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Martedì 31 Agosto 2004 13:00

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Testimoniare LE verità

La produzione documentaria dei due registi spagnoli

Il binomio Rioyo/Lòpez-Linares con la loro casa di produzione (la Cero en conducta, dal film di Jean Vigo) ha prodotto numerose opere documentarie tra cui le tre presentate alla 40ª Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.
Autori di un cinema fortemente ancorato al sociale e alla storia, i due fanno luce su alcuni temi fondamentali dell’ultimo secolo: l’omicidio di Leon Trotsky, la Guerra Civile Spagnola e l’enigmatica figura del geniale regista Luis Buñuel.
Se nell’altro omaggio di Pesaro 2004, quello a Thom Andersen e Travis Wilkerson, si è intuito facilmente l’uso quasi didattico che i due fanno del cinema, è altrettanto facile accorgersi che i due registi spagnoli si trovano su posizioni assolutamente antitetiche rispetto ai colleghi americani: per loro "il cinema si fa a colpi di bugie" (parola di Javier Rioyo), perché la verità è inaccessibile anche al cinema.
I due, dunque, dichiarano apertamente la parzialità del proprio discorso cinematografico, attentando a quella spudorata bugia secolare che ha fatto del documentario, da Flaherty in poi, lo specchio fedele della realtà.

In Asaltar los cielos (1996) va in scena una delle punte più basse mai raggiunte dallo stalinismo: l’omicidio nel 1940 in Messico di Leon Trotsky, ex-capo dell’armata rossa ora rifugiatosi nel paese centro-americano; usando vario materiale d’archivio e compiendo numerose interviste a persone invischiate nella faccenda, i due registi spagnoli fanno luce su questo buio capitolo della storia moderna.
Il colpevole di questo ignobile omicidio, compiuto colpendo Trotsky alle spalle con un piccone, è il cittadino spagnolo Ramon Mercader, agente del KGB con il nome di Jacques Mornard, scelto da Stalin in persona per portare a termine il suo desiderio di vendetta per il fin troppo scomodo ed ingombrante rivale.
Arrestato subito dopo l’omicidio, e abbandonato dall’Unione Sovietica, Mercader passa 20 anni in carcere da cui uscirà nel 1960: ad aspettarlo all’aeroporto ci sarà un aereo diretto a Cuba, in quanto Fidel Castro deve un favore alla Grande Madre Russia e i dirigenti del partito comunista sovietico sono troppo codardi per ringraziare subito Mercader e preferiscono far calmare le acque.
Solo in un secondo momento potrà tornare in URSS dove Stalin in persona lo farà "Eroe dell’Unione Sovietica": Mercader, il quale è sì un criminale ma in fondo è anche un uomo, non si sente per niente un eroe e decide di ritornare a Cuba dove morirà nel 1974.
A propósito de Buñuel (2000) ci offre un ritratto di un personaggio di ben altro spessore: il regista Luis Buñuel e la sua particolarissima parabola artistica.
A questo punto, però, è doveroso aprire una parentesi critica: continuando il paragone con Thom Andersen e Travis Wilkerson, seppur mossi da differenti "missioni", le opere del duo spagnolo sono in gran parte modellate per una fruizione da parte del vasto pubblico (perfino quello televisivo), mentre per i due americani l’invisibilità dei propri lavori è quasi volontaria (logico che per prodotti non commerciali è comunque difficile da trovare un distributore disposto ad un suicidio economico per distribuire suddette pellicole).
Questa accessibilità universale dichiarata porta Rioyo e Lòpez-Linares a rendere esplicito ogni dettaglio: questo sacrificio in nome di una narrazione il più possibile omogenea rende le loro opere sprovviste di quel quid lasciato intendere e non detto che potrebbe infondere, nei loro lavori, un interesse maggiore.
Questo difetto è particolarmente evidente nel documentario su Buñuel: ed in questo caso, trattandosi di un film su di un regista tra i più geniali ed originali della storia del cinema (uno che non faceva sconti a nessuno e, per questo, non lesinava a farsi dei nuovi nemici) risulta assai fastidioso; anche se, va detto, che non mancano degli aspetti interessanti, come l’uso di molto materiale d’epoca, perlopiù inedito, sulla vita del regista spagnolo.

Discorso a parte lo merita Extranjeros de sí mismos (2001), l’opera sicuramente più riuscita del duo.
Un documentario che rivanga il periodo più triste per l’Europa, la tanto democratica e civilizzata Europa, e per la Spagna in particolare: la guerra civile spagnola, classico esempio di guerra moderna dove le maggiori perdite sono segnalate tra i civili.
L’opera presenta le varie fazioni in lotta, giovani di tutta Europa che per denaro o per ideologia hanno combattuto fino all’ultimo sangue: in essa trovano spazio eroismo e viltà, ideali romantici ed ignobili perché, del resto, da che mondo è mondo la guerra ha offerto sempre il peggio (o il meglio) dell’umanità.
L’inizio, con in sottofondo la deprecabile marcia fascista Faccetta Nera, è dedicato alle truppe volontarie italiane mandate da Mussolini in aiuto di Francisco Franco, il generale che diede inizio alla guerra civile: 80000 soldati , perlopiù fascisti o mercenari, affamati di sangue e convinti di combattere per la civilizzazione cristiana della Spagna (inizialmente anche il papa di allora, Pio XII°, appoggiò le forze di destra contro la minaccia comunista).
I reduci, poche decine di vecchi incartapecoriti, ogni anno si ritrovano in Spagna per rievocare le loro "imprese": ancora convinti di essere nel giusto ripresentano il saluto fascista perfino, e questo è veramente scandaloso, in una cattedrale insieme ad un prete che officia una messa in ricordo di alcuni religiosi uccisi dai comunisti.
Questo non significa credere in qualcosa, significa sputare in faccia ai milioni di morti della seconda guerra mondiale.
Nel documentario ci sono anche degli interventi dei reduci dell’altra fazione in lotta, i comunisti delle Brigate Internazionali: fra di loro c’erano molti operai e contadini che persero la guerra ma erano andati in Spagna credendo in quello che stavano facendo.
Per molti di loro l’idealismo è finito quando hanno scoperto di esser stati manipolati: in una guerra condotta praticamente senza mezzi la sconfitta era più che prevedibile e quindi la sensazione di esser stati solamente mandati al macero è forte.
Qualcuno dichiara soddisfatto di essere andato là perché antifascista e per questo cercava di uccidere più fascisti possibili; altri rimasero allibiti quando ci fu il bombardamento tedesco sulla città basca di Guernica (immortalato in un celebre dipinto di Pablo Picasso) entrato nella storia anche per esser stato il primo bombardamento ai danni della popolazione civile.
Nel documentario c’è anche spazio per un chiarimento storico di grande importanza: anche la Spagna diede il suo contributo alla causa nazi-fascista durante la seconda guerra mondiale e lo fece inviando 40000 militari che combatterono per Hitler nella campagna Russa.

Il grande pregio di quest’opera è sicuramente quello di aver rappresentato un quadro dettagliato sulle varie fazioni ed ideologie scontratesi nella guerra civile spagnola: per qualcuno il fallimento è stato così grande che ora si rifiutano di parlare; alcuni affermano che Dio era con loro; altri sono rimasti disillusi; c’è chi ancora crede e chi non ha mai creduto.
Lo specchio di una generazione che, sconfitta o vincente, ha sicuramente segnato profondamente la storia del nostro continente.

 

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