Colonna centrale
Vai all'articolo
Voto della redazione
voto 8
Voto degli utenti
voto 8

Vota:

(3 voti)
Titolo originale

Bumažnyi soldat

Regia

Aleksej German jr.

Sceneggiatura

Aleksei German jr., Vladimir Arkusha

Fotografia

Alisher Khamidhodjaev, Maksim Drozdov

Montaggio

Serei Ivanov

Scenografie

Sergei Kakovkin, Eldar Karhalev

Musiche

Fedor Sofrnov

Interpreti

Merab Ninidze, Chulpan Khamatova, Anastasya Sheveleva

Produzione

Phenomen Films

 

Nazione

Russia

Anno

2008

Durata

118 min.

Caratteristiche tecniche

35 mm. - Colore

Martedì 02 Settembre 2008 17:31

PDFStampaE-mail

Paper Soldier

Uomini veri

immagine

Aleksej German jr. e la conquista dello spazio nell’Unione Sovietica degli anni Sessanta: un’epopea senza eroi raccontata con uno stile folgorante.

Unione Sovietica, anno 1961. L’ufficiale medico Daniel Pokrovskji, fresco di dottorato, assiste la prima compagnia di cosmonauti. La sua è una missione nel nome della Patria, in un’epoca dell’URSS, quella di Khruš??v, in cui la voglia di lasciarsi alle spalle le nefandezze del regime staliniano si accompagna all’ansia di palingenesi che attraversa l’intelligentsia e la società in generale: la conquista dello spazio è il simbolo e il volano di questa nuova fase di “crescita”. Ma Daniel è continuamente attanagliato dai dubbi: la possibilità di mettere in pericolo la vita dei suoi uomini in nome di un’“idea” lo atterrisce. Da qui nascono pure i primi conflitti con la moglie Nina, sua collega, contraria alla sua partecipazione al progetto. Daniel, nonostante la tragica e assurda morte di un cosmonauta, lascia la moglie e parte con i “suoi” uomini per la base spaziale del Kazakhistan (dove si unisce a una donna del luogo, la fragile Vera). Lì lavorerà, ancora tra incertezze e passi falsi (e i sintomi sempre più minacciosi di un’incipiente malattia), alla spedizione del primo uomo nello spazio.
Paper Soldier (questo il titolo internazionale di Bumažnyi soldat, tratto da una canzone che si sente cantare nel film) è il terzo lungometraggio realizzato dal russo Aleksej German jr., figlio d’arte (suo padre è un regista attivo dagli anni Sessanta). Non è affatto un segreto che il regista trentaduenne sia un protégé del Direttore della Mostra di Venezia, Marco Müller, che anzi più di una volta ha presentato il Nostro come una sua personale “scoperta”. Gran bella scoperta, verrebbe da dire subito. Se di fronte a The Last Train-Poslednij poezd (presentato alla 60ª Mostra di Venezia, dove ottenne una Menzione Speciale della Giuria Leone del Futuro: ma l’Accademia Russa del Cinema quell’anno lo premiò come regista rivelazione) e a Garpastum (in concorso alla 62ª edizione del Festival) si era decisamente avvertita la sensazione di essere di fronte a un nuovo, grande talento del cinema europeo, con Paper Soldier quell’impressione diventa una più che solida certezza.
Prima di ogni altra cosa, German possiede uno stile impressionante, densissimo, da regista di razza. Sicuramente non insensibile alla lezione del conterraneo Aleksandr Sokurov, German predilige lunghissimi piani-sequenza di grande complessità dove la macchina da presa vaga con lentezza e curiosità alla ricerca di volti, voci, piccoli dettagli che si incrociano con stupefacente fluidità. L’impressione immediata è quella di un “cinema della profondità”, dove i materiali del profilmico si sovrappongono e si svelano poco a poco, distaccandosi su uno sfondo spesso rappresentato da grandi paesaggi bianchi di neve o di nebbia che, spappolati dapprima dalla prevalenza dei primi piani vengono gradualmente messi a fuoco nella loro scabrosità (rivelando un surreale cammello o il decollo di un razzo verso il cielo grigio-azzurro). Funzione di grande forza espressiva riveste pure la colonna sonora: nelle scene ambientate nella base in Kazakhistan è una costante il cigolio dei convogli che viaggiano lentamente sui binari o quello dei lampioni che oscillano per il vento. E poi le voci, quelle dei personaggi che parlano tra di loro nelle tante scene corali, un apparente caos impressionistico che invece sottintende un minuziosissimo e virtuosistico lavoro di messa in scena, o anche quella di un narratore onniscente che presenta l’azione come un inesorabile “conto alla rovescia”. L’atmosfera è quasi quella di una sospensione quasi metafisica: voci, musiche e luci che galleggiano su uno schermo dai colori vitrei.
Prendendo le mosse dai prestigi formali di tali scelte stilistiche German riesce però a dar vita a un film mai ripiegato su se stesso. La grande forza di Paper Soldier è anzi proprio quella di raccontare l’intreccio di esistenze e punti di vista particolari sul mondo senza che questi itinerari personali e umani (troppo umani) oscurino un discorso generale – e sicuramente pessimista – sulla Storia e sulla ferocia della Storia nei confronti dell’individuo. Lo strapotere delle idee contro la fragilità dell’esistenza umana è anzi uno dei nuclei costitutivi della vicenda di Dania, Nina e Vera ma questa forza oscura che sembra agire sullo sfondo non è mai esibita con didascalismi di prammatica né tantomeno con i soliti espedienti retorici del “cinema storico” (si veda la grande scena “visionaria” dello smantellamento del campo di prigionia staliniano). German filma il flusso naturale delle vite dei suoi personaggi, le cadute e le riprese, i dubbi e le fragili certezze di uomini in carne e ossa che si trovano a vivere un’epoca e una temperie culturale di (apparente) cambiamento: bellissima in tal senso la scena della festa per la tesi di dottorato di Daniel, veramente all’altezza delle pagine di ?hechov, autore citato almeno un paio di volte nel film (assieme a Lermontov e Blok). German mostra figure e paesaggi e, al di là di questi, la grande illusione di una nazione che vuole sollevarsi nell’ignoto del cosmo (dove “ogni parola rimane o si perde per sempre”, come dice la voce fuori campo) spiccando il volo dagli acquitrini del Centro Asia.
L’epilogo del film, che vede unite Nina e Vera nell’Unione Sovietica del 1971, dice definitivamente della fine di ogni anelito di rigenerazione: le “tende gialle” che nell’ultimissima battuta del film vengono evocate dalla voce di Vera già definitivamente fuori campo (sullo schermo vediamo scorrere i primi titoli di coda) sono forse il crepuscolare simbolo della caduta di ogni illusione.

Argomenti correlati

La leva calcistica dei nonni di Sheva  - Venezia 2008: Selezione Ufficiale