Lunedì 29 Settembre 2008 20:49
PAUL NEWMAN-Il segreto è non prendersi troppo sul serio
Di Daria Pomponio
Un ritratto di Paul Newman all'indomani della sua scomparsa.
Forse è inevitabile che per commemorare Paul Newman - scomparso lo scorso 26
settembre all'età di 83 anni, nella sua casa di Westport, nel Connecticut dove, ormai irrimediabilmente minato dal cancro, si era ritirato per consumare le ultime settimane di vita vicino alla sua famiglia - si tessa l’elogio dei suoi occhi chiari, che lo hanno reso celebre e tanto (inutilmente, data la sua fedeltà alla moglie) corteggiato. Il suo sguardo sbilenco e corrucciato, accompagnato talvolta dal miglior broncio che schermo cinematografico abbia conosciuto dopo quello di Brigitte Bardot, era in realtà assai versatile e ambiguo. Meno fisico nella recitazione rispetto al “rivale” Marlon Brando, Newman aveva il talento di saper recitare soprattutto con il volto, oltre che con dei sottili guizzi, degli scatti nervosi, che riguardavano la postura prescelta per incarnare il personaggio. Pensiamo soprattutto all’aspetto quasi grafico che caratterizza uno dei suoi ruoli più belli, quello di Billy the Kid in The Left Handed Gun (Furia selvaggia, 1958) di Arthur Penn, già western autoriflessivo, cupo, tutto basato sull’esaltazione dell’innocenza e sulla sua fine incombente e violenta.
Spesso Newman ha incarnato l’emblema della giovinezza tradita e disillusa, l’antieroe tipico dell’epoca della contestazione, talvolta giocosamente sfrontato (The Left Handed Gun, Butch Cassidy and the Sundance Kid) talaltra più esplicito ed eversivo, come nel film di Stuart Rosenberg Cool Hand Luke (Nick Mano Fredda, 1967), aspra
denuncia della violenza del sistema carcerario statunitense.
L’attore ha dimostrato insospettabili capacità acrobatiche impegnandosi ora nella danza forsennata, disarticolata e al tempo stesso luttuosa di The Left Handed Gun (replicata nella piroetta che chiude il percorso del personaggio), poi in un’altra coreografia, quella in bicicletta e sulle note di Burt Bacarach in Butch Cassidy and the Sundance Kid (Butch Cassidy, 1969) di George Roy Hill. La sequenza, che lo vede al fianco di Katharine Ross, è emula del cinema slapstick eppure così spontanea, così distante da quel fermo immagine che chiude il film e dà inizio alla leggenda dei due mitici personaggi.
Indimenticabile è poi Newman con le grucce e lo sguardo torvo in Cat on a Hot Tin Roof (La gatta sul tetto che scotta, 1958) di Richard Brooks, o imbarazzato e sornione di fronte alle moine di una giovanissima Melanie Griffith in versione lolita in The Drowning Pool (Detective Harper: acqua alla gola, 1975) di Stuart Rosenberg. Lo ricordiamo inoltre attonito, brutale e beffardo in The Life and Times of Judge Roy Bean (L’uomo dai 7 capestri, 1972) di John Huston, tratto da una strepitosa sceneggiatura di John Milius.
In coppia con Robert Redford, Newman ha dato vita a indimenticabili scorribande, nel già citato Butch Cassidy and the Sundance Kid e nel giocoso The Sting (La stangata, 1973), entrambi di George Roy Hill. Con Lee Marvin, invece, Newman ha recitato in Pocket Money (Per una manciata di soldi, 1972) di Stuart Rosenberg, un buddy-movie scanzonato e senile dove i due ingaggiavano una vera e propria gara di
bravura che li vedeva intenti a de-mitizzarsi e deridersi l’un l’altro. D’altronde, a Newman l’autoironia non è mai mancata, basti pensare che ha messo in burla la sua passione per le corse automobilistiche in una scena cult di Silent Movie (L’ultima follia di Mel Brooks), dove, dotato di sedia a rotelle aerodinamica, il nostro sfrecciava nel giardino di una casa di riposo per anziani, con alle calcagna il regista e il grande Marty Feldman.
Probabilmente è proprio l’ironia la caratteristica più spiccata di questo interprete del miglior cinema americano post-classico; Newman, infatti, che interpretasse uno spaccone o un fuorilegge, un detective o il personaggio di un dramma di Tennessee Williams manteneva sempre quell’espressione ironica, ora innocente ora ammiccante, e poi illuminava la scena con un sorriso demistificatorio e fuorviante. Mai sopra le righe, Newman si approcciava ai personaggi regalando loro qualcosa della propria personalità, senza abbandonarsi all’ossessione mimetica. Questa caratteristica lo rendeva in fondo “simpatico” anche quando (non troppo spesso, a dire il vero) interpretava ruoli da villain.
Dopotutto Paul Newman ha frequentato l’Actor’s Studio e l’appartenenza alla storica scuola di Lee Strasberg emerge in ogni sua interpretazione. A differenza però di alcuni suoi ex-compagni di classe, Newman non eccedeva mai nella gestualità, conservando quella sobrietà e riservatezza che sono stati la chiave del suo percorso fuori e dentro lo schermo. Sposato per ben 50 anni con l’attrice Joanne Woodward, Newman non ha mai fatto parlare di sé o del proprio privato, neanche quando è stato colpito da gravi lutti familiari. Sensibile filantropo, l’attore si è dedicato a sostenere i bambini affetti da gravi malattie e ha fondato un centro per la prevenzione all’abuso di sostanze stupefacenti, in seguito alla morte per overdose, nel 1978, del suo unico figlio maschio, Scott.
Il riconoscimento da parte dell’Academy è avvenuto, come per molti altri talenti hollywoodiani, soltanto in età matura,
quando con The Color of Money (Il colore dei soldi) di Martin Scorsese ha stracciato un imberbe Tom Cruise, e non solo sul tavolo da biliardo.
La vecchiaia è stata forse meno generosa di ruoli di spicco: lo ricordiamo al fianco della moglie nel compassato Mr. and Mrs. Bridge di James Ivory (1990), vecchio burbero in Nobody's Fool (La vita a modo mio, 1994) di Robert Benton, padre
di Kevin Costner nel brumoso mélo Message in a Bottle (Le parole che non ti ho detto, 1999) di Luis Mandoki. Il suo ultimo ruolo “in carne e ossa” è stato per Road to Perdition (Era miopadre , 2002) di Sam Mendes, mentre l’ultima performance è quella, soltanto vocale, per il film della Pixar Cars (2006). Forse però gli unici a scommettere ancora sulla sua versatilità, la sua capacità di mettersi in discussione e il suo talento sono stati i sempre lungimiranti e arguti Joel e Ethan Coen, che lo hanno calzato in un elegante panciotto e armato di vistoso sigaro nel geniale The Hudsucker Proxy (Mister Hula Hoop, 1994).
Newman è stato inoltre anche un valido regista, specie quando ha incentrato i propri lavori su personaggi femminili dolenti e soffocati da malsani rimpianti, interpretati con maestria dalla Woodward. Rachel, Rachel (La prima volta di Jennifer, 1968), The Effect of Gamma Rays on Man-in-the-Moon Marigolds (Gli effetti dei raggi gamma sui fiori di Matilde, 1972) e l’ultimo film da lui diretto The Glass Menagerie (Lo zoo di vetro, 1987), sono esempi di talento e misura, sia dal punto di vista della messa in scena che delle eccellenti performance attoriali.
Con Paul Newman se ne va una delle ultime star hollywoodiane, è vero, ma il suo lascito è corposo, non ci possiamo lamentare, l’attore l’ha devoluto alla solida causa della Storia del Cinema e dei suoi, oggi affranti, spettatori.


