Mercoledì 07 Gennaio 2009 20:07
Il rapporto tra identità e diversità e fra tradizione e innovazione nel cinema italiano
Di Massimo Calanca

Il rapporto tra identità e diversità è un problema fondamentale del nostro tempo, e sempre più lo sarà nel futuro, sia a livello collettivo, cioè sociale, politico, culturale, sia a livello individuale, cioè psicologico ed esistenziale.
Pubblichiamo l'intervento introduttivo del presidente Massimo Calanca al seminario su "Il rapporto tra identità e diversità e fra tradizione e innovazione nel cinema italiano", che si è svolto all'inizio dello stage di CinemAvvenre alla 65a Mostra Internazionale d'Arte cinematografica di Venezia, il 25, 26 e 27 agosto 2008.
Quest’anno abbiamo scelto, per il seminario, non un autore ma un tema: il rapporto tra identità e diversità e fra tradizione e innovazione nel cinema italiano.
Il rapporto tra identità e diversità è un problema fondamentale del nostro tempo, e sempre più lo sarà nel futuro. Questo sia a livello collettivo, cioè sociale, politico, culturale, sia a livello individuale, cioè psicologico ed esistenziale.
Il processo di globalizzazione mette sempre più in contatto e a confronto culture, religioni, costumi, modi di pensare e di vivere molto diversi tra loro, creando tensioni, contraddizioni, conflitti, ma anche contaminazioni e influenze reciproche.
La cultura moderna, in particolare nel secolo scorso e in Occidente, ha messo in crisi sia “i grandi racconti sul mondo” (religiosi, politici, ideologici, filosofici, culturali e scientifici) che hanno caratterizzato i secoli precedenti; sia le varie appartenenze (religiose, politiche, di classe, di nazione, di comunità, locali, addirittura familiari) che organizzavano e orientavano il vivere individuale e collettivo.
Tutto ciò da un lato ha rappresentato una liberazione dell’individuo e della società da vincoli e legami che ne limitavano la libertà di espressione e la creatività. Ma dall’altro ha significato anche la perdita di punti di orientamento e di identità che costituivano elementi fondamentali del senso e del significato del vivere per le persone e per le culture.
Questo è uno dei motivi importanti del male di vivere, del non senso dell’esistenza e a volte della disperazione che sembrano diffondersi sempre di più.
L’arte del Novecento è stata per molti versi sia uno specchio di questi processi, sia un luogo privilegiato, una fucina, della loro maturazione e realizzazione. Questo vale per tutte le forme d’arte, ma dal nostro punto di vista vale in particolare per il cinema, che è stata la nuova forma d’arte che si è affermata nel Novecento, unificando nel suo linguaggio diversi linguaggi artistici, e soprattutto mantenendo – a differenza di altre arti – un rapporto continuo con grandi masse di fruitori/spettatori; e costituendo, più o meno consapevolmente, una fabbrica di idee, di emozioni, di comportamenti, di modi di vivere e affrontare il mondo, che hanno influenzato profondamente la cultura e la vita di tante persone in Occidente e in tutto il mondo.
Il cinema italiano, in questo processo, nonostante le sue tante crisi, ha avuto un ruolo fondamentale.
Ha scritto Gian Piero Brunetta: “La storia del cinema italiano è una storia grande. Una storia che, in più momenti, ha orientato e modificato il corso del cinema mondiale…”. E lo ha fatto “… in direzione di una forte affermazione autoriale e stilistica, e di una capacità straordinaria di leggere le storie reali e immaginarie della società raccontata”.
Ciò è avvenuto nonostante il cinema italiano non si sia mai dato un vero assetto industriale, né abbia “mai metabolizzata e fatta propria una cultura industriale”, mantenendo “una dimensione sospesa tra artigianato e industria”. Un suo punto di forza è stato il “modello della bottega rinascimentale, sviluppata e adeguata alle esperienze industriali”… Con un ruolo fondamentale svolto dai “saperi artigianali”, che hanno avuto la capacità di adattarsi a nuove tecnologie.
Il cinema italiano ha coinvolto, fin dalle sue origini, “personalità artistiche e culturali di notevole caratura, pittori, architetti, scultori, critici, scrittori, poeti…, costumisti e scenografi” che hanno costruito uno “stile italiano” che ha fatto scuola a partire da Griffith e proseguendo nel Secondo Dopoguerra, fino anche ai nostri giorni.
I “maestri della luce” (Storaro, Di Palma), i musicisti (Renzo Rossellini, Nino Rota, Morricone), i montatori (Ruggero Mastroianni, Perpignani), gli inventori di effetti speciali (come Rambaldi), i grandi sceneggiatori (Zavattini, Guerra, Amidei, Flaiano, S.C. D’Amico, Age e Scarpelli, ecc.)… . Tutte queste figure hanno contribuito a creare quello “ stile italiano” e quei caratteri specifici del nostro cinema che hanno fecondato anche una parte importante del cinema internazionale.
L’eredità teatrale (e letteraria) e l’eredità pittorica innanzitutto, ma anche la “capacità di attingere al patrimonio della commedia dell’arte”, hanno contribuito fin dall’inizio a dare al cinema italiano quei tratti distintivi che – insieme alla genialità di alcuni autori – ne hanno fatto una realtà importante per il cinema e la cultura mondiale.
Meno nota, e tutta da scrivere, dice Brunetta, è la storia del documentario italiano, in tutte le sue forme; una storia che ha influenzato profondamente il cinema di finzione, in quanto ha costituito un fondamentale laboratorio di formazione e di sperimentazione per molti autori, contribuendo non poco a formare le caratteristiche particolari del nostro cinema.
Questa grandezza del cinema italiano è stata sempre il frutto – in particolare nei momenti migliori della sua storia – della capacità di realizzare – in forme anche ogni volta diverse – un rapporto fecondo tra tradizione e innovazione e tra identità e diversità.
Un rapporto con il passato e la tradizione (culturale e cinematografica) che, a volte, ha rappresentato anche un limite, fino a scadere nel bozzettismo e nel “cliché”. Ma che, nei momenti migliori, è stata la matrice di soluzioni creative e artistiche contemporaneamente originali e universali; e universali proprio in quanto capaci di andare in profondità, nelle radici particolari di un luogo, di una situazione storica, di un’esperienza esistenziale.
(Un esempio per me molto chiaro è l’esperienza che ho avuto con i fratelli Taviani in America Latina, dove abbiamo presentato i loro film, e in particolare La notte di San Lorenzo. Il successo che quel film aveva nei paesi dove andavamo (Brasile, Uruguay, Argentina) dimostrava la capacità universale di emozionare e di far pensare che aveva una piccola storia particolare di un piccolo comune della Toscana. Cioè, ci dicevamo con i due grandi registi: più si penetra nell’identità e più si parla al cuore e alla mente degli esseri umani in generale).
Oggi il problema del rapporto tra identità e innovazione si pone in termini diversi dal passato, quando ogni novità veniva considerata raffrontandola a schemi di pensiero ed estetici precedenti.
Gilles Deleuze, in L’immagine movimento e L’immagine tempo, e soprattutto in Differenza e ripetizione, ha sottolineato, che il cinema, specie dopo il Neorealismo e la Nouvelle Vague, esprime il movimento reale, che è puro divenire, senza sosta, attraverso quelle che lui chiama “immagini tempo”, che hanno sostituito le “immagini movimento” del cinema precedente.
Perciò il cinema diventa portatore di un pensiero che, piuttosto che l’eterno e l’universale, cerca il singolare, in ogni istante qualsiasi.
Per cui ci aiuta a pensare la realtà come un gioco di differenze, mentre normalmente la pensiamo in termini di somiglianza, analogia, identità (i concetti di Platone e la logica di Aristotele). In questo modo possiamo pensare la ripetizione stessa come gioco di differenze, facendo “scorrere un po’ di sangue di Dioniso nelle vene organiche di Apollo”.
In parole più semplici significa che anche la ripetizione contiene la differenza, anche l’identità è un processo continuo che non si contrappone alla diversità, ma la contiene. E anche nella ripetizione, nell’identità, c’è sempre la creazione del nuovo.
Abbiamo sottolineato alcuni elementi importanti del cinema italiano non per narcisismo culturale nazionalista e sciovinista, ma esattamente per il motivo contrario: perché ci interessa quello che favorisce l’incontro tra culture, e non quello che divide; le influenze e le contaminazioni reciproche e non la
distinzione e la “purezza”. Perché crediamo che solo da questo possa nascere il nuovo, la creatività originale di cui c’è bisogno per affrontare il futuro, di fronte alla crisi di senso che viviamo.
Ma crediamo anche che il nuovo non possa nascere senza un rapporto fecondo con il passato.
Da molti anni abbiamo dato vita al premio “Il cerchio non è rotondo. Cinema per la pace e la ricchezza della diversità”. Lo abbiamo fatto di fronte alla tragedia della guerra dei Balcani, perché ci sembrava immorale occuparci solo di estetica cinematografica mentre infuriavano l’odio e la pulizia etnica a poche centinaia di chilometri da Venezia. E lo abbiamo fatto per sottolineare la necessità del confronto e dell’incontro tra culture, religioni, etnie e popoli diversi, non solo per la pace, ma anche per la ricchezza della diversità.
Ma questo ci ha insegnato che, perché ci sia ricchezza nel confronto e nell’incontro tra l’Io e il Tu, ci devono essere un Io e un Tu consapevoli di se stessi e del proprio valore. Solo questo può permettere che l’uno riconosca – insieme al proprio – anche il valore dell’altro, e viceversa; con un arricchimento reciproco.
Per questo abbiamo organizzato rassegne e incontri, a Venezia, alla Festa di Roma, ecc., mettendo a confronto il cinema di altri paesi, continenti e culture con il cinema italiano ed europeo.
E abbiamo raccolto cortometraggi e documentari dei giovani italiani ed europei sul rapporto tra identità e diversità, evidenziando le forme di métissage, di contaminazione, tra valori, culture, modi di vivere e di considerare il mondo e la realtà, diversi e lontani tra loro. (Oggi abbiamo un archivio importante di materiali che presto renderemo consultabile online).
L’anno scorso, alla Festa Internazionale del Cinema di Roma, abbiamo organizzato la rassegna Immagini Oltreconfine. Sguardi dal mondo sul cinema italiano, partendo da Good Morning Babilonia dei Taviani (che mostra l’influenza del cinema italiano e dei suoi artigiani su Griffith e il cinema di Hollywood) e
proseguendo con diversi film d’altri paesi e culture variamente influenzati da contenuti, stili e linguaggi del cinema del nostro paese.
Infine, sempre l’anno scorso, abbiamo avviato un’esperienza di produzione e creatività particolari, realizzando il film 41° Parallelo. Viaggio nell’identità, coinvolgendo nel processo creativo e realizzativo centinaia di persone di un’ampia zona del Lazio, un’area di 25 comuni della Provincia di Frosinone.
Questa estate, 41° Parallelo è stato proiettato in varie realtà, e in particolare nelle piazze di decine e decine di paesi dell’area coinvolta nel progetto, suscitando un interesse ed un’emozione crescenti, non solo tra la gente del territorio.
Altre decine di proiezioni sono programmate per l’autunno, anche in alcune università e in altri paesi, sia in Europa che negli Stati Uniti e in Canada.
È un fenomeno significativo, simile per certi versi a quello che sta riguardando il film Il vento fa il suo giro, di Giorgio Diritti: un film realizzato insieme a una comunità occitana delle Alpi piemontesi, che è stato presentato in molti festival e che è in programmazione da più di un anno in un cinema di Milano, promosso soltanto dal “passaparola”.
Vi faremo vedere, in questo seminario, sia il film di Giorgio Diritti, sia il nostro 41° Parallelo.
Noi attribuiamo particolare importanza a questo tipo di esperimenti cinematografici per vari motivi:
innanzitutto perché coinvolgono tante persone “non addette ai lavori” nel processo creativo, produttivo e distributivo, contribuendo a rivitalizzare il cinema e il suo rapporto con il pubblico;
poi perché sono produzioni a basso costo che sviluppano le possibilità espressive di tanti giovani talenti; inoltre perché individuano nuovi canali produttivi e distributivi; infine perché si misurano consapevolmente e direttamente con il tema dell’identità culturale del nostro paese e del rapporto tra tradizione e innovazione, non in astratto, ma in situazioni sociali e culturali concrete, confrontandosi con l’esperienza viva di alcune comunità locali e di tante persone.
Naturalmente, ci interessa molto anche il cinema realizzato attraverso i normali canali produttivi e distributivi, che contribuisce alla riflessione sull’identità semplicemente raccontando storie reali o immaginarie. Anzi siamo convinti che ogni buon film dia, in un modo o nell’altro, un contributo importante a questo tema.
E questo perché ogni autore – più o meno consapevolmente – attraverso ogni film dà una propria personale risposta alle domande fondamentali dell’uomo sul significato della propria esistenza e sulla sua collocazione rispetto agli altri, al mondo e alla realtà.
La visione (e la lettura) di un film, e in particolare di certi film “di arte e di qualità”, non si esaurisce in se stessa ma, come ha scritto Pietro Montani, “ha l’effetto di modificare la nostra comprensione”,… di compiere una “raffigurazione”, … di farci “tornare nel mondo dell’agire e del patire”, cioè nella realtà quotidiana, “rendendolo diversamente (e più autenticamente) comprensibile e abitabile”.
Questo il testo filmico lo fa agendo a vari livelli, di contenuto, di forma, di linguaggio, di stile.
Il punto di vista tematico, che proponiamo in questo seminario parlando del rapporto tra identità e innovazione, è solo uno dei punti di vista possibili, insieme a tanti altri altrettanto importanti.
Ma quest’anno ci preme soffermarci in particolare su questo per i motivi che ho detto all’inizio sulla nuova importanza che assumono oggi questi temi.
Io credo che questo sia anche uno dei motivi del successo ottenuto recentemente da fil molto diversi tra loro, come Il Divo di Sorrentino e Gomorra di Garrone. Entrambi si confrontano - con stili e linguaggi molto diversi, adeguati alla materia trattata – con aspetti della realtà italiana che esprimono elementi tragici della nostra identità, e nello stesso tempo rappresentano forme di lotta per il potere che parlano a tutto il mondo del lato oscuro dell’animo umano.
Credo che questo sia un tratto distintivo del cinema italiano più significativo di questi anni: quello di Crialese, Vicari, Costanzo, Marra, per fare solo alcuni nomi da affiancare a quelli di Sorrentino e di Garrone. E credo che il dibattito che si è sviluppato questa estate, a partire da Cannes, e che si riproporrà qui a Venezia sulla domanda “se il nostro cinema torna ad occuparsi della realtà”, sia più significativo e comprensibile se si legge in termini di identità.
Giustamente ha risposto Crialese alla domanda sulla realtà: “Mi sforzo di vivere il presente, ma fuggo la realtà come la peste, perché sento che la descrizione della realtà per immagini è diventata una menzogna (grazie alla televisione). Credo che il potere del cinema del futuro debba essere quello di trasfigurare la realtà e di renderla metaforica, allegorica, magari astratta, magica, senza nasconderne tutte le contraddizioni”.
E conclude: “Bisogna allontanarsi dallo stile televisivo il più possibile, per ritrovare una precisa identità”. Un’identità che non significa ritorno indietro nel tempo. Al contrario, significa vivere il presente “come qualcuno che sta percorrendo un cammino sconosciuto e si accorge di momento in momento di come cambia il paesaggio”.
Ma – aggiungo io – lo fa portando con sé la consapevolezza delle proprie radici, della propria storia culturale e del loro valore.
Cosa che del resto fa Crialese nel suo cinema, così come gli altri autori che ho citato sopra tra quelli più significativi degli ultimi anni. E altrettanto fanno i film che vi presentiamo in questo seminario, a partire da quelli di oggi e di domani:
Le mani sulla città, di Francesco Rosi
Il vento fa il suo giro”, di Giorgio Diritti
41° Parallelo, opera corale del laboratorio “Identità e Innovazione” diretta da Bruno Lomele e dall’Associazione CinemAvvenire.


