


Regia
Billy Wilder
Venerdì 23 Dicembre 2005 13:00
L'appartamento
Violazioni di domicilio
Di Paolino Nappi

Appena un anno dopo A qualcuno piace caldo, il nuovo capolavoro della coppia Billy Wilder-I.A.L. Diamond
Dopo l’exploit di A qualcuno piace caldo, la coppia Billy Wilder-I.A.L. Diamond si mette subito al lavoro e l’anno successivo, il 1960, licenzia un altro film eccezionale. A differenza dell’altro, L’appartamento riesce anche nell’ardua impresa di mettere d’accordo gran parte della critica. Gli stessi critici che al massimo hanno potuto apprezzare (e come non potevano?) la grande architettura comica del film del ’59, senza spingersi – tranne poche eccezioni – più in là, ora lodano l’amarezza che sempre nel film accompagna anche i momenti apparentemente "comici". Anzi, è proprio quell’irriducibile vena agrodolce che, agli occhi dei recensori più prevenuti, riscatta un film che in fin dei conti è pur sempre una commedia: a voler sottolineare ancora una volta l’inferiorità di certi generi, di certi toni…
L’etichetta di "commedia sociale" molte volte utilizzata per parlare di questo film è quanto mai azzeccata, a patto però che si faccia qualche chiarimento. L’appartamento è, prima di ogni altra cosa, un discorso sulla società americana (ma, come al solito, anche qui l’aggettivo "americano" può e anzi deve essere letto come sinonimo di "occidentale": oggi meglio ancora che quarantacinque anni fa) e, in particolare, un discorso su quei due pilastri della società americana che sono la competizione e la carriera. I legami che sussistono tra i personaggi del film sono soprattutto dei rapporti di tipo gerarchico, nelle loro diverse declinazioni: dirigente-impiegato, segretaria-dirigente, amante-uomo sposato e così via. Nel film troviamo la rappresentazione impietosa di una società che per sopravvivere deve ricorrere sistematicamente alla prostituzione: questa è anzi il motore che fa funzionare tutto il meccanismo, il pilastro che sorregge l’ordine sociale. Tutti i personaggi, volenti o nolenti, mettono in vendita una parte di sé. C.C. “Bud” Baxter presta il proprio appartamento ai superiori perché questi vi possano portare l’amante: rinuncia alla propria intimità in cambio della carriera (e infatti la promozione non tarda ad arrivare). L’arrivismo è dunque messo in scena da Wilder (e in questo egli non fa altro che proseguire il discorso di sempre) come negazione dell’identità, come uscita da Sé. Non a caso Michel Ciment del film mette in evidenza proprio questo aspetto: Baxter non è mai «chez lui», egli cioè non riesce a vivere in casa propria, non può prendere pieno possesso della propria identità; ancora una volta un personaggio errante, déplacé. È significativo il fatto che i vicini, in virtù dei rumori che sentono provenire continuamente dall’appartamento, lo credano un dongiovanni incallito: lui che il più delle volte, magari dopo aver passato ore ad aspettare al freddo che gli amanti clandestini liberino la casa, si trova a passare le serate mangiando squallide cene precotte davanti a un televisore. Gli stessi superiori lo reputano un «fessacchiotto» e gli hanno affibbiato un soprannome derisorio («ciccibello», nel doppiaggio italiano): da parte sua, Baxter sa che tutte queste umiliazioni saranno ripagate con un bell’avanzamento di carriera e tutto sommato si crede un furbo. È ancora significativo il fatto che il dottore che abita sullo stesso pianerottolo, l’unico personaggio maschile che pare non volere niente in cambio delle proprie prestazioni (professionali), in realtà chiede a Baxter di poter utilizzare il suo corpo, una volta morto, per i suoi studi all’università: lo spossessamento di sé diverrebbe dunque definitivo. Ma Bud assume questa privazione di identità senza troppi drammi, almeno apparentemente, e anzi sembra godere del fatto che gli altri, il medico in primis, gli attribuiscano questa nomea di sciupafemmine, quasi che gli sia rimasto come unico appiglio identitario il personaggio (i personaggi) che gli altri gli cuciono addosso. Questo almeno fino all’incontro con miss Kubelik.
Anche il personaggio di Shirley MacLaine non si sottrae, suo malgrado, a un rapporto di soggezione nei confronti di un superiore: sinceramente innamorata del capo del personale, è da quest’ultimo continuamente ingannata. Egli paga la sua amante con vane promesse di lasciare la moglie e, se ciò non bastasse, il suo atroce regalo di Natale sarà una banconota da cento dollari. Ma Fran Kubelik si ribella: restituisce i soldi al mittente e, in casa di Baxter, tenta il suicidio. La ribellione, si sa, è contagiosa e Baxter, che ovviamente è innamorato di Fran, comincia a dare segni di insubordinazione, a cacciare di casa i suoi dirigenti e a dedicarsi completamente (trascurando anche il lavoro) alla donna che ama. La svolta nella vita del protagonista è sì l’amore ma, paradossalmente, è il tentato suicidio di Fran che rende in qualche modo possibile questo amore. Diremo allora che la ritrovata identità (e dignità) di Baxter è in stretto rapporto con un atto di morte. D’altronde non è un caso che lo stesso Baxter confessi di aver tentato miseramente di uccidersi tempo addietro, riuscendo solo a ferirsi a un ginocchio. Nell’ultimissima sequenza del film Fran è terrorizzata da quello che sembra uno sparo: ma poi scopre subito che si tratta del rumore di un tappo di champagne. Ritroviamo l’umorismo esorcistico tipico di Wilder: il riso passa sempre per i meccanismi dell’angoscia. Come Joe e Jerry in A qualcuno piace caldo acquistano una nuova identità dopo aver assistito a un evento di sangue, così Baxter può finalmente riappropriasi di sé solo quando è sfiorato dall’alito della morte. È stato messo in evidenza inoltre che, se è vero che ne L’appartamento mancano i segni funerei tipici del cinema di Wilder (bare, ambulanze, nani, scimmie…), a farne le veci è la festa, intesa come vero e proprio corrispondente della morte. A parte il tristissimo Natale di Bud passato in compagnia di una prostituta, ci riferiamo soprattutto alla festicciola negli uffici della compagnia assicurativa. Le scenografie (di Alexander Trauner) fatte di vetri trasparenti materializzano un’inquietante folla di impiegati sotto la luce bianca, spettrale, dei neon: Baxter e Fran si fanno largo tra i corpi per infilarsi nell’ufficio, ma quelli restano sempre lì, visibili…
L’appartamento è anche un nuovo capitolo wilderiano sulla vita sessuale dell’uomo americano. Se in Quando la moglie è in vacanza, l’adulterio assurgeva a mito proibito, restando sempre una sorta di appendice (ironica, certo) dell’inconscio metacinematografico del protagonista, qui esso è degradato a squallida prassi, consumato in un appartamento a prestito o in un drive-in come un’abitudine qualunque (come scartare i regali di Natale sotto l’albero). L’adulterio come status symbol, corollario del potere: e infatti i "noleggiatori" incalliti dell’appartamento sono i piccoli e medi manager. Che Wilder sbeffeggi la gerarchia aziendale e il dio americano chiamato carriera ce lo dice anche il fatto che il massimo simbolo del potere nel film è rappresentato da un oggetto così ridicolo come la chiave della «toilette dei dirigenti» (che Baxter riesce a scambiare con quella del suo appartamento).
Il finale del film potrebbe apparire totalmente riconciliante: Bud ha preferito l’amore alla carriera e può ricominciare una nuova vita insieme con Fran. Ma è sintomatico il fatto che i due si mettano a giocare a carte. Abbandonandosi all’assoluto disinteresse e alla casualità del gioco, gli amanti dimostrano di aver rinunciato alle certezze dell’integrazione (ovviamente privando il loro rapporto di una qualunque valenza strumentale, come il gioco appunto). Ma è anche vero che nulla sapremo del loro futuro.
Rispetto al film precedente, ne L’appartamento il ritmo si fa più pacato, con non pochi rallentamenti e pause. Alcuni critici hanno voluto vedere in questo (come nella durata, superiore alle due ore) un motivo di debolezza del film. In realtà, l’attenzione (comunque moderata) di Wilder per i tempi morti, soprattutto nella prima parte del film, è funzionale alla descrizione di un personaggio patetico quale è quello di Baxter. L’eterna routine cui egli pare condannato non poteva essere messa in scena diversamente. E quando, finalmente in compagnia di Fran, Bud scola la pasta con la sua racchetta da tennis, il riso si vena ancora di malinconia: non possiamo fare a meno di pensare alle sue tante cene solitarie.



