Lunedì 14 Settembre 2009 11:26
VENEZIA 2009: Quota periscopio
Di Sergio Di Lino

Bilancio della 66ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.
Se questa volta il lavoro di Marco Müller e della sua commissione di selezionatori è stato quasi impeccabile, al di là di un pugno di scelte infelici che fra decine di titoli ci stanno ampiamente, della 66ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia resterà scolpito nella memoria soprattutto il verdetto: quello della Giuria presieduta da Ang Lee, che si è colorata di inattesi quanto involontari sottotesti "politici"; il paradosso, però, è che tali implicazioni sembrano essere dovute più alla dabbenaggine dei giurati piuttosto che a decisioni oculatamente ponderate. Un tempo avremmo salutato con estremo favore il fatto che, in una congerie di maestri, venerabili e presunti vati del nuovo o del nuovissimo cinema, si andasse a premiare il coraggio e l'intraprendenza di un esordiente, e su un piano strettamente cinematografico Lebanon di Samuel Maoz aveva delle buone carte da giocarsi in ottica Leone d'Oro. Tuttavia, i significati che assume questo premio si riverberano su riflessioni che investono un raggio di significati molto più ampio, per quanto non adeguatamente considerato.
Lebanon è in un certo senso il culmine di una progressione che parte da più lontano di quanto si pensi. Che prende le mosse da un mood che cova in seno, più o meno sotterraneamente, a una certa frangia di cinema israeliano che tenta di problematizzare a modo suo i rimossi e la cattiva coscienza di una nazione. Al centro delle riflessioni e delle suggestioni di un nutrito schieramento di intellettuali di Tel Aviv e dintorni - dei quali solo una piccola parte si occupa di cinema, mentre la maggioranza "agisce" in ambito letterario - c'è la guerra, suprema scaturigine di sensi di colpa nonché, a quanto abbiamo avuto modo di vedere, di curiose "amnesie"... E anche per il cinema israeliano sembra giunto il momento di ripensare al passato con lo sguardo contrito e il groppo alla gola, prendendo come assioma centrale delle proprie riflessioni il riconscimento dell'iniquità di ogni tipo di conflitto armato. In realtà, però, la problematicità di questi film si rivela puramente ipotetica dal momento che,
generalmente, i top players del cinema israeliano engagé e supposto "pacifista" di punto di vista ne assumono uno e uno solo, mostrandoci più il rimorso dei vincitori che il dolore dei vinti (che è cosa ben diversa dal sangue degli stessi: quello c'è sempre, ottimo e abbondante, che un po' di colore rosso sullo schermo, godardianamente parlando, fa sempre la sua figura). E tuttavia, malgrado una tale palese parzialità, queste pellicole non solo vengono invitate nei maggiori festival cinematografici internazionali - cosa di per sé non deprecabile -, ma vengono applaudite e premiate con un'adesione quasi plebiscitaria che sconcerta. Si era partiti con Beaufort di Joseph Cedar, Orso d'Argento nel 2007 alla 57ª Berlinale, con la descrizione di un assedio invisbile "subito" da un plotone di giovani militari israeliani chiamati a presidiare un fortino in territorio libanese, nell'anno 2000 del ritiro delle truppe di Tel Aviv dal sud del paese; si era proseguiti con il "caso" Waltz with Bashir di Ari Folman, che come il suo protagonista annegava i propri sensi di colpa in un oblio dal taglio molto opportunisticamente "psicanalitico" (della serie: ma che colpa ne ho se non mi ricordo niente di quello che facevo lontano da casa con un fucile carico in braccio?), e che aveva mancato gli appuntamenti con Cannes e con gli Oscar - pur andandoci molto vicino -, ma aveva fatto incetta di applausi, premi e recensioni positive praticamente in tutto il mondo; e si arriva infine al film di Samuel Maoz, che nella sua "purezza" teatrale getta finalmente la maschera rispetto al modo in cui da Israele si osservano i gangli più delicati della propria Storia. Quella di uno sguardo "ingabbiato" nei ristretti confini di un periscopio è una metafora tanto potente quanto priva di sfumature, non la si può equivocare né giustificare; e il fatto che sia Folman che Maoz siano degli ex-soldati e che abbiano messo nei loro film una larga parte dei loro ricordi costituisce un ulteriore elemento di significazione. Anche facendo atto di pentimento, il cinema israeliano non riesce mai a stabilire una reale dialettica con la controparte, e non può fare altro che rappresentare la scoperta dell'orrore della guerra da parte dei soldato israeliano, l'unico legittimato, in queste pellicole, a piangere, gemere, invocare la mamma, gridare al cielo che non vuole morire e garantirsi così un posto in Paradiso malgrado le mani insaguinate di sangue altrui. E gli altri? Figurine bidimensionali, semplici comparse nella vita dei nostri eroi, attanti la cui unica funzione drammaturgica è provocare la contrizione dei giovani soldati. Come le prime vittime di Lebanon, trucidate per strada o nelle loro abitazioni: osserviamo una donna, completamente nuda, aggirarsi fuori dal cumulo di macerie che fino a un attimo prima era la sua casa, sbriciolata da una cannonata, mentre chiede di suo marito e sua figlia, fino a quando non raccoglie un lenzuolo da un cumulo di vestigia domestiche e si copre. Stop. Torniamo dentro l'abitacolo del carro armato per osservare i volti tremebondi del pilota e del cannoniere sui quali si dipingono le prime tracce del proverbiale "orrore della guerra". Tutti i film israeliani premiati e applauditi nei festival internazionali condividono con Lebanon questo curioso sguardo perimetrato, ottuso e occluso, affondato in una scatola nera di metallo, che affiora sul reale a quota periscopio per osservarne delle piccole porzioni senza mai abbracciarne la totalità; mentre, per contro, film più "problematici" e dialettici prodotti in Israele - si pensi a The Bubble di Eytan Fox, Free Zone di Amos Gitai, Lemon Tree di Eran Riklis - vengono liquidati con generica benevolenza e altrettanto generiche accuse di ecumenismo o di "leggerezza". Nel corso della conferenza stampa di commento alla premiazione veneziana, una giornalista libanese ha incalzato Samuel Maoz accusandolo chiaramente di propaganda filoisraeliana per via di una scena di tortura da parte di soldati libanesi ai danni dei dirimpettai israeliani: il regista non ha saputo difendersi se non dietro un pietoso/pietistico "My dear, I was there, that's waht I saw", per poi farsi "soccorrere" dal produttore del film.
Questa è la morale dei film che si ama premiare nei festival, anche a Venezia a quanto pare. Almeno da quest'ultima edizione. Un'edizione che ha dovuto raccogliere un'eredità pesante, quella della 65ª Mostra, forse la più "sbagliata" della gestione Müller (ma non per colpa del Direttore, eccezion fatta per la collocazione di matrice un po' situazionista di molti titoli della Selezione Ufficiale). E che, viceversa, ha rappresentato un mezzo capolavoro del Direttore italo-svizzero e del suo staff, i quali, fra spazi e strutture dimezzate - il cantiere del nuovo Palazzo del Cinema ha "soffocato" i luoghi di maggiori accesso e stanzialità della Mostra -, qualche disfunzione tecnica di troppo (i famigerati nuovi proiettori DCP hanno creato intoppi a non finire, con ritardi e sospensioni di proiezioni quasi un giorno su due: in una di queste, The Men Who Stare at Goats in Sala Grande, è intervenuto George Clooney a intrattenere il pubblico spazientito) e l'ormai consolidata entropia di presenze a dispetto dello spostamento in avanti del Festival di Toronto (ma comunque sono stati scongiurati i "pedici" del 2008, soprattutto nella seconda parte della kermesse, mentre nei primi giorni il panorama era persino più desolante di dodici mesi fa), sono riusciti a proporre una Selezione Ufficiale complessivamente di grande livello - simile, per qualità media, a quella del 2005, fino a ieri la migliore, per esiti artistici, della lunga reggenza mülleriana -, con alcuni "esperimenti" tanto arditi quanto riusciti (le opere "impari" presenti in Concorso, dall'horror romeriano al difficile "film da festival" cingalese che ha fatto scappare in massa i giornalisti) ed efficaci operazioni di recupero come la finestra tricolore di Controcampo Italiano, che ha ospitato una selezione di opere - riuscite o meno, poco importa in questa sede - eccentriche e "altre", anche e soprattutto dal punto di vista produttivo, dei formati, del genere, del modo di rapportarsi con il pubblico: una selezione poco italiana nella sua italianità, che a differenza delle opere in Concorso (compreso il troppo osannato La doppia ora) dimostra che anche in questo paese un cinema diverso è possibile. Meno male.
Proprio per questo, però - e stavolta è l'unico appunto che è possibile sollevare nei confronti della Direzione della Mostra -, forse sarebbe occorsa una maggiore attenzione nella scelta di una Giuria più consapevole delle implicazioni che un verdetto colorato di una certa tinta poteva comportare: una selezione bella ma impegnativa come quella di questo Concorso, la richiedeva quasi d'ufficio. Sarebbe servita una riedizione di quella giuria di Cannes 2008, presieduta - non a caso - da Sean Penn e capace di separare il grano dal loglio, di lasciare cioè Waltz with Bashir a cuocere nel brodo delle sue agnizioni di coscienza per premiare un film come Entre les murs di Laurent Cantet, che postulava un reale contatto (oltre che un indispensabile "confronto") con l'altro, senza indulgenze né carinerie, ma anche senza colpevoli omissioni. E invece... Difficile aspettarsi una reale coscienza del presente da parte di un cineasta così indissolubilmente legato al passato, prossimo o remoto che sia, come Ang Lee (come ha dimostrato la triste e vagamente lobotomica conferenza stampa post-premiazione, in cui il Presidente ha magnificamente "non spiegato" il senso dei premi assegnati), o da un'attrice come Sandrine Bonnaire, donna di buona cultura e di
buonissime letture, che magari tiene sul comodino le Mémoires di Simone De Beauvoir, che sa declamare per intero un complesso monologo di Racine ed è in grado di snocciolare dozzine di citazioni dalla Recherche, ma che non si è mai distinta particolarmente per una spiccata consapevolezza delle cose del mondo; alla fine, posto che nessuno all'infuori dei diretti interessati conosce con esattezza le cognizioni sociopolitiche di Sergej Bodrov o Anurag Kashyap, i più affidabili da questo punto di vista erano in teoria proprio i vituperati italiani: Liliana Cavani e Luciano Ligabue; ma data l'eccentricità di quest'ultimo rispetto al mondo del cinema, quanto avrà realmente pesato il suo parere? Quanto avrà inciso nel computo delle decisioni di una Giuria che sembra, con il senno di poi, concepita per guardare le cose da un periscopio ugualmente ristretto ed esclusivizzante come quello con cui Samuel Maoz guarda alla guerra? Certo, se poi anche coloro che dovrebbero fare una giusta ed equilibrata informazione si allineano all'ecumenismo un po' stucchevole di certi verdetti, con argomentazioni, peraltro, spesso risibili (come Roberto Pugliese sul «Gazzettino», che ha scagionato i realizzatori di Lebanon ricordando al mondo come i quattro attori protagonisti siano stati aspramente criticati dalla sinistra laburista del loro paese in quanto disposti a indossare le mimetiche sullo schermo mentre nella realtà hanno tutti disertato il servizio di leva - ma cosa c'entra? -, o come Claudia Morgoglione che dalle pagine di «Repubblica» battezza il verdetto della Giuria come "scelta forte e in un certo senso militante"...), non abbiamo molte speranze di vedere la "testa di ponte" di un evento complesso e problematico come la Mostra, vale a dire il suo Concorso principale, letta, analizzata, sviscerata e infine giudicata da una prospettiva equa e non compromessa. In un contesto così compiacente, è dunque facile perpetrare dei clamorosi equivoci cognitivi e percettivi: come quello che ha visto la videoartista iraniana Shirin Neshat fregiarsi del "secondo premio" della competizione fra gli applausi convinti della critica con il suo Women Without Men. Rimane un mistero come una donna che da venti anni vive da esule negli Stati Uniti e da allora non ha mai più messo piede nel proprio paese, possa comporre una analisi efficace della
condizione femminile iraniana ricorrendo peraltro alla facile metafora storica (peraltro la signora Neshat è nata nel 1962, e dunque anche il 1953 della restaurazione dello Shah, anno in cui è ambientato Women Without Men, è per lei un periodo esperito unicamente attraverso libri e cronache d'epoca, nella migliore delle ipotesi), ma neanche questo sembra essere stato un problema per l'oziosa Giuria di Venezia 66.
E allora, se gli uomini sulla plancia di comando si addormentano e omettono di esercitare quella necessaria "vigilanza" critica sulle cose che passano sullo schermo, al di sotto di loro è possibile di tutto. Persino che una delle edizioni più belle e ricche di Venezia venga sviscerata sulle pagine dei giornali più autorevoli quasi esclusivamente in virtù di paratesti che farebbero arrossire di vergogna il più bieco dei tabloids, con le "passerelle abusive" di Patrizia D'Addario e Noemi Letizia a occupare - anch'esse "militarmente" - le copertine, insieme a una compagnia di giro che vedeva impegnati il Cardinale Milingo, un Carlo Rossella in vena di importune melodie ("Meno male che Silvio c'è", pare sia scappato dalla sua ugola al cospetto di un microfono compiacente), e un frastornato Hugo Chávez. Paratesti del livello di quello che ha visto coinvolto Michele Placido, dapprima per il battibecco riguardo la sua coerenza politica dal momento che fa un film sul Sessantotto con la produzione di Berlusconi (almeno stavolta non potrà dare la colpa ai giornalisti italiani, dato che a stuzzicarlo è stato un cronista d'agenzia tedesco), quindi per la polemica a distanza con Brunetta con tanto di annuncio pubblico di querela (ma da quando in qua le querele si annunciano tramite lettera aperta ai giornali?), giunta nel momento migliore per riequilibrare il dibattito e ripristinare le apparenze di integrità circa la militanza a sinistra dell'attore e regista pugliese. È possibile che un luogo deputato alla celebrazione della cultura si trovi obbligato per l'ennesima volta a genuflettersi al cospetto dei diktat dei grossi potentati produttivi distributivi italiani, che non solo impongono i loro "pezzi pregiati" in Concorso, ma ne reclamano a gran voce una legittimazione artistica attraverso l'assegnazione di premi ad hoc, o quasi. Solo così, e con l'impossibilità di conferire a Baarìa di Tornatore uno dei premi maggiori causa "manifesta inferiorità", si spiegano i premi attoriali assegnati a due interpreti della scuderia Medusa, la Ksenia Rappoport del modesto La doppia ora premiata con la Coppa Volpi - con buona pace della magnifica Sylvie Testud di Lourdes, pellicola e attrice sacrificate sull'altare delle "ragioni di stato" e completamente ignorate dal palmarès - e la "non emergente" Jasmine Trinca, otto anni di onorata carriera e una Palma d'Oro alle spalle, insignita del Premio Mastroianni per Il grande sogno.
Insomma, in una Mostra che ha dato a organizzatori e spettatori più di un motivo per tornare a casa soddisfatti - cosa che non succedeva da diverse edizioni -, sono stati degli inopportuni "agenti esterni" a destabilizzare il complesso di una macchina organizzativa che, malgrado le difficoltà strutturali di un'area destinata a essere un cantiere a cielo aperto per un altro biennio circa, ha marciato in maniera sorprendentemente spedita, arroccandosi attorno alle certezze da tempo acquisite e consolidate - le due sezioni autonome e indipendenti, la Settimana Internazionale della Critica e le Giornate degli Autori, che peraltro si sono spartite il condominio di uno degli eventi della Mostra, il formidabile documentario Videocracy di Erik Gandini - e calibrando con molta cura le novità. Su alcuni di questi elementi ci sarà modo di lavorare da parte della Direzione (le giurie continuano a essere il tallone d'Achille supremo di Marco Müller, come si ebbe già modo di dire nel 2007, all'epoca della famosa/famigerata Giuria "tuttiregisti" e del più che discutibile premio - guarda caso - a Lust, Caution di Ang Lee), mentre per quanto riguarda il resto - ospiti ingombranti, strabismi comunicativi, luccicanze da gossip, ingerenze della politica - per il momento non resta che affidarsi alla Provvidenza o al risveglio della ragione.
LE SEGNALAZIONI DI CINEMAVVENIRE
La presentazione delle sezioni
Controcampo Italiano
Giornate degli Autori
Questi fantasmi 2
Selezione Ufficiale
Settimana Internazionale della Critica
Guida alle Giurie
Leone d'Oro alla Carriera a John Lasseter e Pixar
Il pagellone di Venezia 2009
Diari veneziani
02 Settembre 2009
03 Settembre 2009
04 Settembre 2009
05 Settembre 2009
06 Settembre 2009
07 Settembre 2009
08 Settembre 2009
09 Settembre 2009
10 Settembre 2009
11 Settembre 2009
12 Settembre 2009
Concorso Venezia 66
36 vues du Pic Saint Loup
Accident
Ahasin Wetei
Al mosafer
A Single Man
Baarìa
Bad Lieutenant. Port of Call: New Orleans
Capitalism: A Love Story
Il grande sogno
La doppia ora
Lebanon
Life During Wartime
Lola
Lo spazio bianco
Lourdes
Mr. Nobody
My Son, My Son, What Have Ye Done?
Persécution
Prince of Tears
Soul Kitchen
Survival of the Dead
Tetsuo the Bullet Man
The Road
White Material
Women Without Men
Fuori Concorso
Brooklyn's Finest
Chengdu, I Love You
Delhi-6
Great Directors
Gulaal
Le ombre rosse
L'oro di Cuba
Napoli Napoli Napoli
[REC 2]
South of the Border
The Hole
The Informant!
The Men Who Stare at Goats
Valhalla Rising
Viajo porque preciso, volto porque te amo
Yona Yona Penguin
Orizzonti
1428
Adrift
Deserto Rosa-Luigi Ghirri
Engkwentro
Faces of Seoul
Francesca
Green Days
Hugo en Afrique
Il colore delle parole
Io sono l'amore
Once Upon a Time Proletarian: 12 Tales of a Country
Paraíso
Pepperminta
Reading Book of Blockade
Totò
Touxi
Tris di donne & abiti nuziali
Via della Croce
Villalobos
Zarte Parasiten
Controcampo Italiano
Cosmonauta
Dieci inverni
Hollywood sul Tevere
Il compleanno
Il Piccolo
Negli occhi
Settimana Internazionale della Critica
Café Noir
Det enda rationella
Good Morning Aman
Metropia
Giornate degli Autori
Apan
Celda 211
Desert Flower
Di me cosa ne sai
Francia
Gordos
Honeymoons
Je suis heureux que ma mère soit vivante
La Horde
L'amore e basta
Poesia che mi guardi
Qu'un seul tienne et les autres suivront
The Last Days of Emma Blank
Videocracy
Vittorio D.
Appendice: Tutti i premi

