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Regia

Kathryn Bigelow

Sceneggiatura

Mark Boal

Fotografia

Barry Ackroyd

Montaggio

Chris Innis, Bob Murawski

Scenografie

Karl Júlíusson

Musiche

Marco Beltrami

Interpreti

Jeremy Renner, Anthony Mackie, Brian Geraghty, Guy Pearce, Ralph Fiennes, David Morse, Christian Camargo, Suhail Aldabbach

Produzione

First Light Production, Kingsgate Films

 

Nazione

USA

Anno

2008

Durata

131 min.

Caratteristiche tecniche

Super 16 - 35mm - Colore - Dolby Digital/DTS

Martedì 09 Settembre 2008 16:22

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The Hurt Locker

Where is my mind?

immagine

Un war-movie ruspante sulla follia di chi va a combattere.

Si paragona sovente la guerra in Iraq al Vietnam e l’analogia si regge soprattutto sull’aggettivazione di “sporca”. A differenza però del conflitto vietnamita, nel caso dell’Iraq i civili americani non hanno tardato molto a comprendere quanto esso poggiasse su presupposti pretestuosi e si stesse dunque trasformando rapidamente in un inutile massacro. Mentre poi i film sul Vietnam tardarono ad arrivare (anche perché le majors volevano essere certe di interpretare al meglio l’opinione pubblica sul conflitto), nel caso del conflitto iracheno le pellicole statunitensi sono sbocciate rapidamente e continuano a riflettere alacremente, forse più e meglio di quanto non facciano i mezzi d’informazione, su quanto accade in Medio Oriente e su come venga recepito in patria. Soltanto nell’ultima stagione, e con stili assai differenti, il sottovalutato The Kingdom, l’impeccabile In the Valley of Elah, l’“indie” Grace is Gone e Redacted, l’ultimo capolavoro di Brian De Palma, hanno portato sul grande schermo (e nel caso di Redacted, purtroppo, in Italia, soltanto sul piccolo) la guerra in Iraq nelle sue molteplici implicazioni.
È ora il turno di Kathryn Bigelow, che ci offre il suo punto di vista, dolente e disilluso, sui danni irreparabili che un conflitto “sbagliato” può provocare nelle menti di chi combatte. The Hurt Locker, in Concorso a Venezia 2008, si apre infatti con una didascalia semplice ed essenziale che ci avverte di un pericoloso, ulteriore effetto collaterale: la guerra è una droga e in quanto tale provoca assuefazione.
Il nostro “tossicodipendente” si chiama William James (Jeremy Renner) e di professione fa lo sminatore. Incastonato in una tuta da palombaro che dovrebbe proteggerlo dagli effetti di un’esplosione, William è l’uomo di punta di una squadra composta di soli tre uomini: a lui spetta avvicinarsi fisicamente all’ordigno e scollegare l’innesco, mentre i compagni gli coprono le spalle e monitorano la situazione. Ben presto però l’assuefazione alla paura e dunque all’adrenalina che essa produce, spinge William a mettere a rischio la sua vita e quella dei compagni, che lo temono al punto da desiderarne la morte.
The Hurt Locker segna il grande ritorno di quella che è, finora, l’unica regista hollywoodiana di un cinema maschio e ruspante, saturo di possenti scene d’azione, ma anche in grado di esplorare debolezze e complessità dell’eroe di turno.
La soggettiva, figura linguistica prediletta dall’autrice e da lei sviscerata in ogni suo aspetto, sia visivo che teorico, in Strange Days, è qui il nostro veicolo d’ingresso sul terreno di guerra. Le prime immagini che vediamo sono infatti quelle traballanti registrate da un robot-sminatore, assai più goffo e impreciso del suo corrispettivo umano. L’antica ma sempre valida contrapposizione tra la tecnologia e l’essere umano, alla base di tanto cinema d’azione come anche di fantascienza, si rivela qui quanto mai pregnante. Lo sminatore, infatti, riesce a compiere al meglio il proprio lavoro soltanto quando si libera di tutti gli orpelli tecnologici e affronta “il nemico” (la bomba) a mani nude. D’altronde, come ben esemplificato dal prologo del film, le procedure di sicurezza in caso di esplosione sono del tutto inutili e poi, soprattutto, che senso ha parlare di sicurezza nel corso di un conflitto? Questo è dunque uno dei temi al centro del film, forse un po’ meno esplicito rispetto all’equazione che accosta la guerra a una droga, ma di certo più innovativo, meno sfruttato.
In passato, infatti, capolavori del calibro di Apocalypse Now, Full Metal Jacket e Il cacciatore avevano già sdoganato tutte le follie e le ossessioni che la guerra lascia pullulare nella mente di un soldato. È poi proprio al film di Michael Cimino che ci viene da pensare verso l’epilogo di The Hurt Locker, quando la Bigelow inscena un inquietante ritorno a casa del protagonista con tanto di visita al supermercato, utile a segnalarci l’impossibile rientro del reduce nella società civile.
Molte sono le argomentazioni che la regista inserisce tra le pieghe del racconto, alcune però vengono lasciate sulla superficie, senza andare troppo a fondo, quasi fossero degli spunti di riflessione rilanciati all’elaborazione dello spettatore. Pensiamo per esempio al tema della paternità che fa capolino verso la fine, ma senza essere stato introdotto prima né prevedere alcuno sviluppo.
La scena notturna che segnala la palese ossessione per l’azione del nostro protagonista pare inoltre leggermente irrisolta. In ogni caso, in The Hurt Locker la suspense è calibrata al millesimo di secondo, il cast impeccabile e almeno un paio di scene lasciano davvero di stucco. Pensiamo soprattutto a quella che riguarda l’autobomba da disinnescare, che prevede molteplici piani di azione e differenti sguardi puntati sull’evento, ma anche all’incontro con i soldati inglesi (tra loro c’è anche Ralph Fiennes) e al conseguente scontro con i cecchini asserragliati in una casa, forse la migliore resa spazio-temporale mai vista al cinema di una sparatoria fatta a grande distanza.
Salutiamo dunque con entusiasmo il ritorno della Bigelow, a ben sei anni di distanza dall’irrisolto e prolisso K-19, e attendiamo con trepidazione la sua prossima prova registica, augurandoci che stavolta non ci lasci attendere a lungo.

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