


Regia
Paul Schrader
Giovedì 21 Aprile 2005 13:00
American Gigolo
Sogno di cristallo
Di Raffaele Monti

Thriller iper-romantico ed elegante, che marca l’ascesa di un divo e l’inizio di un’epoca all’insegna del dandysmo edonistico
Titoli di testa bianchi su sfondo nero, prologo musicale introduttivo dalle note foscamente allungate. Il nome Richard Gere s’impone all’attenzione con i suoi caratteri cubitali, anticipando l’apparizione del titolo in elegante corsivo: American Gigolo. Dopodiché, il ritmo trascinante di Call Me dei Blondie, una delle hit più gettonate degli anni Ottanta, esplode, e, soprattutto, le immagini descrittive, ad alto tasso di appeal, della giornata media di Julian Kay partono con essa: corse in auto decappottabile all’ultimo grido lungo la litoranea losangelina, sgargianti vestiti griffati Armani, aperitivi nei bar più rinomati, compagnia delle signore dell’alta classe e costante uso dello specchietto retrovisore per controllare i capelli, che essi siano al vento o leggermente spettinati dopo l’ultima corsa. Un incipit che non rappresenta soltanto l’inizio di un film a suo modo epocale, ma anche quello di una moda, di un nuovo modo di vivere determinate situazioni e determinati ambienti, tutto e tutti all’insegna del dandy e del cool; e l’ascesa presso l’Olimpo delle star di un nuovo divo, che, a distanza di oltre un ventennio, ha saputo restare sulla cresta dell’onda pur non scrollandosi mai troppo via di dosso i panni dell’American Gigolo, a dimostrazione dell’ampia fortuna di cui il film ha goduto a contatto anche con le generazioni seguenti, e di cui, molto probabilmente, continuerà a godere. Un divo che appare sempre più come un modello intramontabile di seduzione maschile, di quella ostentata ma mai esplicita, come invece avviene nei recenti Alfie e Hitch.
Julian Kay (Richard Gere) è un gigolo di alta classe, oggetto conteso da maîtresse, la bionda Anne (Nina Van Pallandt) e il nero Leon (Bill Duke), e ricche signore, tra cui la bella Michelle (Lauren Hutton), che, sposata a un senatore, s’innamora di lui. Ma l’amore e, soprattutto, un brutale omicidio, di cui è il sospettato numero uno dell’indagine del detective Sunday (Hector Elizondo), bussano alla porta della lussuosa e palestrata vita di Julian.
Le scene culto
Insieme al suddetto incipit, almeno altre tre sono le scene culto del film, due delle quali sono collegabili alla prima. Difatti, sia la scena della ginnastica nel proprio appartamento sia quella della vestizione hanno a che fare con una nuova percezione del quotidiano.
L’appartamento hi-tech di Julian Kay è stato un vero colpo di fulmine nel 1980. L’arredamento hippy stava divenendo sempre più un cattivo ricordo negli States, che, con l’avvento dell’era reaganiana, avevano voglia di riscoprire il mito del Sogno Americano, con tanto di materialismo allegato. Nulla a che vedere, però, con le case alberate middle class degli anni Cinquanta con giardino e garage annessi. Qui ci troviamo all’interno di un lussuoso residence con piscina, e di un appartamento dai limiti solo accennati tra letto, cucina e soggiorno, con parquet, circuito d’illuminazione interno al soffitto, largo e lungo sofà, ampia libreria in bella mostra, ganci ginnici al soffitto, quadri e vasi d’avanguardia abbandonati agli angoli dell’appartamento con imitabile nonchalance. Gere che fa palestra (mentre impara lo svedese con un audiocassetta, gesto anticipatore degli slogan di Wall Street sulla massimizzazione dei tempi) all’interno di tale luogo diviene un esempio virile per gli uomini e impagabile oggetto di desiderio per le donne in ogni parte del pianeta Terra.
Non è da meno la scena della vestizione. Partendo dal dettaglio centrale di una striscia di cocaina appena consumata sopra uno specchietto (assente nella censurata versione televisiva), assistiamo alla preparazione all’uscita di Julian, con musica di sottofondo canticchiata con partecipazione e verifica finale sul letto delle varie e possibili combinazioni di camice, giacche e cravatte, tutte rigorosamente Armani Style (pare che il nostro Giorgio supervisionasse il set in prima persona). Un pre-serata che ha qualche pari cinematografico soltanto in quella di Tony Manero, alias John Travolta, in La febbre del sabato sera. Per dover di cronaca, la canzone di sottofondo non è di Blondie, come molti presumono e hanno presunto, bensì di Smokey Robinson & The Miracles, e il titolo è The Love I Saw in You Is Just a Mirage.
Infine, l’incontro tra Julian e Michelle è da saggio cinematografico, per la magia di un corteggiamento che esprime quanto un porno il piacere di un amplesso. Interno di un bar chic dalla luce a dominante rossa. Julian (con avvicinamento della macchina da presa, tipico movimento schraderiano) "fiuta" una giovane signora bionda che parla in francese col cameriere. Egli si avvicina felinamente, mentre lei si lascia scappare uno sguardo furtivo fingendo di dover aggiustare la posizione della borsa. Dopo sofisticate presentazioni in francese, si svela l’americanismo di entrambi con l’ordine di un drink con a seguire un’imbarazzante pausa di sguardi… Julian sta per andarsene quando viene a sapere che il marito di Michelle è in politica, lei lo capisce e specifica che lui è a New York e che lei non sta aspettando nessuna amica. Julian afferma che lei non vuol capire chi è lui, Michelle gli chiede se parla il linguaggio internazionale, e lui contrattacca sottolineando il fatto che ha fiuto e che quindi sa che ella voleva che lui si avvicinasse. Michelle, infine, smette di giocare e diviene determinata nel chiedergli sesso, con insuccesso. Il primo incontro si conclude con Julian che si alza e se ne va, ma per noi spettatori non se ne va l’emozione di un dialogo dall’esplosivo concentrato di sguardi, silenzi e sensualità… Almeno fino al prossimo incontro.
Il dialogo di culto
Dopo aver fatto l’amore, Julian e Michelle sono a letto.
Michelle: "Voglio sapere tutto di te… E subito".
Julian: "Aaahhh, mio Dio! Perché?"
"Non lo so, credo sia importante".
"Abbiamo fatto l’amore, giusto? E allora sai tutto quello che c’è da sapere".
"Che sciocchezze! Di dove sei?"
"Non sono di nessuna parte. Sono di questo letto! Quello che vale la pena sapere di me lo vieni a sapere facendomi fare l’amore con te".
Il protagonista
Prima di American Gigolo, Richard Gere si era imposto all’attenzione della critica con una manciata di film, ma gli serviva la consacrazione del pubblico per divenire una star di livello internazionale. Classe 1949, dopo un decennio trascorso sui palcoscenici (e negli scantinati) dei teatri, specialmente all’insegna del musical, Gere, considerate le doti estetiche (dal fisico atletico agli occhi piccoli e penetranti), non poteva non compiere il grande salto verso il grande schermo. Nel 1978 Terrence Malick, il più filosofo dei registi americani in attività, lo volle per il bellissimo I giorni del cielo al fianco di Sam Shepard, e Gere si fece successivamente valere anche in Yankees per John Schlesinger e, soprattutto, nel misconosciuto Una strada chiamata domani (titolo originale: Bloodbrothers) di Robert Mulligan, che, per il sottoscritto, risulta essere tuttoggi la migliore interpretazione di Gere in assoluto, per istinto più che per costruzione del personaggio. Posto in rivalità fin da subito con John Travolta dagli addetti ai lavori, voci (mai confermate) hanno affermato che Gere avesse rifiutato La febbre del sabato sera, pentendosene presto, e che non avesse mai digerito la scelta dell’attore italo-americano per il Grease cinematografico, essendone stato il protagonista della versione teatrale di successo. Ma se così è stato, è pur vero che la vita ha riservato una dolce vendetta per Gere, che ereditò addirittura due titoli certamente rifiutati da Travolta (che era in cerca di ruoli apparentemente più introspettivi), ovvero American Gigolo e Ufficiale e gentiluomo, il mélo che sancì definitivamente l’amore del pubblico per Gere. A distanza di decenni, sembra che ancora oggi ci sia una taciuta rivalità tra Travolta e Gere, con il primo che ha sempre rifiutato di riconoscere al secondo una degna capacità attoriale.
Per tornare ad American Gigolo, Gere, per prepararsi al ruolo, rivoluzionò la sua ars recitandi inventando un look, e, con esso, un nuovo genere di sex symbol. Camminata effeminata e felina, sguardo languido, movimenti sinuosi ed eleganti, sempre, tremendamente cool, ne fecero un sex symbol rivoluzionario, che non aveva nulla da spartire né col prototipo del divo sciupafemmine alla Clark Gable ed Errol Flynn né con quello del giovane tormentato che va da Marlon Brando fino a Robert De Niro. A ben vedere, Gere non si è più liberato di queste caratteristiche, costruendosi una carriera di successo trasportando il suo collaudato modus recitandi da un film all’altro. Relegato in ruoli sensuali, egli ha vissuto una seconda giovinezza a partire dalla favola moderna Pretty Woman (1990) di Garry Marshall. Dotato da giovane di un fascino arrogante e antipatico ai più presso il pubblico maschile, Gere è divenuto più simpatico dopo l’ingrigirsi dei capelli e le prime rughe, pur restando uno degli uomini più desiderati del mondo (nel 1999 la rivista People lo ha eletto il più bello del mondo!).
L’autore
Lo sbaglio madornale di John Travolta nel respingere lo script di American Gigolo è consistito nel non dare peso, se non ne era a conoscenza, dei credits dello sceneggiatore e regista del progetto, tale Paul Schrader. Travolta avrebbe dovuto sapere che Schrader non era un regista per le masse, ed era già stato sia un eccelso sceneggiatore (Complesso di colpa, The Yakuza, Taxi Driver) sia un interessantissimo regista (Tuta blu, Hardcore).
Schrader ha raggelato la materia bollente dello script aggiungendovi eleganza in movimenti di macchina, direzione di attori, fotografia, scenografia, e tempi, caratteristiche di uno stile che toccherà altri alti ma pure qualche basso nel futuro. Comunque, già nel materiale grezzo della sceneggiatura si possono ricercare riferimenti colti alla letteratura di Balzac e Maupassant, il di cui Bel-Ami è un gigolo ante-litteram. Schrader, inoltre, ha avuto la rara capacità di saper catapultare lo spettatore da luoghi paradisiaci ad altri infernali senza cambiare le locations! Raramente lo Schrader regista riuscirà a riproporre questo perfetto cocktail di appeal e introspezione che unisce i gusti di massa e quelli del cinefilo d’autore (forse ci è riuscito con Lo spacciatore). Con AutoFocus (2002), invece, il sesso è tornato protagonista all’interno della sua filmografia, acquistando altri significati. Va infine sottolineato sia come il tema della redenzione, specie tramite una donna, sia quasi ossessivamente presente in tutto ciò che porta la firma di Paul Schrader, sia i costanti rimandi artistici al Rinascimento e, soprattutto, a Michelangelo (la posa finale di Gere).
Le mode
American Gigolo è un film che ha fatto scuola. Esso ha segnato l’inizio, con la sua enorme carica di glamour, di un’era edonistica, distribuita lungo tutta la dorsale degli anni Ottanta; un decennio, questo, che ha celebrato il culto del corpo al di sopra di ogni altra cosa, arte compresa. Per anni e anni è importato poco che in un film non ci fosse un’idea di regia o una passabile sceneggiatura, ma ciò che importava davvero era lo sfoggio di corpi atletici e sensuali uniti a una verve atletico-agonistica non comune (il filone sportivo ha Momenti di gloria del 1980 come antesignano). Come se American Gigolo fosse solo questo... Di qui il boom di fenomeni (o funamboli?) artistici, nel cinema come nella musica, poi tramontati in fretta e furia negli anni Novanta con il ritorno alla manovalanza professionale. Alcuni di loro hanno saputo adattarsi, non senza qualche difficoltà, al mutare dei tempi dopo aver fatto della fisicità il proprio cavallo di battaglia (Travolta e Gere in primis nel cinema; Michael Jackson, Madonna, Prince e George Michael nella musica), mentre altri si sono eclissati, svelando il loro reale valore artistico (da Rob Lowe a Nick Kamen, da Sylvester Stallone a Dan Harrow, da Brigitte Nielsen a Samantha Fox), o semplicemente l’impossibilità di mantenersi al passo coi tempi e coi mutamenti epocali.
Inoltre, American Gigolo ha dato voce a una nuova versione del Sogno Americano che stava prendendo sempre più corpo nell’era reaganiana. Un Sogno Americano fatto di lusso sfrenato, nell’abbigliamento come nell’arredamento (la scena del film di Schrader ambientata da Sotheby’s è emblematica in tal senso), di auto sportive e di club e ristoranti esclusivi. L’era hippy era ormai finita, stava crescendo il fenomeno yuppie. Di questa nuova classe dirigente sarà Wall Street di Oliver Stone a essere il film-manifesto (e al tempo stesso il funerale), ma già in American Gigolo, nelle caratterizzazioni dei manager di Julian, vi sono proiezioni del nuovo uomo d’affari: cinico, affarista e senza scrupoli, tutto proteso alla difesa del proprio benessere economico e individuale, anche a costo di far finire in carcere per l’eternità un innocente. Inoltre, come il personaggio di Charlie Sheen nel film di Stone, anche Julian è un uomo amante del lusso e ambizioso che si fa consumare dal suo lavoro fino a subirne le involontarie conseguenze, a opera di gente più scaltra e crudele di lui. Infine, l’intolleranza dei coniugi Williams è la maschera di una società che è rimasta fondamentalmente ipocrita all’indomani della rivoluzione dei figli dei fiori.
American Gigolo è stato importante anche per una questione attinente alla censura. Nella versione televisiva italiana mancano parti di sequenze fondamentali per la totale comprensione della trama (nella versione integrale si trascina per qualche scena un dubbio sull’innocenza di Julian). American Gigolo ha aperto una breccia a favore dell’elemento sesso nei film, dimostrando che la sua esibizione e/o esplicitazione può dare luogo a imprevedibili metafore. Il sesso è avvertito più come frustrazione che come piacere, specie alla luce di quello che dovrebbe essere un suo complementare: l’amore. Inoltre, la depravazione dei coniugi Rheiman e l’assenza di una vita sessuale dei coniugi Williams o Stratton, sono un atto d’accusa verso l’apparente felicità delle alte classi dirigenti americane. Insomma, si può dire che dopo American Gigolo sia cambiata la percezione del sesso da parte del pubblico.
Infine, restando in un ambito più cinematografico, in American Gigolo è presente un uso di una colonna sonora "sintetica" (di Giorgio Moroder) in funzione quasi "espressionista", di sottolineatura ed enfatizzazione, grazie all’uso di più variazioni sul tema principale. Gli Ottanta cinematografici sono contraddistinti dall’inedita (per il cinema) assurzione dello score musicale a deus ex-machina del racconto; negli anni Novanta persisterà questa concezione della colonna sonora come ulteriore "protagonista" del film. Ne è un valido esempio quello che può essere giudicato come il miglior film americano (e non solo) dei Novanta: Pulp Fiction di Quentin Tarantino.
Per chiudere, Il sogno americano di Julian si frantuma di fronte al perseverare di una Giustizia (personificata dal Detective Sunday) che non è altro che uno strumento di difesa del Potere costituito. Julian non finisce in carcere per la sua illegale attività di gigolo, bensì per un omicidio che non ha mai commesso. Il suo Sogno Americano si distrugge così come egli distrugge il suo appartamento super-cool verso il finale. Egli è diventato vittima dello stesso Sistema che ha procurato fortuna e benessere. Come nelle migliori opere di Schrader, anche qui la salvezza dell’uomo passa per una donna. Constatata l’infelicità tanto del gigolo frivolo ed edonista quanto dei ricchi coniugi annoiati e impotenti, American Gigolo sembra suggerire che, dopo tutto, la risposta che cerchiamo è sempre la stessa, ed essa si chiama Amore.



