acord
Montaggio
Sarah Flack
Scenografie
Towako Kuwajima, Tomomi Nishio
Interpreti
Bill Murray, Scarlett Johansson
Nazione
USA
Anno
2003
Durata
102 min
Caratteristiche tecniche
35mm-colore
Mercoledì 30 Maggio 2007 00:00
LOST IN TRASLATION: Foto, lettere, riflessioni, dopo il weekend antropologico di novembre 2007
Di Bruno Castellacci, Antonella Sini
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Consigliato a tutte le persone sensibili che sanno cosa vuol dire aspettare nel trovare la persona che ci salverà, in un momento nel quale ci stiamo perdendo.
Borgo di Tragliata maggio 2007
Avoa e CinemAvvenire organizzano un Week-end antropologico e di Sophia-Art dal titolo: la costruzione di un’amicizia,
come passaggio dallo smarrimento al senso e al valore della vita.
Conducono: Massimo Calanca, Luciana Margani, Giuliana Montesanto, Sandro Papi.

Ore 15.00 - Iscrizione al laboratorio e assegnazione delle stanze
Ore 15.30 - Proiezione del film
Ore 18.00 - Dibattito antropologico
Ore 20.00 - Cena
Ore 22.00 - Caro amico ti scrivo: Alcune lettere scritte dai partecipanti.




Domenica: Ore 9,00

HANNO SCRITTO DI LOST IN TRANSLATION
La frase da cui è tratto il titolo fa parte di una poesia di David Frost che dice testualmente: poetry is what gets lost in translation (la poesia è ciò che si perde nella traduzione). Questo è uno dei significati del film di Sofia Coppola: la perdita non solo della poesia, ma più in generale dei sentimenti, nella traduzione o forse soltanto nello svolgersi della storia. Ma nel film non si parla solo di perdita, in maniera consistente anche di acquisizione, di scoperta, di conoscenza. Bob e Charlotte americani, si trovano in una città alla parte opposta del mondo: Tokyo. Se la vita fosse una circonferenza, loro sarebbero nel punto più distante da quello di partenza. Forse per questo motivo entrambi non si sono mai sentiti così smarriti, così soli, così vuoti, così distanti dalla felicità.
Sono persi nella difficoltà di tradurre ciò che prova il loro cuore. Riusciranno uno assieme all’altro a ritrovare il piacere per la vita. A ritrovare la strada. Separandosi nascerà sui loro volti un sorriso che mancava da tanto tempo. Allora sarà chiaro cosa intendeva
quell’ometto giapponese, nella sala d’attesa dell’ospedale, tracciando col dito una circonferenza: che la felicità si nasconde dietro l’angolo ma spesso è molto difficile da vedere, ed occorre fare tanta strada per trovarla; che per comprendere gli altri e
ciò che ci circonda occorre prima capire chi siamo noi stessi, e cosa vogliamo; che, a volte, bisogna andare dall’altra parte del mondo per riuscire a chiudere il cerchio. Due persone così non possono che trovarsi a condividere il tempo che gli resta insieme, almeno per non sentirsi come due isole nell’oceano. La prima parte del film, caratterizzata da immagini di silenziosi corridoi d’albergo e dal sereno ronzio della tecnologia perfetta e inumana dei fax, degli ascensori e dei neon, riflette la triste rassegnazione dei protagonisti a un mondo cui non sentono di appartenere. Ma come recita il sottotitolo inglese al film, ”everybody wants to be found” (tutti vogliono essere trovati) e così l’incontro tra i due farà capire loro che anche se ci sentiamo spesso sbagliati, o inadeguati, o soli, da qualche parte c’è qualcuno disposto a prendersi cura delle nostre ferite esistenziali, qualcuno capace di farci sorridere e di commuoverci, qualcuno in grado di capire esattamente di cosa abbiamo paura e che non
c’è niente di male, a volte, ad essere spaventati. La cauta intimità che viene man mano crescendo tra i due protagonisti, il sollievo del riconoscersi e del lasciarsi andare a come si è, invece di essere sempre costretti a “tradurre” la propria individualità per ilmondo che ci circonda. Il film ci racconta la tristezza del sentirsi stranieri, isolati, incompresi, ma anche incapaci di comprendere. Prendendo come spunto l’apparente insensatezza della cultura giapponese, con le sue luccicanti sale giochi, i suoi telefonini di ultimissima generazione, le ossessioni verso i miti occidentali demodé, ma anche la delicata ed eterea spiritualità dei giardini e dei luoghidi culto. Ha il sapore di un viaggio, di una parentesi che nasce come un disagio, ma poi rimane come qualcosa
di indimenticabile. Le parole dei due protagonisti, i sussurri, fanno parte di un mondo magico che è solo loro. Più che amore tradotto dunque un amore sognato, quello che proprio perché incompiuto, proprio perché fugace e bellissimo, non troverà mai una realizzazione e perciò non morirà mai. Un metafora sulla vita, sul senso di smarrimento che tutti noi proviamo o abbiamo provato e il sapere che qualcuno ci capisce e vive il nostro senso di vuoto.
Tra i due nasce un’amicizia curiosa, un bizzarro rapporto di complicità che serve soprattutto a colmare la solitudine e per confrontarsi e sforzarsi di capire in che direzione sta andando (o dovrebbe andare la loro vita). Dopo averlo visto resta soprattutto l’atmosfera straniata, il senso di solitudine e la sensazione di un’amicizia impossibile eppure così intima.
Nel film la capacità di analisi della società, degli umori dei protagonisti, così lontani come status ed indole e così vicini invece, per umori e dubbi che travalicano età e sesso. Ripetità di gesti e parole apparentemente banali che scavano solchi di nostalgia fluttuante, destinata a condensarsi in larghi strati ed a rimaterializzarsi nel rigirarsi in letti sfatti pregni d’insonnia (emblematica
l’immagine d’apertura ispirata dal pittore John Kacere). La storia tra i due inizia come un rapporto potenzialmente sessuale, ma che lentamente si desessualizza, non per differenze intergenerazionali, ma per raggiungere un differente livello di conoscenza di se stesso e con gli altri. O forse come direbbe Freud la sublimazione porta alla nascita delle culture. Il sesso è accantonato, si ha voglia solo di sentirsi vicini, di avvertire accanto a se la presenza dell’altro, il tepore in cui trovare un rifugio per potersi esprimere liberamente senza sentirsi giudicati. Chi guarda ha il tempo di pensare alla propria solitudine,
alla incomunicabilità, allo strania mento che ci prende ogni volta che abbiamo il tempo di riflettere sulle nostre inquietudini.
L’argomento è ciò che succede quando si getta la maschera e si vive del proprio io, incontrando un’altra persona per ciò che essa veramente è, presentando noi stessi per chi veramente siamo. Nell’ultima scena in cui Bob parla nell’orecchio di Charlotte le parole non sono avvertibili e quello che passa tra i due protagonisti è un abbraccio carico di tenerezza. Non sarà la conferma che in tutto il film il significato non è immediatamente percepibile e il rapporto tra i due è di tipo genitoriale e ciò che rende calda e viva la relazione non sono i contenuti dei discorsi, ma l’affetto e l’abbraccio (empatia...empatia...)
Consigliato a tutte le persone sensibili che sanno cosa vuol dire aspettare nel trovare la persona che ci salverà, in un momento nel quale ci stiamo perdendo.
RIFLESSIONI SUL WEEKEND
Ho pensato subito che nonostante tutto il lavoro su di me e tutta l’esperienza accumulata in anni di gruppi, il “grande” gruppo ancora mi spaventa, mi vivo quel cerchio in modo ambivalente: da una parte il piacere nel sentire tante persone aperte e disponibili al dialogo e alla crescita e dall’altra la mia impossibilità a percepirmi come una parte dell’insieme e vivermi l’accoglienza. Non mi fido, mi sento in allerta. Sono arrivata stanca e troppo piena di tante cose che dentro di me erano nel caos, non disposta a farmi muovere molto emotivamente, poi Il film mi ha rasserenato con quel caos, lo stesso dei personaggi. Ho pensato alla reale comunicazione e all’intimità, alla semplicità di questi atti così difficili da vivere. Alla possibilità d’incontro come una rarità da ricercare. Sorpresa Mi sono sorpresa a scrivere la “lettera all’amico” al mio compagno con il quale convivo da 16 anni. Piacevolmente sorpresa nel verificare che nonostante tutte le difficoltà nell’incontrarsi veramente nella vita di tutti i giorni, io riconosco l’entità del nostro legame. Un legame forte, fatto d’amore e fiducia, dove posso essere pienamente me e dove mi sento accolta. Ho scritto a lui, il mio miglior amico, ringraziandolo perché con la sua diversità mi costringe spesso ad un’impotenza che ora identifico come luogo fecondo per me, dove scopro che la resa non fa morire ma dona altre possibilità. Gli ho chiesto di aiutarmi nel proposito di investire molta più energia nella nostra relazione per imparare un modo più autentico dello
stare insieme. Ho riflettuto sull’ascolto, sulla capacità di creare degli spazi per stare, come è complicato comunicare realmente,
come io, proprio io, sento tanta difficoltà a incontrare l’altro. Ho compreso come le mie scelte di vita, anche se dettate da sane motivazioni, mi portano a svalutare o considerare come accessori questi spazi e queste zone di comunicazione che invece sono fondamentali e danno senso alla vita.
Emozioni. Mi sono emozionata nell’incontrare gli altri fisicamente uno per uno, mi è rimasto dentro l’abbraccio con Pascal e la tenerezza di Linda. Vincenzo mi ha dato da leggere le sue poesie, con molta naturalezza mi ha scelta e mi ha donato l’accesso nella sua parte intima. È una tra le cose più belle che mi sia accaduta, mi sono
sentita grata, lusingata, piena di riconoscenza e anche impossibilitata a descrivere il volume del mio sentimento, invidiosa di quella naturalezza nel donarsi.
Progetti. Allenarmi ad ampliare la possibilità di contenere con amore gli altri, i tanti. Imparare ad affidarmi anche nella paura e a prendere spazio nella condivisione. Provare a mettere in pratica il consiglio di Luciana: “intanto prova a viverti e godere la simbiosi”. Ampliare il più possibile spazi di comunicazione e ascolto nella relazione d’amore.
Cose impreviste. Dopo il week-end mi hanno chiamato due amiche care che non sentivo da molto tempo. Ho mandato un sms e si è riaperto il dialogo con un amico perduto che ho sempre tenuto nel cuore, orausciremo insieme per raccontarci di noi.
PROGETTO E FOTO
Bruno Castellacci
RIFLESSIONI SUL WEEKEND
Antonella Sini
COMMENTI, LETTERE, IDEE:
Mario Angeli
Paola Cannizzaro
Teresa Catarci
Giustino Costantini
Daniele Fabrizi
Paola Maccioni
Antonia Melchiorre
Paolo Patarca


