


Domenica 29 Ottobre 2006 13:00
Korean Film Week-Alla scoperta di un cinema in crescita
Di Rudy Rigutto
Una esaustiva rassegna del meglio del nuovo cinema coreano
Il cinema coreano oggi sorride. Fino agli anni ’80 al di fuori dei confini nazionali risultava “non pervenuto”. Ora può vantare: film come Ferro 3, Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora primavera, Old Boy, Lady Vendetta, Oasis, Ebbro di donne e di pittura; un parco registi tra cui Kim Ki-duk, Park Chan-wook, Lee Chang-dong, Hong Sang-soo; una collezione di premi internazionali vinti in festival come Cannes, Venezia, Berlino, Vancouver, Rotterdam (anche l’ultimo FarEast Film Festival è stato vinto da un film coreano, Welcome To Dongmakgol). Può vantare l’organizzazione di più festival internazionali (il festival di Pusan, quello di Puch’ôn, quello di Ch’onju), un mercato interno florido (sempre più biglietti venduti) e redditizio per i propri prodotti: è un film di casa infatti, The King and the Clown, film in costume di Lee Jun-ik del 2005, a detenere il record d’incasso nella storia del cinema coreano, più di 12 milioni di biglietti venduti, in una nazione di 48 milioni di abitanti; e dietro a lui si pongono altri film fatti in casa, capitanati dall’agguerrito (perché ancora nelle sale e dunque in guadagno) The Host di Bong Joon-ho.
L’anno in cui é avvenuto il cambio di rotta per alcuni é il 1995, in cui é avvenuto un boom degli incassi, per altri é il 1999, l’anno di Shiri. Il film di Kang Je-gyu, un thriller alla Luc Besson, é stato soprannominato “l’iceberg che affondò il Titanic”, perché umiliò nel boxoffice nazionale il filmone americano. Può essere considerato il primo vero blockbuster coreano: alto budget produttivo e alti incassi. Soprattutto, può essere considerato il film che fece definivamente uscire dall’emarginazione nel mercato estero il cinema coreano: riuscì infatti a raggiungere per la prima volta il milione di spettatori in Giappone.
Molto apprezzati in suolo amico, sempre più apprezzati all’estero, i film coreani sono il frutto del bel rapporto che oggi i coreani hanno colla Settima Arte. Amano il cinema: non solo vanno più spesso in sala, ma comprano riviste, DVD, frequentano scuole di regia, di recitazione. La cinemania in quell’angolo di Asia sta impazzando. In sostanza, il cinema della Corea del Sud è diventato una realtà forte e importante. E la rassegna della Sala Trevi su di esso è un’ottima occasione per conoscerlo. Dal 22 al 29 ottobre, questa rassegna ha permesso di apprezzare 15 film di 15 registi differenti, dai più noti Kim Ki-duk, Park Chan-wook ai nuovi talenti Bong Joon-ho, Yoo Ha, E J-yong.
Un po’ di titoli rappresentativi. Untold Scandal, il più grande incasso coreano di tutti i tempi per un primo weekend di uscita. Terzo lungometraggio di E J-yong, è una raffinata trasposione del romanzo Les Liaisons dangereuses di Choderlos de Laclos, già più volte affrontato dal cinema occidentale. Chunhyang, del maestro coreano Im Kwon-taek, classe 1936. Nomination alla Palma d’Oro al Festival di Cannes del 2000, vincitore di 4 festival internazionali, questo dramma in costume è stato il primo film coreano ad andare in concorso a Cannes, e ha riscosso un apprezzabile succeso commerciale anche in USA.
Dopo due storie d’amore ambientate in un colorato passato, ecco il cupo e drammatico JSA, splendido film di Park Chan-wook pre-trilogia della vendetta. Questo thriller giudiziario-militare, ambientato ai giorni nostri, ruota intorno alla “questione” coreana, la tensione sempre alta tra le due Coree. Partendo da due omicidi, il regista di Old Boy fa l’equilibrista e crea in un colpo solo un giallo, un film politico, un film sull’amicizia e una riflessione sull’assurdità della guerra. Gemma.
Altro film politico é The President’s Last Bang, presentato a Cannes 2005. Racconta la giornata del 26 ottobre 1979, quando il presidente della Repubblica di Corea Park Chung-hee venne assassinato in circostanze misteriose. Il tono del regista Im Sang-soo é ironico, ma ciononostante (o forse proprio per questo), il figlio di Park Chung-hee lo ha portato in tribunale, per rovina dell’immagine del padre. 4 minuti della pellicola sono stati quindi censurati. Im Sang-soo ha preferito lasciare i quattro minuti di schermo nero dove la scena è stata tagliata.
Tutt’altra musica é The Foul King di Kim Jee-woon, storia di un imbranato lottatore di wrestling. È un film che in Italia piace: vincitore dell’Audience Award al FarEast Film Festival del 2001 e vincitore del premio per la miglior regia al Festival Internazionale di Milano dello stesso anno. Ed é apprezzato non solo in Italia in realtà, su IMDB la media voto su 300 voti é più di 7, e l’ultimo commento é un esaustivo “Your face will hurt from smiling”.
Memories of Murder é l’opera seconda del promettente Bong Joon-ho. Sintetico modo di presentarlo: un giornalista di "Empire" nella sua recensione ha gridato “forse il miglior film su un serial killer mai realizzato”.
Birdcage Inn, del 1998, è uno dei primi film di Kim Ki-duk. Il regista oramai non ha più bisogno di presentazioni. Questo suo film è interessante non solo per la qualità ma anche perché vi si riscontrano tematiche e personaggi che il prolifico autore riprende spesso: prostitute, famiglie disagiate, il sesso.
Turning Gate, storia intimista di un attore di insuccesso, permette di conoscere Hong Sang-soo, il regista che ha vinto il gran premio al Vancouver International Film Festival, il Rotterdam Film Festival e il premio come miglior regista esordiente all’Asia-Pacific International Film Festival col suo film d’esordio The Day a Pig Fell Into the Well. Come dimostra anche JSA, i più bravi filmakers coreani sanno far cinema fin da subito. Conferma questo anche l’ultima gemma della rassegna, Peppermint Candy, racconto di una vita fatto a ritroso e con continui giochi temporali a livello di narrazione. È il secondo film di Lee Chang-dong, il vincitore nel Premio speciale per la regia al Festival di Venezia 2002 con Oasis.


