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Sabato 27 Dicembre 2003 13:00

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TFF 2003: Aleksandr Sokurov

A proposito della retrospettiva presentata al 21esimo Torino Film Festival dedicata al regista dell’Arca Russa. Eclissi d’autore

Può capitare (anzi accade spesso) che un autore, pur essendo un intellettuale raffinato, non sia in grado di cogliere pienamente tutto ciò che le sue opere contengono; così come si dà (più raramente) il caso di autori talmente consapevoli da inibire qualunque altra riflessione altrui, rendendosi indispensabili per qualunque discorso che li riguardi.
Con il cinema di Aleksandr Sokurov accade qualcosa di ancora diverso: un autore nel senso più forte e più accentrato del termine, un demiurgo imbevuto di valori tardo-ottocenteschi, completamente estromesso dalla propria opera. Come se si trattasse di due percorsi paralleli ma, per questo, sempre distinti: da un lato, un corpus di film che costituisce una delle più interessanti esperienze degli ultimi vent’anni; dall’altro, un autore che denuncia l’impossibilità a plasmare il magma delle proprie visioni proprio nel momento in cui tenta nel modo più assoluto di stabilire i principi di una poetica intesa come vera e propria Weltanschauung.
Un cinema, insomma, infinitamente più avanzato di colui che lo ha realizzato.
È un discorso che testimonia a contrario la condizione dell’autore espressa più volte dal protagonista di una delle retrospettive dello scorso (20esimo) Torino Film Festival, quella dedicata a Julio Bressane. Ma che pure ripropone con ancora maggior potenza il tema dell’incertezza della visione (in questo caso: della visione come esperienza) che attraversa la nostra cultura dell’Immagine (non la nostra società delle immagini, la quale poco si cura dell’instabilità su cui si fonda).
Il cinema di Aleksandr Sokurov è un cinema della nostalgia, del lamento per una perdita, è il tentativo di elaborazione di un lutto: l’atteggiamento elegiaco che lo pervade tutto, in particolare a partire dagli anni Novanta (e che non si limita alla serie delle Elegie), è quello di chi si trova insomma di fronte a una mancanza, al cospetto di un vuoto. Vuoto del potere, come ha detto Giorgio Agamben, apparso nell’Unione Sovietica a partire dal 1989. Ma non solo: il vuoto della visione, che distorce ed inghiotte non solo l’oggetto ma anche il soggetto del vedere.
Il cineasta si presenta dunque come cieco, anche quando entra nell’immagine come presenza/assenza: pensiamo in particolare alle elegie Orientale e Del viaggio, in cui Sokurov si mostra come soggetto non vedente, continuamente alla ricerca di un contatto manuale con ciò che gli sta davanti, in un tentativo di presa tattile che sostituisce la comprensione visiva, del resto impossibile anche per lo spettatore (tutti gli anni Novanta di Sokurov sono fatti di immagini nere, oggetti fluttuanti in un pulviscolo di neve o nei fumi della nebbia, visioni liquefatte o distorte). "Apro gli occhi e non vedo più nulla" è l’esordio di Arca Russa, film che può forse sembrare una celebrazione del pan-visibilismo reso possibile dall’elettronica, e che non è altro che il tentativo di accarezzare, da parte di un non-vedente non-visto, le immagini racchiuse nell’Arca della cultura russa.
Fare della visione un’incognita, questa sembra la funzione dell’arte (&quot…è molto difficile trovarsi a tu per tu di fronte all’immagine, quando questa ti costringe a qualcosa. E la forma artistica costringe sempre l’uomo", dice il regista); ma se questo è vero, non può essere detto né praticato da un occhio. La presenza di colui che parla rientra, allora, non tanto nelle immagini (in cui il regista si mette comunque in scena, in alcune elegie) quanto nella voce di Aleksandr Sokurov stesso, che più volte interviene nei film, ponendo domande più che dando risposte: un suono che contemporaneamente afferma l’autore e lo nega, relegandolo in un altrove rispetto all’immagine ("Nel caso del cieco, ha scritto Jacques Derrida parlando di autoritrattisti, l’udito va più lontano della mano che va più lontano dell’occhio", e in effetti la voce sembra voler sopperire al tatto che mal si sostituisce alla vista).
L’autore, il depositario della visione, si eclissa nel cinema di Sokurov.
Ma Sokurov sembra non saperlo, non rendersene conto; sembra voler rimuovere l’erranza del proprio vedere, quando la riporta a un’idea monolitica dell’Arte e dell’Artista. Soprattutto nel momento in cui la storia sembra non approdare a nulla ("L’unica cosa che, dopo tutte le trasformazioni, i problemi storici, le tragedie – l’unica cosa che ha salvato la Russia è stata l’arte. […] Sia il popolo che l’uomo viene tradito da tutto, tranne che dall’arte. L’idea espressa nel film [Arca russa] è che solo nell’arte e nella cultura l’uomo può trovare la salvezza. […] Intendo l’arte accademica, l’arte classica").
Mettendo tra parentesi il discorso sul rapporto di Sokurov con le altre arti (ritenute tutte superiori al cinema: si tratta di una posizione conservatrice all’interno di una questione invecchiata), viene appunto da chiedersi: non è proprio l’arte a mostrare il vuoto del potere e della storia, non è attraverso la ricerca artistica che l’autore giunge a mostrarci la storia e il potere come vuoti? Non è insomma l’esperienza estetica a fondare il vuoto in cui si riconosce anche la storia, piuttosto che esserne l’antidoto?
Il cinema sembra essere l’opposto dell’arte classica: non tanto una veggenza quanto una messa in ombra del mondo. E il cinema di Sokurov, nel suo pretendersi classico contro ogni evidenza, è proprio la testimonianza di questo stato di cose. Contro ogni intenzione è il luogo in cui l’immagine, lungi dall’essere salvifica, si mette e ci mette di fronte al proprio vuoto.

 


 

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