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Giovedì 11 Gennaio 2007 13:00

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Gianni Toti-Addio a un poetronico

In memoria di Gianni Toti

Gli effetti sono le minime unità del linguaggio elettronico
Gianni Toti

Parrebbe essere passata sotto silenzio la morte, appena due giorni fa, di Gianni Toti. Pochi accenni degli organi di stampa, un rapido e fugace comunicato dell’ANSA; non molto di più ha accompagnato la dipartita di un autore oltranzista e autarchico come non se ne vedono più molti in giro.
Già, oltranzista e autarchico: due termini che potrebbero far facilmente intuire il perché del silenzio mediatico. Non era uomo particolarmente amato dai media, Toti, forse per la sua innata propensione a dissezionare il medium (nel senso di messaggio), frammentarlo, ricondurlo a un’esperienza personale che era fiera, a tratti persino altezzosa, ma capace nei suoi istinti più alti di evidenziare le crepe della contemporaneità affidandosi alle prospettive strappate e divaricate della memoria.
Difficile affrontare il cinema di Gianni Toti senza prima cercare di sviscerare, almeno in minima parte, la storia della sua vita: partigiano nella guerra contro i nazi-fascisti, cronista per conto de «L’Unità» e «Vie Nuove» e poi saggista, scrittore, poeta (fu sua l’idea della rivista «Carte segrete», intorno alla quale gravitarono alcune delle menti più brillanti della militanza politica del periodo). Toti è stato un comunista dichiarato: anzi, la fede politica che lo accompagnava e guidava nel suo perigrinare per il mondo (diversi viaggi in Sudamerica, soprattutto, dove aveva avuto modo di seguire da vicino i movimenti per la Deconquista, stringendo amicizia con Salvador Allende, Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara), l’aveva ribattezzata Cosmunismo, per rendere ancora più evidente l’urgenza globale di una politica che ragionasse più da vicino sull’uomo e sulla vita.
L’interesse per il video, sviluppatosi in maniera decisa durante gli anni Ottanta, non era certo il primo rapporto avuto con il cinema: aveva partecipato ai "Cinegiornali liberi" voluti da Zavattini tra il 1968 e il 1969, e aveva già messo mano a due lavori per il cinema – e il mondo del cinema, (in)consciamente, non li volle, colto alla sprovvista o forse semplicemente terrorizzato. Il primo è ...e di Shaùl e dei sicari sulla via di Damasco, cui seguì Alice nel paese delle cartaviglie: due tentativi di proporre un’idea di cinema che esulasse dalla prassi istituzionale senza sconfinare nel campo puro – e proprio per questo a tratti respingente, magmatico, indistinto – dell’avanguardia. Coniugare l’istituzione con la cinefagia underground, dunque. Inutile sottolineare come sotto questo punto di vista i due film restano come ipotesi fallimentari, utopie impossibilitate a concretizzarsi. Se si ha però l’occasione di reperirli – operazione tutt’altro che facile – si ha l’opportunità di aprire gli occhi su un’istanza cinematografica aliena, a tratti fortemente scorbutica, distante, personale fino al parossismo, cocciuta. Cinema che forse paga con eccessiva crudeltà il peso degli anni trascorsi, ma che sarebbe un errore non cogliere nella sua prerogativa di “rottura” con il sistema e di assestamento su posizioni altre a quelle solitamente abitate dal cinema.
Ci si è chiesti più volte quale sia stato il ruolo realmente coperto da Gianni Toti nei suoi ottantadue anni di vita: cineasta, poeta, filosofo o videoartista? Interrogativo che si pongono anche Marco Maria Gazzano e Sandra Lischi; il primo arriva anche a chiedersi se possa bastare la crasi proposta dallo stesso Toti, Poetronico. Poeta dell’elettronica, dunque, o elettronica della poesia? Quel che è certo è che nel suo lavoro più che ventennale sul video, Gianni Toti non ha operato una scelta tra narrativa e anti-narrativa, non ha sposato le derive della docu-militanza, non si è affidato all’arma sicura della messa in scena tradizionale. Cogliendo, come già altri avevano fatto prima di lui (un nome a caso? Guy Debord), le movenze di un mondo sempre più teso alla stratificazione dell’immagine e all’accumulo di frammenti visivi, Toti ci ha letteralmente bombardato di riprese, suoni, colori.
Le sue opere video sono traboccanti di segni e simboli che, ricondotti all’esterno, nella civiltà nella quale ci troviamo, diventano vere e proprie schegge impazzite di poetica militante. Non tutto torna, all’interno della carriera di Toti, ma è impossibile non spalancare la bocca e ammutolire di fronte alla potenza strabordante delle immagini e delle assonanze (ma spesso in realtà Toti, poeticamente, procede sfruttando la paronomasia, l’ossimoro e la sinalefe) che il suo (anti)cinema mette in mostra.
In questa critica brutale e priva di accomodamenti all’Occidente, alle deformazioni della contemporaneità e all’abuso delle pratiche civili, le due opere che riescono a fotografare con maggior precisione la scelta estetica di Toti rimangono Planetopolis, angosciante viaggio nel mondo/mostro che si andava all’epoca (1993) profilando e che ora è, terribilmente, realtà, e Tupac Amauta, inno a un mondo morto (morente?) ma forse destinato, come l’Araba Fenice, a un’eterna rinascita da sé.
Gianni Toti è stato, come Artavadz Peledžan, Chris Marker e Paul Garrin, un uomo con la macchina da presa: ha intrapreso, nel corso della sua esistenza, un lungo Vertoviaggio - come lo chiama Sandra Lischi – attraverso il quale ha cercato di dare parola e immagini alla vita, al senso della vita, al progredire continuo e inarrestabile. In questo, più che in altre cerebrali esposizioni di sé, è stato seriamente un poeta del materiale elettronico, dell’audiovisivo, dell’oggi.
Non molti, almeno a ridosso della sua morte, sembrano volerne cogliere seriamente il senso di questa perdita; eppure siamo certi che, quando ci si sarà realmente resi conto di cosa abbiamo perso con l’addio di Gianni Toti, potrà iniziare la danza (volgarmente poetica, a suo modo) delle lacrime di coccodrillo.
Noi preferiamo concludere questo pezzo post-mortem (un post, come quello del cinema di Toti, che presuppone inevitabilmente un pre da ricordare, smembrare e analizzare) con le parole di Dziga Vertov:

Noi siamo stati i primi a fare dei film a mani nude, film forse rozzi, sconnessi, senza magnificenza, forse con alcuni difetti, ma cionondimeno opere necessarie, opere indispensabili, rivolte alla vita e richieste dalla vita