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Regia

Mario Monicelli

Venerdì 06 Aprile 2007 13:00

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L'Armata Brancaleone

Il Medioevo tra parodia e riflessione sociale

L'Armata Brancaleone
Un film divertente, dissacrante, comico ma anche, incredibilmente, colto e riflessivo

Sai tu qual sia in questa nera valle la risultanza e il premio di ogni sacrifizio umano? Calci nel deretano.
(Brancaleone da Norcia)

Una commedia che fa riflettere

Ci si chiedeva di far ridere. Noi lo facevamo, ma poi cominciavamo a pensare di metterci anche qualcosa che avevamo dentro, che ci riguardasse più da vicino, delle nostre riflessioni, una visone sociale delle cose. Era il nostro modo di rispettare un nostro impegno mai scritto, di natura diciamo politica
(Furio Scarpelli)

Mario Monicelli arriva alla commedia all’italiana dopo due film girati negli anni ’30, I Ragazzi della Via Paal (1935) e Pioggia d’estate (1937), una lunga esperienza di scrittura satirica presso il «Marc’Aurelio» e le commedie con Totò degli anni ’50, co-scritte e co-dirette con Steno.
La svolta verso l’osservazione critica (e politica) di costume giunge con l’approssimarsi degli anni ’60, con la banda di I soliti ignoti (1958), che sancisce l’inizio dell’età dell’oro della commedia italiana. A partire da allora, infatti, l’attualità del paese e la Storia verranno analizzati attraverso dei modi più duri e aspri, ma sempre accompagnati da un immancabile distacco ironico e un’imprescindibile tensione alla deformazione umanistico-grottesca, con l’intento di mettere in scena quella che Vincenzo Buccheri ha definito una sorta di "bizzarra, lacunosa e tragicomica contro-storia nazionale" (Vincenzo Buccheri, Il pernacchio e la storia, in Lo sguardo eclettico. Il cinema di Mario Monicelli, Marsilio, Venezia 2001, pag. 163).
Monicelli, nei suoi film, ricostruisce le epoche storiche passate e presenti (tre le epoche storiche ricorrenti: Medioevo, Ottocento e Novecento), sottoponendo gli eventi, anche quelli più tragici (come la Prima Guerra Mondiale di La Grande Guerra o le lotte di classe de I compagni) a un processo di degradazione parodica, che fa scattare una risata e al contempo una riflessione, nello stile dell’umorismo di matrice pirandelliana.
Questo accade anche in L’Armata Brancaleone, film finto-storico, fantasioso e irriverente, all’interno del quale le linee tematiche fondamentali della poetica monicelliana continuano a venir valorizzate: l’attenzione è infatti sempre posta sulla relazione personaggio-società e sulle difficoltà in cui l’individuo incorre per sopravvivere all’ineluttabilità della Storia, la cui unica via d’uscita sembra essere la morte, due tematiche ricorrenti nella filmografia di Monicelli, che ben vengono concretizzate nell’Armata attraverso la morte di Abacuc, invidiata via verso la salvezza da ogni sofferenza terrena.

Un film semplice e popolare

Le mie regie cercano di rappresentare le cose come sono, con molta obiettività, facendo in modo che appaiano le più naturali e le più semplici possibili.
(Mario Monicelli)

L’Armata Brancaleone è un film dove la storia conta più dello stile, dove la bellezza e la godibilità dell’impianto drammaturgico sono dati dagli elementi complementari alla regia (la sceneggiatura, i costumi, le scenografie, il lavoro degli attori), oltre che dalla regia stessa.
Monicelli opta infatti per una organizzazione della messa in scena sobria, focalizzata sui personaggi, sempre tesa a coglierne le gags comiche (attraverso i piani americani), la mimica del volto (attraverso i primi piani), le azioni aspiranti-bellicose (attraverso dei piani d’insieme). La prospettiva è spesso "dal basso", il punto di vista è quello degli ultimi, dei reietti, come ben si vede nell’incipit del film, quando Taccone e Pecoro si nascondono in una tinozza melmosa e putrida e la macchina da presa li inquadra adattandosi (e, quindi, abbassandosi) al loro livello.
I movimenti di macchina sono "medi" e pressoché "invisibili", lo stile è pragmatico e ogni stacco di montaggio, ogni spostamento sull’asse, ogni cambio di inquadratura è giustificato dalla diegesi, come nei film americani degli anni ’50 e come nella maggior parte dei film monicelliani, dove, in effetti, il lavoro sulla storia e sui personaggi è più importante degli sperimentalismi formali troppo marcati, che mal si adatterebbero al tentativo del regista di essere il più obiettivo possibile, senza forzare la narrazione e lasciando che la macchina da presa si muova fluida, in funzione della recitazione, della scenografia, delle canzoni che fanno da soundtrack.
L’Armata Brancaleone è poi un esempio di storia popolare, poiché non solo mette in scena la storia di un popolo, ma lo fa attraverso gli stilemi tipici del racconto popolaresco: Monicelli ci racconta la storia dal côté degli umili, la sua base non sono le ricostruzioni storiche ma la letteratura italiana espressionista, polilinguista e carnevalesca.
Monicelli vuole che il pubblico venga totalmente assorbito dalla vicenda, vuole che vi si immedesimi, vuole che grazie a essa ritrovi la consapevolezza di essere stato soggetto agente e attivo, e non solo fantoccio in balia della storia, vuole che si diverta, che impari a ridere dei suoi vizi, difetti, problemi.
La comicità dell’Armata è pura, primigenia: si sviluppa a partire da un susseguirsi di anticlimax che degradano parodicamente le situazioni elevate, sovvertendole; come accade a Brancaleone, il quale, dopo aver espresso con somma magniloquenza i suoi pensieri, capitombola o incespica; oppure attraverso repentini e rapidi shifts da una situazione di dolore a una gag comica e irriverente, come nel caso della quanto mai sconclusionata e disorganizzata fuga dal paese degli appestati.

La sceneggiatura come parodia della storia e della tradizione

In Brancaleone ci siamo inventati tutto: forse per questo è il film che mi piace di più.
(Mario Monicelli)

Spesso, nel cinema gli eventi e le epoche storiche vengono ricostruiti con un intento di realismo e verosimiglianza che in realtà si traduce in una spettacolarizzazione, il più possibile vicina alle attese dello spettatore, alla sua idea di quel periodo, di quei fatti. L’uso di stilemi, di luoghi comuni in cui ritrovarsi, di schemi fissi, dà l’impressione di esattezza storica e filologica, ma la sostanza è ben altra: ciascun racconto storico (una battaglia, una congiura, un assedio, una rivolta…) ci viene proposto sempre attraverso la stessa tipologia narrativa, sia esso riferito al mondo classico, al medioevo, alla modernità e anche alla contemporaneità: le battaglie di Salvate il soldato Ryan, di Steven Spielberg, e quelle di Il Gladiatore, di Ridley Scott non sono poi, alla fine, così diverse.
Age, Scarpelli e Monicelli, invece, scrivendo la sceneggiatura del film (che è forse l’elemento più riuscito del film stesso), con coraggio e ironia, decidono di fare il verso a questa modalità narrativa e ci rappresentano un Medioevo zeppo di tutti gli stereotipi antichi e moderni sul periodo, allegramente usati e dissacrati, apertamente travisati e mistificati, e attraverso tutto ciò riescono a tratteggiare, nonostante l’indiscutibile comicità dei due film, una dolce e dolente metafora dell’esistenza umana, il cui protagonista è un buffo e sgangherato antieroe medievale, che ha il viso e la grandeur dell’ineffabile Vittorio Gassman, e che parla un latino maccheronico geniale e pasticciato, creato ad hoc dagli autori.
L’Armata Brancaleone nasce insomma con l’obiettivo di demitizzare l’idea di Medioevo lezioso e ameno che si imparava a scuola, leggendo Le Roman de la Rose e le avventure dei cavalieri bretoni. La sceneggiatura viene sviluppata a partire da tre paginette che Scarpelli aveva scritto su un dialogo tra due contadini medioevali che parlavano di donne, e sulla scorta della visione di Donne e soldati, un film del 1955 di Luigi Malerba e Antonio Marchi, di scarsissimo successo, ma che si può in realtà considerare, grazie allo spirito rabelaisiano (e jacovittiano) della sua guerra a colpi di salame, il capostipite e l’anticipatore della stagione delle commedie medioevali più o meno boccaccesche degli anni ’60-’70 (da L’Armata Brancaleone a I Picari al Decameron di Pasolini).

Matrici e archetipi di un mondo inventato

Il Brancaleone è bellissimo perché il ridicolo, il farsesco, la guitteria nascono dallo squisito, dal colto, dal raffinato.
(Vittorio Gassman)

Guardando L’Armata Brancaleone, si possono cogliere rimandi compositi (letterari, idiomatici, storici), che sono però, in realtà, parziali e a volte anche erronei, in quanto basati non sul diretto appoggio ai testi cui bene o male si allude, ma sul ricordo, sulle reminiscenze di una cultura scolastico-libresca che i tre vegliardi del cinema italiano sicuramente possedevano in buone dosi.
Il film non è dunque un’opera "citazionista", bensì un’opera filtrata attraverso la (grande) cultura dei suoi autori, ma comunque affrancata da legami troppo imponenti con la tradizione: pur avendo alle spalle un retroterra colto e letterario, esso viene infatti abilmente distorto e colorito quel tanto che basta per farne occasione di lieto spettacolo popolare.
Le matrici sulle quali si fonda la sceneggiatura emergono non solo nella trama, ma anche nella istrionica lingua con la quale i personaggi parlano e hanno origini variegate: letterarie, dal Salgari di Gli ultimi filibustieri ad Ariosto, Rabelais, Pulci, Tassoni, Cervantes; cinematografiche, prima tra tutte La fortezza nascosta di Akira Kurosawa, film sui samurai che apparentemente nulla ha in comune con la storia del vecchio Branca, ma che per uno strano caso del destino è stato doppiato in "romanaccio"; pop, dal «Corriere dei Piccoli» a Il Prode Anselmo, dal teatro di varietà alle reminiscenze scolastiche.
Si tratta insomma di un grande crogiuolo di archetipi diversi che, abilmente mescolati, hanno dato origine a un’ingegnosa e creativa sceneggiatura, vivificata irreprensibilmente dal lavoro degli attori: Gassman (Brancaleone), con le sue pose accigliate e seriose, la sua verve magniloquente e ampollosa e il suo linguaggio imbottito di spropositi verbali; Volontè (Teofilatto), con la sua ostentata noblesse e il suo parlare floscio e distaccato; la scalcagnata e irriverente banda di Branca con le sue pentole, i suoi bauli e le sue mitiche pergamene.
Il nuovo Medioevo creato da Monicelli & Co. è in definitiva, sostanzialmente, una rilettura picaresca delle famose chansons de gestes, che raccontavano le gesta gloriose ed eroiche di Re Carlo e dei suoi prodi paladini, ed è infatti cialtrone, fatto di poveri, di ignoranti, di miseria , di ferocia, di fango.
Il risultato è una grande ballata popolare, del tutto il linea con gli altri film di Monicelli, impastati di comicità amara e allegra disperazione, impegnati a raccontare la vita e la morte con semplice profondità, aventi come protagonisti una manica di non-eroi da strapazzo, inadeguati a perseguire le proprie ambizioni, castrati (e per questo, irrimediabilmente, comici) nel tentativo di concretizzare i loro progetti.

Il lavoro d’equipe

Il film non è mai un prodotto che nasce da una sola persona. È un’opera collettiva che partecipa della pittura, del teatro, della narrativa.
(Mario Monicelli)

L’artigiano Monicelli, da buon coordinatore consapevole del proprio ruolo demiurgico, condensa e innerva le diverse istanze che partecipano alla creazione del film, dando a ciascuna il giusto rilievo e il giusto spazio.
In aggiunta, quindi, al decisivo lavoro attoriale e all’attenzione alla solidità e all’efficacia (oltre che alla vis comica, chiaramente) della sceneggiatura, esito del consolidato ménage à trois con Age e Scarpelli, a coinvolgere e intrattenere il pubblico ci pensano anche i costumi medioeval-giapponesi di Piero Gherardi, anch’essi esagerati, eccessivi (si pensi al giallo fluo del manto della malabestia Aquilante, alla mise sadomaso di Teodora, o alla zazzera irsuta e nera di Brancaleone); le musiche e le popolarissime canzoni di carlo Rustichelli che accompagnano le scorribande e le disavventure dei milites arditi; la fotografia solare e calda di Carlo Di Palma, cui si deve ad esempio la scena di presentazione del parentame bizantino di Teofilatto, schiacciato e ammassato su uno sfondo aureo in tutto e per tutto uguale a un mosaico: piatto, multicromatico e dai volti seriosi; i titoli di testa disegnati e animati dai pupazzi-marionetta di Emanuele Luzzati: sfortunati, mazzolati, disastrosi, buffi e colorati come i loro modelli umani.

Scheda tecnica

Regia: Mario Monicelli
Sceneggiatura: Age, Mario Monicelli, Furio Scarpelli
Fotografia: Carlo Di Palma
Montaggio: Ruggero Mastroianni
Scenografie: Piero Gherardi
Costumi: Piero Gherardi
Musiche: Carlo Rustichelli
Interpreti: Vittorio Gassman, Gian Maria Volontè, Catherine Spaak, Carlo Pisacane, Folco Lulli, Maria Grazia Buccella, Barbara Steele, Enrico Maria Salerno, Ugo Fangareggi, Joaquín Diaz, Luis Induni, Gianluigi Crescenzi, Alfio Caltabiano
Produzione: Fair Film, Les Films Marceau, Vertice Film
Distribuzione: Titanus

Nazione: Italia/Francia/Spagna
Anno: 1966
Durata: 120 min.
Caratteristiche tecniche: 35mm – Colore

 


 

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