Colonna centrale
Vai all'articolo
Voto della redazione
voto 8
Voto degli utenti
voto 7

Vota:

(5 voti)
Titolo

Il Caffè del Signor Proust

Autore

Lorenzo Salveti

Regia

Lorenzo Salveti

Interpreti

Gigi Angelillo

Scenografie

Bruno Buonincontri

Costumi

Bruno Buonincontri

Dove e quando

Al Teatro dell’Orologio di Roma,fino al 7 dicembre 2008.

Domenica 30 Novembre 2008 18:37

StampaE-mail

Il Caffè del Signor Proust

Il capolavoro di Lorenzo Salveti

immagine

Gigi Angelillo, una magnetica Céleste, ci accompagna in un viaggio nel mondo del grande scrittore.

Ospite a festival come Italia in Scena di Bruxelles, il parigino Festival du Theatre Italien d’aujourd’hui e l’International Theaternetto di Tel Aviv, fiore all’occhiello della programmazione di diversi istituti italiani di cultura all’estero, Il Caffè del Signor Proust è un testo che replica da quasi vent’anni. Lorenzo Salveti ha scritto un piccolo gioiello e l’ha diretto per un’interpretazione assolutamente magnetica – e mimetica – di Gigi Angelillo, che con questo ruolo si è guadagnato il Premio IDI Maschera d’Oro nel 1990.
Onori, inchini e con-tanto-di-cappello a parte, si tratta davvero di un’opera notevole, che noi vediamo per la prima volta. Numero ristretto di spettatori per occupare, passando da una all’altra, due delle sale del piccolo teatro, che qui risveglia in pieno tutta la propria tradizione, per offrire altun’atmosfera di umido e nascosto, di segreti e sorrisi impercettibili. Un’atmosfera fatta apposta per riflettere, amplificandoli, come proiettandoli su un maxischermo interiore, tutti i gesti minuscoli che trasformano Angelillo in una credibilissima Céleste, anziana governante di Marcel Proust.
Il tema del grande genio visto nella sua veste più privata è stato spesso affrontato con grande impiego di mezzi per fuggire la superficialità ed eludere il rischio di divenire già sentiti, già visti, già conosciuti.
Per mettersi al sicuro dal luogo comune, Salveti punta sulla semplicità e sul gioco dei particolari. Si tratta di soffiare via la polvere che ricopre le sensazioni più minute, quelle per descrivere le quali le parole vanno cercate a lungo. Si parla di angoli, sfumature di coni di luce, mobili che occupano centimetri di parquet che ospita polvere che manda odore, che chiude naso e gola, che fa tossire. Si parla di profumi sottili, di sorrisi impercettibili, di slanci di emozioni che si costringono al petto, perché quando si tentasse d’esternarli, l’idea non verrebbe comunque resa fedelmente. Allora meglio, quelle emozioni, quegli slanci, tenerseli per sé, sapendo che esiste sempre, nell’ombra densa dell’animo, un cantuccio a loro riservato, un “posto delle fragole” per raggiungere il quale sono tracciati percorsi precisi, sentieri immersi nel verde di ricordi, nel rosa di cieli di quarant’anni prima, nel ruotare inarrestabile di un orologio da tenere sempre d’occhio.
Il ricordo e il tempo di quel ricordo. Il tempo e il ricordo di quel tempo.
Artigiano sapiente, Gigi Angelillo costruisce la propria maschera con una grazia che disarma. Bussiamo alla porta della vecchia casa di Proust e la governante anziana, la Céleste che aveva accompagnato il genio assecondandolo in tutte le sue piccole manie, ci apre e ci accoglie come si accolgono dei vecchi amici. Quella casa, che lei/lui ci descrive con gran dovizia di particolari, con le pause necessarie a richiamare alla memoria il più piccolo dei particolari, ci accoglie suggerendoci il calore che l’animava,alt ma dicendoci, non senza una punta d’amarezza, che quel calore ha abbandonato le sue stanze da molto, molto tempo. La custode ci indica dov’era quel mobile e che forma aveva, quando veniva usato, che funzione aveva questo o quell’angolo e quale visuale si avesse della stanza a guardarla da lì. Céleste conosce tutto e ricorda tutto e vuole raccontarci tutto proprio affinché quella preziosa testimonianza non perda le piume al vento e, anzi, torni a volare sui sorrisi di tutti noi. È allora che ci accompagna in una stanza, ci fa sedere, ci racconta di come le sia capitato, da una cittadina di mare nel sud della Francia, di andarsene a Parigi, di come abbia fatto il proprio ingresso nella casa e nella vita del “Signor Proust”. È lì che ci offre davvero del caffè, filtrato a mano, l’unico che lo scrittore bevesse volentieri, è lì che, dopo aver ritirato, con l’aiuto di una volontaria del pubblico, le tazzine vuote, passa a offrirci le proverbiali madeleines. E allora, mentre l’ascoltiamo raccontare, è più forte di noi l’impulso che ci spinge a goderci quel momento: come se stessimo altricevendo l’ostia, il raccoglimento è totale. Ché noi sappiamo quanto odori e gusti, meglio se quasi impercettibili, contassero per il lavoro e l’anima del Signor Proust.
Céleste ci accompagna poi in un ultimo spostamento, l’ultimo viaggio per noi è l’ultimo viaggio per lo scrittore. Entriamo nell’ultima sala come si entra in una cripta, oltre le tende, sul fondo, arde qualche cero, in un angolo una poltrona. Sentiamo che assisteremo all’ultimo atto. Céleste ritrova, coperti di polvere e ruggine, i vecchi occhiali tondi di Marcel Proust, che indossa per sottoporsi a un ennesimo, ultimo travestimento. Nel vedere lo scrittore rifiutare le cure, nel vederlo spirare, troviamo infine un senso anche alla scelta di dare a un uomo la parte di Céleste. Come se quella convivenza con l’arte, la personalità e la ricerca di Marcel Proust avesse dato forma a una creatura ibrida, finalmente fuori dal tempo, vecchia ma non così vecchia, donna ma non così donna, reale ma non così reale.
Le scenografie di Bruno Buonincontri fanno molto, e il resto è scrittura e sensibilità, sul volto scavato e vissuto di Gigi Angelillo, che magicamente è nel presente e nel passato. Il futuro è un tempo che non vuole essere contemplato. E noi, uscendo, ne siamo felici.