



Regia
Nino Pagot
Venerdì 15 Ottobre 2004 13:00
I fratelli Dinamite
Anarchia in technicolor
Di Enrico Azzano

I primordi dell’animazione italiana in un film bizzarro, sconclusionato, divertente.
I fratelli Dinamite, scampati ad un naufragio, vengono raccolti da alcuni cacciatori ed affidati alla zia Cloe, convinta di poterli reinserire nel mondo civilizzato. Abituati alla vita selvaggia, le tre piccole pesti si faranno beffe persino del Diavolo e porteranno lo scompiglio in un serioso teatro d’opera. Al carnevale di Venezia troveranno "gloria" ed un’inaspettata "redenzione".
I fratelli Dinamite di Nino Pagot e La Rosa di Bagdad di Anton Gino Domeneghini vennero entrambi presentati alla Mostra di Venezia nel 1949. Volendo indicare quale dei due possa glorificarsi del titolo di primo lungometraggio d’animazione italiano, si può ricorrere alla data d’iscrizione al Pubblico registro cinematografico della SIAE. Pagot iscrisse la sua opera nel 1947 (numero 672), Domeneghini "solo" nel 1949 (numero 799). Si può assegnare il platonico titolo alle bizzarre avventure dei tre fratelli monelli. Oltretutto, questi due film sono i stati i primi ad essere realizzati in technicolor.
Pagot è sinonimo italico d’animazione. Nino Pagot, il capostipite. Toni Pagot, il fratello. Marco Pagot e Gi (Gina) Pagot, i figli. La Pagot Film venne fondata nel 1938 e, dopo i nobili tentativi di ritagliarsi uno spazio all’interno dell’industria cinematografica, si specializzò nella produzione televisiva. Nel 1972, anno della scomparsa di Nino, la Pagot Film venne rifondata sotto il nome di Rever. Tra i tanti lavori, vanno ricordati almeno il mitico Calimero, il prode Grisù e Il fiuto di Sherlock Holmes (geniale intuizione di Marco Pagot che riuscì a coinvolgere Hayao Miyazaki in una produzione Rai. Erano i primi anni Ottanta, altri tempi…). Marco Pagot è il nome del protagonista di Porco Rosso di Miyazaki…
I fratelli Dinamite è un film anarchico. Anarchico nella struttura narrativa, nella genesi produttiva, nella non-coerenza stilistica e nella scellerata vitalità dei suoi protagonisti. Toni e Nino Pagot iniziarono nel 1942 la produzione del cortometraggio Tolomeo, che divenne, col tempo e per accumulo, il lungometraggio che abbiamo potuto vedere alla 61a Mostra di Venezia. In sostanza, il prodotto finale è l’unione di vari episodi, collegati da un’esile cornice. La struttura narrativa è, evidentemente, figlia delle logiche produttive. O meglio, dei limiti produttivi che i Pagot riuscirono, nell’arco di sette anni, a superare.
Il livello dell’animazione risente, ovviamente, di questo iter produttivo. I passaggi da un episodio all’altro sono bruschi e stranianti: la qualità dei fondali del secondo episodio (quello dell’Inferno), per esempio, è notevole, mentre le ambientazioni degli altri episodi sono spesso sbrigative. Stesso discorso per il character design dei personaggi (non particolarmente "coerente"), per la "fluidità" dei movimenti, per i colori e via discorrendo.
L’unica costante dei quattro episodi (il naufragio sull’isola deserta, la discesa all’Inferno, il concerto a teatro ed il carnevale veneziano) è l’inarrestabile forza distruttrice dei tre irriverenti fratellini (per la cronaca, Din, Don e Dan…). Le gag migliori sono probabilmente nell’episodio del teatro, mentre il capitolo finale è un crescendo di divertente follia, all’insegna del divertimento e dell’allegria senza freni. I fratelli Dinamite è un film felicemente anarchico.
La Pagot Film non riuscì a conquistare il mercato cinematografico e scelse di specializzarsi, con lusinghieri risultati, nell’animazione televisiva. Sarebbe stato interessante scoprire le vere potenzialità di questa genealogia di animatori nell’ambito dei lungometraggi. Ci rimane quest’opera buffa, piena di energia e di inventiva, ma troppo limitata dagli ostacoli produttivi. Più soldi, più animatori e una base distributiva solida avrebbero permesso ai Pagot (ed agli illustri collaboratori Osvaldo Cavandoli e Osvaldo Piccardo) di sognare e realizzare progetti ambiziosi. Ammirevole, in ogni caso, l’opera di restauro della Fondazione Cineteca Italiana di Milano. L’animazione italiana può ri-nascere anche da qui.



