Regia
Glendyn Ivin
Sceneggiatura
Mac Gudgeon
Fotografia
Greig Fraser
Montaggio
Jack Hutchings
Scenografie
Jo Ford
Costumi
Jodie Fried
Musiche
Paul Charlier
Interpreti
Hugo Weaving, Tom Russell, John Brumpton, Sonia Suares, Kelton Pell
Produzione
Talk Films, Screen Australia, Film Victoria, South Australian Film Corporation, Adelaide Film Festival
Distribuzione
Content Film International
Nazione
Australia
Anno
2009
Durata
100 min.
Caratteristiche tecniche
35mm - Colore
Venerdì 23 Ottobre 2009 10:51
Last Ride
As seen through a child
Di Simone Moraldi

Padre e figlio in fuga da un passato ignoto, un rimosso narrativo che trasfigura sullo schermo nella straniante quotidianità dei protagonisti.
Un uomo. Espressione stravolta, capelli lunghi, sporchi, abiti logori. Si osserva in uno specchio. Si taglia i capelli, si getta dell'acqua sul viso. Esce, barcolla fino a un tavolo al quale, dinanzi a due sandwich, siede un bambino, capelli lungi, lisci, occhi celesti, carnagione bianchissima. La stessa che vedremo sfavillare tra le lievi onde delle torbide acque lacustri nel quale ha luogo la prima, e unica, lezione di nuoto che Kev, vissuto ex-galeotto in fuga dal suo passato, impartisce a Chook, il suo giovane compagno di viaggio. Chook è suo figlio. Lo abbiamo scoperto molto presto, ci è bastato assistere al primo sguardo, al primo dialogo tra due attori tra i quali si instaura fin da subito un’intimità. Neanche Kev si siede al tavolo che suo figlio, all’improvviso, vomita nel piatto. Titoli di testa. Fin dalla prima, piuttosto disturbante scena di questo Last Ride, presentato in Concorso nella sezione Alice nella Città della 4ª edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, sorge la domanda che per tutto il corso del film accompagnerà noi spettatori: ma chi sono questi due, padre e figlio, seduti in una gelida mattina in un malmesso bar su una delle strade statali che fendono la distesa, inondata di luce e senza contorni, dell'imponente deserto australiano? Cosa è accaduto nel loro passato? Dov'è la donna che manca alla ricomposizione di questo nucleo familiare? E soprattutto, quali sono le ragioni alla base della foga distruttrice di Kev che, come preda di un odio inesauribile verso il mondo intero, sfoga la sua rabbia indomita contro chiunque gli capiti a tiro, figlio compreso?
Last Ride, tratto dall’omonimo romanzo di Denise Young, si configura, evidentemente, come l'esplorazione del rapporto tra un padre e un figlio attraverso un modo narrativo di ricostruzione progressiva del passato, caratterizzato da un ritmo placido, dai dialoghi radi e ricco di tempi morti. Uno stile che si mantiene perlopiù coerente nel corso del film che si concede davvero pochi eccessi di tono rispetto alla sostanziale rarefazione del linguaggio e rispetto allo strenuo minimalismo recitativo che caratterizza anche le scene più dure. Una scelta ritmica che immaginiamo forte nell'impianto estetico di Glendyn Ivin, regista del film, già Palma d'Oro a Cannes nel 2003 con il cortometraggio Cracker Bag. Non è casuale: vi riconosciamo in effetti una serie di tratti distintivi che non di rado sono presenti nelle autorialità più rigorose e negli esordi più blasonati che vediamo sfilare sulla Croisette. Con uno spirito border-line che ricorda il mito della fuga magistralmente tratteggiato da un film che propone elementi tematici in comune, Into the Wild di Sean Penn, e con uno spirito decadente che riprende il mito della progressiva autodistruzione di un film come Thelma & Louise, i due viaggiatori condividono, nella gioia e nella sofferenza, i seimila chilometri di deserto sud-australiano percorsi nel corso della realizzazione del film. Un viaggio che il regista ha
voluto percorrere veramente, con un grosso dispendio di energie e risorse economiche, forte dell'idea che per realizzare un road movie degno di tale nome è assolutamente necessario vivere davvero le avventure che si vogliono raccontare. Un viaggio in posti incredibili, scorci di contemplazione naturalistica perfettamente in sintonia con il compassato, quasi ipnotico andamento ritmico, come ad esempio l'affascinante distesa bianca, probabilmente un duro strato minerale coperto da un sottile velo d'acqua che scivola al soffiare del vento, che i due percorrono a bordo di una jeep.
La costruzione dei personaggi è uno dei pregi di Last Ride. Kev, un criminale efferato in grado di uccidere a mani nude un amico in un imprecisato rimosso che precede il dipanarsi degli eventi narrati, un tipaccio con il vizio di importunare le frequentatrici di ogni bar e di mettere le mani addosso a chi pretende un ordinario rispetto, ma allo stesso tempo un padre affettuoso, rude e irresponsabile, istintivo e passionale. Una maschera sapientemente indossata da Hugo Weaving, che forse i nostri lettori ricorderanno nei panni dell'indomito agente Smith nella trilogia The Matrix, ma a stento riconosceranno dietro una fitta coltre di rughe, una capigliatura folta e disordinata, una lunga barba incolta e una partitura di gesti straordinariamente mimetica. Weaving dà prova di una buona capacità di
studio del personaggio nei suoi minimi dettagli, di una capacità di stratificarne i gesti fino a restituire tutto il peso di questo rimosso irrecuperabile che Kev sembra aver impresso sulla faccia e in ogni movimento goffo, altalenante, invadente, violento eppure profondo e seducente. D'altra parte, anche il piccolo Tom Russell non gli è da meno: attorgiovane di belle speranze, il piccolo riesce a restituire tutta la complessità del suo personaggio, grazie anche a dei dialoghi sempre molto misurati e non scontati, fin quasi addirittura a ricadere in una caricatura del bambino innocente e ignaro. Sembra quasi rivedere a tratti, con un bel salto, il piccolo Pricò di I bambini ci guardano, con tutta l'ingenuità che costruire oggi, un personaggio risalente al 1942 potrebbe comportare. L'amore di Kev per Chook si mostra in un modo del tutto diverso: attraverso un dialogo che Kev cerca di render paritario fino a dei parossistici eccessi; attraverso la condivisione di una quotidianità che, facilmente, tanti film più convenzionali avrebbero voluto condivisi con qualche compagno di bevute o di spinelli, “tenendo fuori i bambini da tutto questo”; attraverso un perverso meccanismo di delitto e di colpa che Kev esercita costantemente su Chook. Un rapporto
talora violento, che nel complesso scenico di Last Ride si sublima in un’atmosfera che vira tanto meno al drammatico e tanto più al grottesco, al sublime. La caricatura è, in tal senso, un confine molto labile che Irvin percorre lungo il corso di tutto il film e smussa con la misura che riesce sapientemente a conferire al tono del suo film.
Un’analisi a parte merita l'impianto narrativo. Sembra quasi che Last Ride sia raccontato interamente dal punto di vista di Chook: se gran parte delle informazioni di rilievo che potrebbero contestualizzare gli eventi vengono eclissate, la sua presenza ai fatti esplicitamente mostrati è costante. Inoltre, accade spesso che Kev, in preda ai suoi cinque minuti di ordinaria follia, se ne vada per conto suo, lasciando Chook da solo; in questi momenti, condividiamo con il bambino i lunghi tempi morti di attesa del ritorno del padre, che solo a sprazzi vediamo intento ai suoi giri. Come accade nella scena dell'Afghan Heritage Museum, quando Chook fa la conoscenza di una giovane musulmana venuta a pregare nel luogo dove i due fuggiaschi si erano rifugiati. Allo stesso modo, nella scena in cui conosciamo Maryanne, l'ex-fidanzata di Kev ancora profondamente attratta da lui, siamo in presenza di Chook finché suo padre non gli impartisce di allontanarsi; allora, dopo averci mostrato un primo approccio sessuale tra i due, la camera esce di casa insieme a Chook, per riavvicinarvisi solo quando il bambino si affaccia dalla finestra e sente i gemiti e i rumori che testimoniano inequivocabilmente dell'amplesso in corso. La sua reazione è imbarazzata e discreta, la sua fretta di allontanarsi è quella di chi ha la sensazione di essere di troppo. Questa scelta di focalizzazione fa sì che il film inizi in media res, nel bel mezzo di quella che poi scopriremo essere la fuga del protagonista dal suo vissuto. Un passato per la cui comprensione non abbiamo, in primis, elementi chiarificatori; a gettare luce sul rimosso operato dalla narrazione è lo svolgersi del film, il dipanarsi della vicenda, i dialoghi e i silenzi, costellati ora dagli sporadici e frammentari scorci di memoria costituiti dai sogni di Chook, ora dal contatto quotidiano di Kev con scomodi pezzi di una vita troppo bruscamente spazzolata sotto un tappeto. Il vissuto pregresso dei due protagonisti resta, dunque, avvolto fin quasi alla fine da un'aura di mistero. Questa adesione così strenua al punto di vista di Chook, un espediente sempre più raro nel cinema in una declinazione così rigorosa, non è forse originale ma fa sì che, a noi spettatori, la scoperta dell’esistenza di un nucleo rimosso che si colloca alla scaturigine di tutte le azioni lasci un senso di smarrimento. Come dinanzi alla vertigine che dà il confronto con un universo spazio-temporale molto più ampio di quanto il mero scorcio di vita che ci viene mostrato, per quanto denso di avvenimenti, possa darci a vedere.




