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Regia

Sandro Baldoni

Sceneggiatura

Sandro Baldoni, John Durden Smith

Fotografia

Daniele Massaccesi

Montaggio

Ilaria Fraioli

Scenografie

Cristiana Amendola, Gianni Silvestri

Costumi

Donatella Cianchetti

Musiche

Carlo Siliotto

Interpreti

Ivano Marescotti, Teco Celio, Silvia Cohen, Lenka Lanci, Carlo Croccolo, Sergio Bini, Johnny Dell’Orto, Pietro Biondi, Paolo Pierobon, Sebastiano Filocamo, Mariella Valentini

Produzione

Venerdì Cinema

Distribuzione

Venerdì Cinema

 

Nazione

Italia

Anno

2006

Durata

95 min.

Caratteristiche tecniche

35mm - Colore

Lunedì 28 Luglio 2008 20:23

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Italian Dream

Non si butta niente

immagine

Apologo paradossale e abrasivo, terzo appuntamento con il percorso poetico autarchico e visionario di Sandro Baldoni.

Proseguendo lungo una traiettoria orgogliosamente periferica quanto autarchica, Sandro Baldoni continua a rappresentare, da quindici anni ormai, la quintessenza del cinema italiano “altro”, che non somiglia a nulla all’infuori di se stesso, e che non chiede altro se non di esistere in quanto “oggetto” a sé stante, fuori da consorterie e conventicole, o dalle celebri “terrazze romane” tanto care a molti cinematografari di casa nostra. Indipendente per scelta e per vocazione, il cinquattaquattrenne regista di Assisi è anche colui che è riuscito a rifunzionalizzare nella maniera più efficace la propria formazione pubblicitaria, facendone un punto di forza e non un gap del suo cinema. Ecco perché i suoi film, così singolari e squilibrati, andrebbero difesi a prescindere: perché dietro il graffio della satira esiste un universo referenziale niente affatto banale o scontato, figlio dei suoi tempi ma non per questo assuefatto a essi, che riesce a leggere in controluce lo Zeitgeist entro cui si colloca per ricavarne una insospettabile dimensione critica. Come se su tutti le sue pellicole pendesse come un monito, quasi un memento mori rivolto a tutta l’umanità, lo scheletro dell’Italicus con cui si concludeva il suo esordio nel lungo, Strane storie.
Il terzo film di Sandro Baldoni si intitola Italian Dream, e arriva a undici anni di distanza dal precedente Consigli per gli acquisti (ma è stato realizzato due anni fa, poi bloccato dalla revoca dei finanziamenti per la distribuzione e costretto ad affacciarsi in sala in bassissima stagione e con un numero di copie che si contano sulle dita di una mano), forse l’opera più controversa (soprattutto sul piano dell’accoglienza critica) del regista. È per l’appunto un film che, nel poggiare su un paradosso narratologico, al pari dei lavori precedenti del regista (in particolare Strane storie), squilibra fatalmente la drammaturgia, la altera, la rende malmostosa e inafferrabile. C’è un effetto straniante alla base della percezione di Italian Dream, e non si riesce a capire con certezza se sia o meno ricercato: di sicuro non lascia indifferenti. Guardare Italian Dream è come camminare nelle sabbie mobili, ci si sente mancare il terreno sotto i piedi, e una strana vertigine manomette il percorso cognitivo. Siamo in presenza del grottesco elevato a sistema, del paradosso come “poetica”, della dimensione onirico-visionaria che compenetra l’ordinario dell’esistente e lo trasforma in un trip allucinogeno, un incubo a occhi aperti sospeso fra Ferreri e Carpenter (chissà se a Baldoni piacerà una simile definizione).
La vicenda del povero cristo pedinato da un azzimato sconosciuto che a un certo punto gli rivela di essere la sua imminente vittima assume così i contorni di un apologo in cui angoscia e comicità convivono sul medesimo territorio. Il tentativo di rispecchiare, deformandola, l’assurdità in cui versa la società italiana, fra partiti dei depressi cronici e razioni di cibo per i disoccupati (da antologia l’idea della “mezza mela”…), si stempera in una risata amara che risucchia molte delle velleità “sociologiche” del film, ma non ne depotenzia affatto la carica abrasiva. Forse in Italian Dream c’è “meno Italia” di quanto i presupposti su cui poggia il film lascino presagire, tuttavia la pervicacia con cui Baldoni insegue una sua idea di cinema scarsamente propensa al compromesso, lontana dalle lusinghe del divismo (nel ruolo del protagonista troviamo ancora una volta Ivano Marescotti, splendido volto aguzzo da “uomo senza qualità” musiliano, che non a caso ricorre in maniera quasi ossessiva nel cinema di Baldoni), in cui peraltro, e non si tratta di un fattore secondario, l’aspetto visivo conta quanto quello narrativo, se non di più.
Non a caso il parterre di collaboratori è di primissimo ordine: in particolare, le musiche sono di Carlo Siliotto e il montaggio della sempre più brava Iliaria Fraioli, che ha già maneggiato i fotogrammi di molto bel cinema italiano giovane, da Giovanni Piperno a Alina Marazzi a Enrico Pitzianti.