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Titolo

La tempesta

Autore

William Shakespeare; traduzione di Andrea De Rosa, Claudio Longhi, Umberto Orsini

Regia

Andrea De Rosa

Interpreti

Umberto Orsini, Flavio Bonacci, Rino Cassano, Gino De Luca, Francesco Feletti, Carmine Paternoster, Rolando Ravello, Enzo Salomone, Federica Sandrini, Francesco Silvestri, Salvatore Striano

Luci

Pasquale Mari

Scenografie

Alessandro Ciammarughi

Costumi

Alessandro Ciammarughi

Musiche

Giorgio Mellone

Dove e quando

Al Teatro Eliseo di Roma, dal 24 novembre al 13 dicembre 2009
Al Teatro Comunale di Piacenza, il 15 e 16 dicembre
Al Teatro Bonci di Cesena, dal 18 al 20 dicembre
Al Teatro Comunale di Ferrare, dal 7 al 10 gennaio 2010
Al Teatro Comunale di Thiene, dal 12 al 14 gennaio
Al Teatro Comunale di Treviso, dal 15 al 17 gennaio
Al Teatro Asioli di Correggio, il 19 e 20 gennaio
Al Teatro Guglielmi di Massa, dal 22 al 24 gennaio
Al Teatro della Corte di Genova, dal 26 al 31 gennaio
Al Teatro Carignano di Torino, dal 2 al 14 febbraio
Al Teatro Verdi di Pisa, il 16 e 17 febbraio
Al Teatro Comunale di Novara, il 20 e 21 febbraio
Al Teatro Toselli di Cuneo, il 23 febbraio
Al Teatro Sociale di Mantova, il 25 e 26 febbraio
Al Teatro Moderno di Grosseto, il 28 febbraio
Al Teatro dell'Aquila di Fermo, il 2 e 3 marzo
Al Teatro delle Muse di Ancora, dal 4 al 7 marzo
Al Teatro Due di Parma, il 9 e 10 marzo
Al Teatro Savoia di Campobasso, il 13 e 14 marzo
Al Teatro della Fortuna di Fano, dal 16 al 18 marzo

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Mercoledì 25 Novembre 2009 12:20

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La tempesta

Il potere della mente

immagine

Andrea De Rosa e Umberto Orsini di nuovo insieme in un allestimento intenso e visionario dell'ultimo testo shakespeariano.

Un fondale simbolista e onirico per raccontare una storia che si evolve per progressive illuminazioni e allucinazioni, quasi proiezioni di una maltente tormentata che deve fare i conti con un passato doloroso da cui non riesce a liberarsi. La tempesta, testo macrocosmico e visionario in cui William Shakespeare sintetizza e sublima, teatralizzandoli, temi come la modernità e il colonialismo, diviene nella regia di Andrea De Rosa uno spettacolo sintetico e microcosmico, nel senso proprio e shakespeariano del termine. Prospero, signore dell’isola, padrone della Natura, unico Padre per uomini e mostri, è proiezione in piccolo di Dio, così come il mondo da lui ricreato mediante la magia non è che un microcosmo che rispecchia la ben più articolata complessità del macrocosmo. Ma l’uomo Prospero partecipa del macrocosmo mediante ciò che lo rende superiore alla natura inanimata (Ariel) e animata (Calibano), cioè il suo intelletto: è attraverso la mente del protagonista che si può ricreare quel rispecchiamento che è alla base del rapporto tra uomo e cosmo, ma che è al contempo fondamento teorico del teatro elisabettiano. Decidere, come fa De Rosa, di ridurre la complessità testuale della Tempesta ad una sorta di viaggio nella mente e nell’anima del protagonista è dunque una scelta coraggiosa ma non del tutto arbitraria. Senza poi dimenticare il valore che, dal romanticismo e attraverso il simbolismo per approdare infine alla psicanalisi, è stato riconosciuto alla tempesta e al viaggio per mare, quale proiezione di un percorso attraverso l'anima e l'inconscio.
E Prospero, demiurgo che abiura, che rifiuta i propri poteri per tornare a essere in punto di morte l'uomo che ha tentato per tutta la vita di sfuggire alla morte stessa, non è in fondo che un mago della parola e degli effetti scenici, uno stregone che gioca con la retorica e l'eloquenza, un abile prestigiataltore che utilizza la persuasione come arma di attacco e di difesa. Psichiatra degli altri, specie del “diverso” Calibano, egli è al contempo terapeuta e paziente di se stesso: i personaggi del dramma sono tutti sulla scena perché tutti frutto della sua mente, che li fa riaffiorare di volta in volta in superficie per renderli protagonisti delle singole parti dello spettacolo. Non c'è più bisogno dell'isola o della caverna, perché tutto si svolge intorno al letto di Prospero; non c'è più bisogno di effetti speciali, elfi e incantesimi, perché tutto è più umanamente e concretamente prodotto della psiche del narratore/personaggio. E in questa “riscrittura” curiosa e affascinante anche Ariel, lo spiritello al servizio del mago, viene trasfigurato in una presenza oscura – antitetica alle rappresentazioni tradizionali e, nel caso specifico, al candore di Calibano – che gravita al di sopra del protagonista, immagine di quell'anima razionale costantemente su un gradino intermedio tra l'uomo e le entità angeliche, ma al contempo proiezione della psiche inquieta e crocifissa di Prospero, che soltanto in conclusione della vicenda/spettacolo/seduta potrà liberarsi concretamente dai propri vincoli e dalle proprie catene.
Il suggestivo spazio scenico creato dallo stesso De Rosa con Alessandro Ciammarughi (ideatore anche delle scene e dei costumi) e Pasquale Mari (curatore delle splendide luci) fonde spunti figurativi alla Dalì (specialmente con l'ideale crocefissione sul telo rosso) con atmosfere più fredde e minimaliste, per ottenere effetti metateatrali che trovano altgiustificazione nello stesso dettato shekespeariano. Curato nei dettagli e alleggerito del superfluo, lo spettacolo eccede soltanto nella parte finale, quando la dimensione onirica prende il sopravvento con la scena del masque, ripresa dalla traduzione napoletana del testo di Eduardo De Filippo, con atmosfere circensi e partenopee che ricordano lo storico quanto visionario allestimento di Tato Russo.
Se decisamente poco incisiva, perché eccessivamente franta e sincopata, appare l'interpretazione della giovane coppia composta Federica Sandrini (Miranda) e Gino De Luca (Ferdinando), molto apprezzabile risulta invece la prova d'attore di Rino Cassano, un convincente quanto etereo Ariel, e di Rolando Ravello, un Calibano che perde i tratti più ferini per diventare un vero e proprio emarginato. Il fulcro dello spettacolo resta naturalmente il Prospero di un intenso quanto rigoroso e asciutto Umberto Orsini, che ritrova Andrea De Rosa dopo il successo ottenuto con Molly Sweeney. Apparentemente crudele, orgoglioso e vendicativo, il mago si rivela profondamente fragile e insicuro, desideroso di ritrovare sé stesso, le proprie origini, i propri affetti e la propria famiglia quando il corso della vita volge ormai al termine e i trucchi e gli incantesimi, la solitudine e il silenzio, non riescono più a dare un senso ai giorni che passano. Orsini, con la sua interpretazione ricca ma mai sovrabbondante, incisiva e mai eccessiva, dona a Prospero nuova linfa e nuova identità, un carattere articolato, dotato di molte sfaccettature diverse, in grado di trasformare il microcosmo spesso artefatto di personaggio teatrale nel microcosmo intimo e privato di un uomo con le sue passioni e le sue paure.