

Regia
Noël Burch e Thom Andersen
Sabato 28 Agosto 2004 13:00
Red Hollywood
Etica hollywoodiana al tempo della Guerra Fredda
Di Daria Pomponio

Un documentario didattico sulla caccia alle streghe e su come è stato stroncato sul nascere il "neorealismo" made in USA., in nome di una frenesia ultraprotettiva dell’americano medio, al quale certe cose era meglio non farle sapere
Da sempre Hollywood – come d’altronde l’intera società statunitense – trae la sua linfa vitale da un incrocio di questioni politiche, strategie economiche, culturali e, soprattutto, morali. È su queste ultime che si basava il famigerato codice di autocensura ideato dal presbiteriano Will Hays, che aveva compilato i suoi comandamenti secondo un’etica dell’estetica dagli effetti rigidamente censori, ma necessaria a restituire sicurezze allo spettatore medio negli anni della guerra fredda. A partire dal secondo dopoguerra si sviluppa inoltre una fobia antisovietica da cui scaturisce un’ondata persecutoria che passa al setaccio l’industria hollywoodiana e colpisce coloro che, magari per il semplice fatto di affrontare temi di rilevanza sociale, venivano accusati di attività antiamericane. Sono gli anni delle famigerate liste nere: una serie di inchieste e processi sono indetti per scoprire la presenza dell’ideologia comunista nei film hollywoodiani e dieci tra cineasti e sceneggiatori vengono condannati, ma a molti di più sarà stroncata la carriera. Un perverso meccanismo di sospetto e delazione giace alla base del sistema autorappresentativo americano, proprio nel corso di quella che sarà sempre considerata l’età dell’oro statunitense: i favolosi anni ’50. Questa immaginaria epoca dell’innocenza, immortalata nei colori accesi del technicolor, in immagini di sorridenti pin-ups in bikini a quadretti, di automobili lucide parcheggiate ai drive-in, è stata in verità un periodo buio denso di angosce e timori per il diverso, espressi perfettamente in tanta fantascienza di serie B coeva e ancora da pellicole recenti come Edward mani di forbice o Velluto Blu.
Il maccartismo e le liste nere di Hollywood sono brevissimi paragrafi su una qualsiasi storia del cinema, poche righe e alcuni nomi: Dalton Trumbo, per esempio, o anche Edward Dmytryc, che non evocano nel lettore alcuna immagine nota. Il merito principale del documentario Red Hollywood di Thom Andersen e Noël Burch è proprio quello di fornire un adeguato corredo di motion pictures a quel paragrafo misterioso e privo di corredo fotografico.
Red Hollywood si apre con un menù a 7 voci, "myths," "war," "class," "sexes," "hate," "crime," "death"; si tratta di una dichiarazione programmatica forte, che sembra preludere a quella struttura cui Noël Burch ci ha già abituato nel suo celeberrimo volume Prassi del cinema. L’inarrestabile progressione dialettica di questo testo fondamentale, trae origine e si rigenera continuamente da un’ipotesi dichiarata con forza e poi sviluppata secondo esempi che ne confermano i presupposti. Ma, nonostante Burch firmi la sceneggiatura e la coregia di Red Hollywood, questo menù d’apertura, con la sua rigida suddivisione in capitoli, blocca ogni sviluppo, e lascia un persistente sentore di didatticismo, troppo schematico perché la denuncia sia efficace – e d’altronde sarebbe piuttosto tardiva -, troppo rigido per provocare il piacere cinefilo. La cinefilia è anzi programmaticamente negata e sostituita da un intento storico-informativo, dal momento che oltre al castrante menù, i 53 film da cui sono estratte le clips esemplificative, ad eccezione di Johnny Guitar e Giungla d’asfalto non sono riconoscibili allo spettatore, né effettivamente sono dei capolavori. Il documentario cita infatti non senza una certa autoironia, una celebre frase di Billy Wilder a proposito dei cineasti colpiti dalle liste nere: "Of the ten, two had talent, the others were just unfriendly".
Red Hollywood procede alternando frammenti di pellicole con interviste ai rispettivi registi e sceneggiatori, mentre fa largo uso di una voce narrante esplicativa che funge da collante per i diversi materiali. Nel paragrafo sul mito, il montaggio alterna ironicamente inquadrature di John Wayne (il conservatore anticomunista per eccellenza) che accusa un imputato nella pellicola Big Jim McLain, con immagini del reale processo contro lo sceneggiatore John Howard Lawson, che si difende dall’accusa di antiamericanismo. Nella sezione "war" possiamo vedere le immagini dell’unico film hollywoodiano sulla guerra di Spagna: Blockade (1938, scritto da Lawson), mentre di particolare interesse è il capitolo sulle lotte di classe, dove scopriamo che, se negli anni trenta la solidarietà di classe era ancora un valore, nei due decenni successivi il benessere e il potere d’acquisto dell’americano medio creeranno un insanabile divario con il proletariato. Da sempre uno dei più clamorosi rimossi dell’industria cinematografica americana, la classe operaia è protagonista del film del 1932 Hell’s Highway, sceneggiato da Ornitz e Tasker, rara pellicola schierata dalla parte degli scioperanti. Il capitolo "crime" offre l’insolita lettura della delinquenza come diretta conseguenza del capitalismo. E così dopo una clip tratta da Force of Evil (1948) di Abraham Polonsky, ascoltiamo l’autore dichiarare: "All films about crime are about capitalism, because capitalism is about crime."
Un frammento del musical Thousands Cheer, sceneggiato da Paul Jarrico, ci dice invece quanto un discorso umanitaristico, qui gorgheggiato dalla protagonista, si adatti perfettamente all’ideologia usa come a quella socialista, e ce lo comunica attraverso una rappresentazione che possiede quelle rigide geometrie e quei toni patriottici altisonanti che hanno fatto la fortuna di qualsiasi regime. La voce narrante in Red Hollywood è un supporto essenziale alla lettura di scene come questa, che altrimenti passerebbero pressoché inosservate o verrebbero digerite come esaltazione dell’ideologia statunitense, se non ci venisse detto che sono state scritte da un comunista. Red Hollywood perde però il suo mordente negli ultimi capitoli, quando questo compendio così ricco di immagini e notizie storiche, fatica ad adempiere all’arduo compito che si era autoimposto nell’incipit: riempire le voci stilate del menù. Risente particolarmente di questa frenesia di completamento il capitolo "hate", dove il tema del conflitto razziale è liquidato in pochi minuti e privo perciò di adeguato sviluppo.
Nell’alternare pezzi di cinema e interviste a pericolosi comunisti del calibro di Robert Rossen, Lester Cole, Nathanael West, Samuel Ornitz, Robert Tasker, Lawson, Hugo Butler, Abraham Polonsky, Millard Lampell, and Sidney Buchman, questo ambizioso documentario insegna che i prodotti degli anni bui delle liste nere ci dicono molto più sulla società loro contemporanea di tanti film odierni, e non sorprende la presenza di tanti sceneggiatori tra le vittime, mentre apprezziamo la loro abilità nel disseminare il dissenso (pericolosa attività antiamericana) tra la maglie del discorso.
Red Hollywood fornisce poche risposte, ma un’amara certezza: come in altre occasioni, negli anni del maccartismo l’America segue un comportamento paradossale e contraddittorio che la porta a mettere in dubbio quella libertà d’espressione così fieramente proclamata nel primo emendamento della costituzione; la caccia alle streghe assume dunque l’aspetto di una paradossale autocondanna, oltre che di Hollywood, che perdeva la possibilità di sfruttare tanti validi talenti, dell’intera società americana.




