Regia
Med Hondo
Giovedì 14 Aprile 2005 13:00
Fatima, l'Algerienne de Dakar
Fratelli nell'Islam
Di Antonella Barone
Quando un matrimonio riparatore si trasforma in una vera storia d’amore
Quando le cose da dire sono troppe e troppo profondamente sentite, si corre il rischio di perdersi eccessivamente in digressioni che affievoliscono l’intensità delle emozioni e della storia che è fulcro del discorso che si vuole intraprendere. Il desiderio di contestualizzare gli avvenimenti, alla luce di un retroterra storico-sociale in qualche modo imprescindibile, non è certo volontà condannabile, a meno che ciò che dovrebbe in qualche modo essere suggerito non prenda il sopravvento e appesantisca il discorso con toni eccessivamente didascalici.
Med Hondo, nel suo ritorno alla regia dopo un periodo di silenzio relativamente lungo, con Fatima, l’Algerienne de Dakar osa un po’ troppo in questo senso, rischiando per qualche attimo di far sfumare tutte le considerazioni positive che avevano accompagnato il giudizio su colui che comunque resta nella storia come uno dei padri fondatori del cinema africano. E non è solo un relativo “assestamento” della sperimentazione sul piano linguistico, che lo aveva precedentemente distinto, a giocare a sfavore di una completa approvazione della sua ultima opera, né la scelta di un tema già largamente affrontato come la guerra d’Algeria. Il fatto è che basterebbe la storia dell’amore tra Fatima e Souleyman, nato dall’imposizione di chi vuole che sia riparata una violenza inflitta durante la guerra per soddisfare un istinto sessuale, a spiegare nella sua invidiabile articolazione tutto quanto. Basterebbe a spiegare il forte sentimento che sta per essere perduto e che interpreta l’appartenenza a una stessa religione come inalienabile motivo di unione e di rispetto anche fra popoli che, per ragioni politiche, si sono trovati su fronti opposti. Poco aggiungono, dunque, la retorica dei dialoghi o la presenza di un narratore che puntualizzi con ridondanza, guardando in macchina, ciò che già è stato o sta per essere mostrato. È evidente il significato del gesto di Souleyman, sottotenente senegalese alleato della Francia, di sposare l’algerina Fatima e di togliere, insieme a lei, il figlio nato dalla violenza da uno stato di perenne umiliazione ed emarginazione. Un figlio nero insultato e disprezzato continuamente dagli sguardi e dalle voci indiscrete della gente, che sottolinea la divisione e il senso di superiorità di un popolo rispetto a un altro.
E ancora: quanto più dell’amore ulteriormente negato a Fatima dalla decisione di Souleyman di avere una seconda moglie, può suggerire la contraddizione di certi precetti islamici e la noncuranza dei sentimenti della donna, costretta ad amare esclusivamente un uomo che non sarà mai esclusivamente suo? Quanto più di una zappa che non riesce ad affondare nel terreno arido e sterile, può indicare la povertà di una terra?
Nel film c’è tutto questo ma c’è anche tanto altro materiale, il quale, pur incontestabilmente alto nei contenuti, rompe la continuità diegetica con la ripetizione forsennata e perlopiù ridondante. Rientrano in quest’ultimo punto, ad esempio, il caso del colpo di stato in Algeria del 1965 o quello della conferenza di Che Guevara, ripresa vagamente soltanto dal narratore a un certo punto al grido di “Africani unitevi!”.
Nonostante queste premesse, è bene precisare che non viene del tutto intaccato l’esito di un film come questo, che riesce comunque a regalare allo spettatore intense emozioni e momenti di inconsueto piacere visivo. Bastino quale esempio le scene che mostrano l’arrivo a Dakar di Fatima, contrassegnate da una vera e propria esplosione di colori, in particolare l’inquadratura del ballo, che sfrutta magistralmente vorticose panoramiche a 360°, a tratti leggermente rallentate, per definire meglio l’inattesa allegria di Fatima.




