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Mercoledì 26 Aprile 2006 13:00

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Documentari a Panafricana 2006 - Memoria ostinata e presente contraddittorio (Prima parte)

Una panoramica dei documentari presentati a Panafricana 2006 (Prima parte)

Nell’intento di offrire una panoramica quanto più esaustiva dei documentari che Panafricana 2006 ha ospitato in una sinora inedita sezione competitiva, non si può prescindere da una considerazione essenziale sull’importanza che questo tipo di sguardo, accanto a quello della finzione, riveste, facendosene specchio o contraltare, nel confronto con culture i cui echi e suggestioni – nonostante l’enorme distanza fisica – non meno dovrebbero riguardarci.
Una programmazione corposa, quella del festival romano, consolidatasi nel 2006, come si accennava, in un vero e proprio concorso, che ha permesso di rapportarsi con diversi e variegati spaccati socio-antropologici, non regalandoci però quell’auspicato rinnovamento dello sguardo e dei registri, quella forza eversiva o poetica, un nuovo modo di dire e mostrare le cose che in qualche modo ci si sarebbe aspettati, e che altri cineasti sono riusciti ad attuare con più convinzione nelle precedenti edizioni. Ma non va fatta di tutta l’erba un fascio, né smentito l’interesse e il coinvolgimento che molte opere hanno saputo provocare. Opere, tra l’altro, estremamente eterogenee per argomento e stile, giudicate in questa edizione da una giuria d’eccezione: Fabrizio Grosoli, responsabile dell’area documentari di Fandango, Francesco Alò, critico cinematografico de «Il Messaggero», e Giovana Taviani, regista che proprio ultimamente ha girato un documentario in Tunisia.
Accanto alle opere in concorso di produzione africana, due proiezioni speciali di registi nostrani che alla realtà del continente africano hanno dedicato i loro ultimi lavori. E per finire una piccola ma preziosa sezione fuori concorso, intitolata "Cinema mon amour". A quest’ultima il merito di fare, sinteticamente, il punto della situazione sull’industria cinematografica africana, penalizzata dalla mancanza di un assetto meno che industriale e a fatica riconosciuta e valorizzata nei suoi precedenti, nell’inestimabile patrimonio che contribuisce enormemente a fare la storia dei paesi in cui le opere sono state prodotte (cfr. La Mémoire du Congo en péril di Guy Bomanyama-Zandu). Nonostante ciò, un grido di ribellione e una "sfrenata" voglia di fare del cinema – anche di zone periferiche come Goma, nell’Est della Repubblica del Congo, dove per evidenti ragioni economiche, mancanza di mezzi e di formazione il cinema si ferma a un livello amatoriale o semiprofessionale (cfr. Goma, capitale du Cinema? di Petna Ndaliko Katondolo) – che non sono rimasti del tutto inascoltati e sui quali è già intervenuto un barlume di speranza, lanciato proprio dall’Italia, che per mezzo dei sostegni dell’Istituto Luce e della Regione Lazio, ha contribuito a fondare la prima scuola di cinema in Marocco, come documenta Kanzaman-Una scuola nel deserto di Barbara Galanti.
Ma torniamo al concorso, scorrendo le opere che lo hanno animato.
Diamone un accenno con Ngoyaan…et autre chants de seduction del senegalese Moussa Sene Absa, musicista premiato con l’Orso d’Argento a Berlino oltre che regista, che si fa portavoce della radicata volontà delle comunità autoctone di perpetrare la tradizione, di raccontare la propria storia, di avvalorarne l’importanza e di utilizzarla come fonte primaria d’educazione e di buona convivenza. Lo fa fissando in video l’attività dei Griots, poeti cantori e musicisti che da secoli tramandano oralmente, attraverso i loro canti, leggende e tradizioni locali, accompagnandole con altrettante suggestive danze. Un’opera nella quale sono rintracciabili squisiti dettagli di taglio antropologico (strumenti ad arco e a percussione, così come utensili pressoché estranei ai nostri occhi) e che, all’ombra di un baobab secolare, non elude il discorso sulle attuali divisioni interne tra i reami del Senegal ribadendone anzi l’antica e perduta apertura all’integrazione tra popoli, e mostrando ad esempio i Puhl, nomadi dell’antico Egitto che, accettati nelle comunità, hanno contribuito non poco all’evoluzione dei canti di seduzione, tanto amati e quasi "indispensabili" (fa sorridere il fenomeno pirateria applicato a questa musica) nella vita dei senegalesi.
Un messaggio di pace che sembra essere intrinseco, tra l’altro, allo stesso Ngoyaan, dove i tamburi sono per tradizione percossi con l’ausilio di cartucce di fucile, perché – si pensò – l’uso strumenti di guerra poteva scongiurare la stessa.
Noteremo infine (una volta per tutte anche se è un fatto alquanto comune e insistente), lasciandoci così – momentaneamente – con uno spunto di riflessione, come questi documentari ci mostrino, anche se ambientati talvolta in zone apparentemente incontaminate, la pervasività delle multinazionali occidentali: brand di note bevande analcoliche compaiono, infatti, nei momenti e nei luoghi più inaspettati.

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