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Regia

Stanley Kubrick

Domenica 20 Agosto 2000 13:00

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2001: Odissea nello spazio

Seminario 2000: Analisi del film "2001: odissea nello spazio"

2001: Odissea nello spazio
2001: a Space Odissey – terzo film girato fuori dagli Stati Uniti (dopo Lolita e Dr. Strangelove…) – costituisce l’ottavo lungometraggio della filmografia di Kubrick ed è sicuramente uno dei pochi film dell’intera storia del cinema universalmente riconosciuto come capolavoro. 2001: a Space Odissey è infatti un film-spartiacque.

Quasi l’intera opera di Stanley Kubrick (tranne il primo, invisibile lungometraggio Fear and Desire) si sviluppa all’interno dei generi cinematografici. Insieme ad Howard Hawks, a Kurosawa Akira, a Andrej Tarkowskij, a Robert Altman, il regista newyorchese ha sempre raggiunto eccelsi risultati qualunque fosse il genere da lui affrontato. I suoi incontri con i generi, inoltre, – siano essi il noir o il film di guerra, la commedia o la fantascienza, il film "in costume" o l’horror – si sono sempre dimostrati determinanti per la storia e l’evoluzione del genere stesso. 2001: a Space Odissey – terzo film girato fuori dagli Stati Uniti (dopo Lolita e Dr. Strangelove…) – costituisce l’ottavo lungometraggio della filmografia di Kubrick ed è sicuramente uno dei pochi film dell’intera storia del cinema universalmente riconosciuto come capolavoro.
2001: a Space Odissey è infatti un film-spartiacque. Lo è nel senso che una delle possibili divisioni applicabili al secolo (o poco più) del Cinema può essere in prima e dopo l’odissea kubrickiana. Con 2001: a Space Odissey tutto il cinema (di fantascienza) precedente diventa improvvisamente vecchio e il modo di produzione legato a quel cinema obsoleto. Con questo film, infatti, l’autore di Shining sperimenta l’uso in chiave narrativa (o almeno in chiave della narrativa tradizionale) degli effetti speciali visivi e sonori, inaugurando, in pratica, una nuova concezione del cinema basato sul rapporto diretto tra narrazione e percezione.

Liberamente tratto dal racconto di Arthur C. Clarke The sentinel, il film viene concepito dal suo autore come una vera e propria esperienza sensoriale per lo spettatore, concezione che si rivela rivoluzionaria nei confronti dell’evoluzione cinematografica dei sette decenni precedenti. Non è un caso, quindi, che il film sia per più di due terzi muto. L’autore, infatti, più che narrare si dimostra preoccupato di "far vedere", di mostrare più che di raccontare. Kubrick, in pratica, intende rivalutare la caratteristica principale del cinema, quella che lo differenzia dalle altre arti, il suo "specifico": la produzione di senso direttamente attraverso l’immagine. 2001: a Space Odissey è infatti una vera e propria sinfonia visiva, che raggiunge in alcuni casi – basta pensare alla sequenza del "valzer" delle astronavi sulle note de Il bel Danubio blu di Strauss o alla sequenza che inaugura la terza parte del film ("Giove e oltre l’infinito") – vertici assoluti.
Vero nucleo tematico del film e della filmografia kubrickiana successiva, quindi, diventa l’atto del vedere, lo sguardo: quello dello spettatore che si identifica con quello freddo e meccanico del computer HAL 9000 o con quello allucinato di Bowman durante la lunghissima (circa 10’) sequenza sopracitata e costituita esclusivamente da effetti speciali. Soprattutto, però, lo sguardo dello spettatore si identifica con quello del regista, e con la sua onnisciente capacità di overlooking (nel senso di "guardare oltre"), attraverso la m.d.p. L’Odissea kubrickiana è, quindi, soprattutto un’odissea dell’occhio, tanto che, tentando una delle possibili letture che offre il testo filmico, 2001: a Space Odissey si può leggere (anche) come una grande metafora sul cinema, sulla sua storia, sul suo sviluppo linguistico-sensoriale.
Dividendo il film in tre parti, sembra che Kubrick abbia pensato all’evoluzione del cinema stesso. La prima parte è infatti muta (o meglio, senza dialoghi), proprio come lo furono i film del primo trentennio del cinema, mentre la parte centrale diventa dialogata, come i film che sono succeduti all’immissione del sonoro nel cinema. La terza parte ritorna a essere senza dialoghi, ma viene raccontata attraverso l’esperienza vissuta dall’occhio dello spettatore/Bowman. Il "nuovo" cinema, il cinema moderno, sembra dirci Kubrick, è il cinema della "percezione". Quello che nasce dopo una rigenerazione dell’occhio, del modo di guardare e, quindi, di percepire. E 2001: a Space Odissey è il film che inizia questo "nuovo" cinema.

Contrariamente alle figure stilistiche che caratterizzano il suo cinema precedente – il carrello laterale in The Killing - Rapina a mano armata (1956) o il carrello a precedere in Paths of Glory - Orizzonti di gloria (1957) – e quello successivo – lo Zoom Out in Clockwork Orange - Arancia meccanica (1971) e in Barry Lyndon (1975) – qui prevale la circolarità. Circolari, infatti, sono i movimenti delle astronavi che si muovono sulle note di Strauss o quello dell’osso lanciato in alto dalla scimmia; circolari i movimenti di macchina che seguono l’hostess nel suo percorso all’interno dell’astronave mentre porta le vitamine ai piloti o quelli che accompagnano la preparazione atletica di Bowman. Circolari, o comunque che seguono forme arrotondate, risultano anche moltissimi elementi del design scelto da Kubrick per il film (l’occhio e lo sguardo di HAL, l’abitacolo del Discovery, le capsule spaziali, la base d’atterraggio sulla Luna, i pianeti, gli oblò che mettono in comunicazione due ambienti e, talvolta, lo spazio interno e quello esterno etc.) Tale scelta stilistica rispecchia probabilmente anche l’idea, il nucleo ideologico che è alla base del film, contribuendo (almeno in parte) alla decifrazione del suo più profondo significato. Circolare, infatti, è l’idea di Storia che l’autore propone attraverso l’Odissea. Tanto che il film potrebbe chiudersi esattamente come inizia: con il cartello che indica "L’alba dell’uomo".

A livello linguistico è doveroso almeno ricordare "l’attacco di montaggio più famoso della storia del cinema" – o, almeno, quello che ha fatto più parlare, scrivere, discutere: la giunta osso-astronave. Non un legame sintattico, ma un legame semantico che, nel momento in cui decide di non mostrare, contemporaneamente dà significato a tutta la Storia (intendendo, per Storia, la realtà trasformata dall’azione dell’uomo) da noi (ri)conosciuta.

 


 

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