Sabato 30 Gennaio 2010 00:00
Life Without Gabriella Ferri
Life Without Certainty
Di Adriano Bordoni

La grande colpa del cinema d'animazione secondo il regista estone Priit Parn. Life Without Gabriella Ferri è un film impossibile da definire... e anche da recensire.
Forse una delle nostre colpe peggiori, per quanto riguarda la fruizione più o meno approfondita di un determinato testo narrativo, è la nostra abitudine a relazionarci con i suoi elementi diegetici in considerazione di determinati (istintivi o imposti che siano) criteri logici, basati principalmente sul concetto di Causa ed Effetto. Ci siamo abituati a un modello narrativo che garantisce (il più delle volte) una corretta e accompagnata interpretazione del testo fruibile secondo le "istruzioni per l’uso" lasciate dall’autore, portandoci ad assumere l'dentità del cosiddetto “Lettore Modello.” Tali convenzioni sono facilmente applicabili al nostro stesso modo di vivere poiché, in quanto umani, abbiamo un bisogno istintivo di avere delle certezze, di avere l’illusione auto-imposta di poter controllare determinati aspetti della nostra esistenza, il che rende oltremodo difficile l’accettazione del diverso. Ed è proprio qui, in questa idilliaca prospettiva fatta di convenzioni logiche e razionali, che entra in gioco Priit Parn, baluardo dei nostri peggiori incubi visivi e narrativi che vanno oltre l’idea stessa (convenzionale) di anti-convenzionalità.
Come si può definire, in poche semplici righe, il cinema di questo peculiare regista estone? Si potrebbe facilmente bollare le sue opere come un esempio osceno e ostentato di auto-referenzialità egocentrica e virtuosistica che non fa altro che inondarci con un’inutile diarrea di metafore e simbolismi protratti all'infinito il cui unico obiettivo sembra essere quello di rafforzare le stesse identiche tematiche - come l’alienazione indotta nell’individuo dalla moderna società, o l’illusione del sogno americano, due elementi che sembrano riciorrere nel cinema di Parn. Un intellettuale egocentrico, ecco come un critico (non familiare con il lavoro di Parn e abituato ad un’idea precisa di Arte) lo definirebbe e, a conti fatti, potrebbe anche essere così - o potrebbe essere come suggeriscono i
sostenitori del maestro e cioè, un genio incompreso come Stravinskij. Il punto è che nell’applicare una simile convenzione filologica a un film di Parn, un’opera talmente aliena ad ogni abitudinaria formalità diegetica, si finisce inevitabilmente di cadere nel paradosso. Un paradosso che, idealmente parlando, riflette la condizione umana (l’idea di mettere Ordine nel Caos), di cui, involontariamente(?), i film animati dell’autore fanno da paradigma. Non sarebbe, infatti, etimologicamente corretto etichettare l’opera di Parn come un semplice e caotico show-off di talento visionario senza capo né coda, poiché risulta ovvio(?) che nella messinscena di un simile, distorto, modello narrativo(?), c’è una formula logica ben precisa - ironicamente, una personale convenzione retorica dello stesso regista - , una formula che pare avere come suo epicentro il complesso rapporto tra i diversi personaggi delle sue storie.
Con un simile discorso in mente, si potrebbe ora tentare (e solo tentare) di analizzare l’ultimo capolavoro(?) del regista estone, il vincitore della quattordicesima edizione del festival dei Castelli Animati, Life Without Gabriella Ferri. Tanto per iniziare, bisogna dire che un po’ tutti a Genzano erano entusiasti di ospitare Parn e una rassegna dei suoi film, tutti erano dunque parte di quella ristretta cerchia di estimatori in grado di apprezzare il suo linguaggio fuori dagli schemi (e fuori dal mondo) che, non a caso, risultano essere l’unico pubblico di cui questo particolare autore sembra aver bisogno. Un cinema di nicchia fiero di essere tale è, dunque, quello di Priit Parn (molto più di Antonioni), un’esperienza puramente intellettuale impossibile da comprendere per il grande pubblico e, forse, anche da accettare. Ma non è tanto la comprensione del testo di per sé (la creazione di un “Lettore Modello”, per intenderci) l’obiettivo di Parn (se di obiettivo si può parlare), quanto la messa in crisi di quegli ideali pre-costituiti di cinema e di arte in generale - risultato che viene idealmente raggiunto nel momento stesso in cui le immagini di un suo film colpiscono lo spettatore, indipendentemente dalla reazione del suddetto. Detto questo, la scomoda analisi di uno scomodo film, può finalmente cominciare. Partiamo con il delineare quelli che sono gli elementi più "chiari" di Life Without Gabr
iella Ferri: questo film è indubbiamente l’opera più personale di Priit Parn in quanto concepita come omaggio alla defunta prima moglie - di cui Gabriella Ferri, figura tragica della nostra musica e idolo dell’autore, ne fa da figura paradigmatica - e alla speranza ritrovata - speranza che si incarna nella seconda moglie di Parn, Olga, che ha co-diretto il film. Si potrebbe affermare che l’intera opera del maestro estone possa essere “facilmente” riassunta come la delineazione simbolica e metaforica del percorso emotivo affrontato dallo stesso autore, dalla morte della prima donna amata (e quindi la morte della speranza) sino alla salvezza spirituale acquisita con la conoscenza di Olga, ma è ovvio(?) che ciò che ci viene mostrato nel film va ben oltre una simile (superficiale) chiave di lettura. Ciò che si spalanca dinanzi ai nostri occhi è un percorso assai più complesso e intraducibile, perverso e alienante, in cui ogni più piccola forma di logica narrativa viene inesorabilmente scartata, così come ogni forma di convenzione inerente i ruoli degli “attori.” Per quanto l’identificazione di uno o più personaggi della diegesi sia piuttosto “facile” - come il ladro senza faccia che con le sue mani robotiche(?) è in grado di rubare ogni cosa, persino la vita (simbolo di Morte che “rapirà” la moglie del protagonista), o la giovane e vitale ragazza che stende i suoi panni ad asciugare (simbolo di speranza) - risulta invece estremamente complessa l’effettiva configurazione simbolica (o meno) della maggior parte dei ruoli presenti. Chi o cosa rappresenta l’immagine dell’ansioso adolescente in piena fase di crescita, con le braccia ingessate (onde evitare che si masturbi?) e ossessionato dal sesso on-line? Che sia un simbolo di libertà repressa insito in ognuno di noi? Un desiderio intrinseco di realizzazione sessuale, sintomo di un’intera vita di repressioni bigotte imposte dai genitori? Un grido d’aiuto nei confronti del pubblico? O magari è semplicemente il figlio del regista? Domande simili si potrebbero fare anche per altri personaggi che sembrano non avere nulla a che vedere con la storia (se così si può definire) di per sè, come i “vicini di casa”, che sembrerebbero imporsi come una vera e propria divagazione con la quale l’autore si è divertito a tracciare un profilo estremamente contorto e filosoficamente inarrivabile sugli stilemi della società di massa...o qualcosa del genere. E ancora, le due prostitute obese che sembrano abitare in un sito porno in attesa di essere “cliccate” (proprio dall’adolescente in fase di crescita, guarda caso), sono forse da considerarsi una denuncia sullo smisurato e disumanizzante potere del web? Life Without Gabriella Ferri si presenta dunque come un vero e proprio massacro stilistico, un mostruoso tritacarne che fa a pezzi tutte le nostre certezze ed essenziali convinzioni, in cui ogni habitué formale - dallo sgradevole design di ambienti e personaggi che pare fare il verso a Matìsse, al completo annullamento dei più basilari e sacrosanti elementi narrativi come i dialoghi e il concetto di Spazio/Tempo - viene tragicamente ribaltato in favore della più alienante (in)analisi intellettuale e psicologica mai vista...ma potrebbe anche non essere così! E dunque, il dubbio rimane: chi è veramente Priit Parn e cosa rappresentano i suoi film? Sono forse una forma deviata di megalomania? Un’onesta e diversificata visione del mondo, della Vita, dell’Arte? Un’elaborata provocazione? Forse la risposta a questi quesiti non sarà mai alla nostra portata, forse Parn passerà alla storia come un genio incompreso (come Stravinskij), o come un pomposo intellettuale che amava sentirsi superiore rispetto agli altri, o magari finirà con l’essere internato in un ospedale psichiatrico; chi può dirlo? Qualunque sia la verità ultima su questa inusuale e indigeribile figura del cinema d’animazione contemporaneo, la cosa veramente importante in questa sede rimane l’effettivo giudizio di questo suo ultimo film. Ma come può un critico giudicare in maniera coerente un’opera totalmente aliena alla propria scala di valori? A quegli inossidabili criteri su cui ha costruito tutta la sua credibilità professionale? In risposta ad un simile dilemma accorre in nostro aiuto proprio lo stesso Parn, il quale, quando alla presentazione ufficiale della sua opera a Genzano gli fu domandato se il film sarebbe stato di “facile” o “difficile” comprensione, lui rispose: “Siate voi a giudicare.”
E così, gettando alle ortiche ogni cosa che è stata scritta fino a questo punto, ogni analisi filosofica, ogni futile discorso etimologico, finisco così nel prendere alla lettera le parole del maestro e descrivere questo film attraverso la più banale e anti-professionale forma di elaborazione critica personale - forse il metodo più “puro” di guardare all’arte in generale -, in modo da dare a quest'articolo una ragion d'essere.
Life Without Gabriella Ferri è un film prolisso e noioso (un po’ come questo testo, del resto), frutto di un intellettualismo fine a se stesso che si spaccia per Arte e di un’estetica alienante che si traduce in una retorica diluita da un eccessivo numero di metafore e simbologie pressoché inutili e ridondanti… in altre parole, a detta di chi scrive, non è un bel film. Si conclude così una scomoda recensione su di una scomoda opera. E ora tutti a vedere Up!



