Regia
Paolo Virzì
Sceneggiatura
Francesco Bruni, Francesco Piccolo, Paolo Virzì
Fotografia
Nicola Pecorini
Montaggio
Simone Manetti
Scenografie
Tonino Zera
Costumi
Gabriella Pescucci
Musiche
Carlo Virzì
Interpreti
Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Marco Messeri, Aurora Frasca, Giacomo Bibbiani, Giulia Burgalassi, Francesco Rapalino, Isabella Cecchi, Sergio Albelli, Fabrizia Sacchi, Dario Ballantini, Paolo Ruffini, Emanuele Barresi, Fabrizio Brandi, Michele Crestacci, Bobo Rondelli, Paolo Giommarelli, Giorgio Algranti, Riccardo Bianchi, Giacomo Bibiani
Produzione
Motorino Amaranto, Medusa Film, Indiana Production Company
Distribuzione
Medusa
Nazione
Italia
Anno
2010
Durata
116 min.
Caratteristiche tecniche
35mm - Colore
Venerdì 15 Gennaio 2010 16:56
La prima cosa bella
Le età di una madre
Di Simona Ristori

Nel decimo lungometraggio di Paolo Virzì le questioni politico-sociali lasciano il posto al sentire palpitante del cuore, al calore di forti affetti familiari, in una storia fatta di ritorni a casa, riconciliazioni e coraggio per trovare la magica alchimia dell’amore più vero e il sottile equilibrio tra dramma e leggerezza della vita.
Il sapore della commedia italiana più autentica, specchio ironico e spirito critico della società e del costume, che affonda le sue radici nei film sagaci e carichi di umanità di Monicelli, Scola, Risi, Comencini, Pietrangeli, si riscopre nell’ultimo film corale e intenso di Paolo Virzì, La prima cosa bella, decimo lungometraggio del regista livornese, colui che meglio di altri ha saputo raccogliere l’eredità degli anni migliori della nostra commedia; qui il regista livornese guarda a un capolavoro come C’eravamo tanto amati di Ettore Scola. A dodici anni dalla realizzazione di Ovosodo, Gran Premio Speciale della Giuria a Venezia, Virzì è tornato alla sua Livorno (un ritorno già anticipato, per coloro che hanno avuto modo di vederlo, dal documentario L’uomo che aveva picchiato la testa, di alcuni mesi antecedente a La prima cosa bella), che come lui stesso dichiara si rivela una sorta di "teatrino personale, come Newark per Philip Roth, Boulder per John Fante, o il Rione Sanità per Mario Merola. Brulica di storie eccezionali di gente comune che fa venir voglia di raccontare e di filmare". La pellicola, scritta dal regista in collaborazione con Francesco Bruni e Francesco Piccolo, è prodotta da Motorino Amaranto, Indiana Productions e Medusa Film e distribuita in quattrocento copie, in linea con gli standard del regista.
Il titolo racchiude perfettamente il senso della storia e riprende significativamente quello di un celebre brano di Nicola Di Bari degli anni Settanta, che viene qui riproposto nella cover interpretata da Malika Ayane, e che riecheggia più volte nel film in quanto canzone allegra e romantica che la protagonista, Anna Nigiotti in Michelucci (interpretata da Micaela Ramazzotti da giovane e da Stefania Sandrelli in età matura), allegra, incosciente e dall’incrollabile ottimismo, canta ai suoi bambini Bruno (Giacomo Bibbiani) e Valeria (Aurora Frasca) per rincuorarli durante le avventurose peripezie e i vagabondaggi pieni di insidie e illusioni cui sono costretti dopo che il marito Mario (Sergio Albelli) li caccia da casa, accecato dalla gelosia per le tante maliziose attenzioni rivolte alla giovane consorte, dalla bellezza imbarazzante, dopo che è stata eletta inaspettatamente Miss in una serata d’estate ai Bagni Pancaldi, lo stabilimento balneare più popolare di Livorno. Siamo all’inizio degli anni Settanta, e tutto accade sotto gli occhi ingenui della piccola Valeria, e quelli invece attentissimi di Bruno, al quale non sfugge nulla dei dissidi familiari e delle battute velenose della gente. A fare da sfondo alle loro vicissitudini anche l’ignavia dei tanti uomini volubili che vorrebbero appropriarsi della grazia e del candore di Anna, ma che non ne hanno la forza; nonché le manovre dell’astiosa zia Leda per impadronirsi del marito e dei figli di quella sorella sconcia e desiderata che in realtà è una madre vera e disarmante, un personaggio eroico, una donna dolce e sensuale, fiera e indifesa, istintiva e passionale, simpatica e incosciente, esuberante e aperta, e che, proprio per la sua disponibilità a offrire un sorriso e uno sguardo a tutti, scatena le maldicenze della gente gretta e provinciale.
La narrazione procede su due binari paralleli, in un continuo alternarsi fra presente e passato in cui si accavallano i ricordi. Oggi Bruno (Valerio Mastandrea) è un quarantenne anaffettivo e scontento, fuggito via ormai da tanti anni dalla sua piccola città, che viene convinto dall’insistenza della sorella Valeria (Claudia Pandolfi) a tornare a Livorno per porgere l’estremo saluto alla madre che sta morendo (Stefania Sandrelli). Tuttavia, nonostante l’evidenza clinica, Anna è ancora bellissima, fresca, gioiosa e vitale. Quella che doveva essere una rapida visita, diventa l’occasione per fare i conti con un passato che Bruno aveva cercato in tutti i modi di dimenticare. Dopo la scoperta in extremis di un fratello di cui si ignorava l’esistenza, matrimoni e separazioni a
sorpresa, quei trascorsi avventurosi conducono a un esito inatteso di riconciliazione: l’ultima lezione di vita, di fiducia nella dolcezza del vivere, di questa madre imbarazzante e speciale. E il commiato dalla vita di Anna diventa sorprendentemente una specie di festa, dove il dolore della morte sembra persino accettabile; in tal modo, il racconto, di per sé drammatico, rifuggendo qualsiasi amarezza, sa affondare in una sottile vena comica anche i momenti più strazianti, per raccontare anche il tema della morte in modo inconsueto.
L’impegno politico-sociale che caratterizza apertamente i film di Paolo Virzì viene qui messo in un certo senso da parte, per raccontare un romanzo familiare fatto di persone che si amano tanto, troppo. La pellicola si rivela in tal senso completamente diversa nell’approccio rispetto ad esempio al precedente film narrativo, Tutta la vita davanti, tanto che le sconfortanti questioni sociali del nostro tempo lasciano il posto al sentire palpitante del cuore e ad affetti familiari fortissimi. La prima cosa bella si rivela inoltre un sentito omaggio a un certo tipo di madri che possiedono una forza eversiva, un’energia, un ottimismo, una purezza, che entrano naturalmente in conflitto con il perbenismo di una struttura sociale piccolo
borghese. Come ha sottolineato Stefania Sandrelli nel corso della conferenza stampa di presentazione del film, questa è una commedia in cui non si fa in tempo a piangere che già si ride e viceversa, proprio come la vita stessa: in fondo è proprio questa la formula vincente della commedia italiana di serie A.
Paolo Virzì dirige abilmente gli attori sul set, curando anche con estrema attenzione il loro dialetto livornese. Inoltre, una scelta coraggiosa ma sorprendentemente riuscita è stata quella di cambiare gli interpreti di uno stesso ruolo a seconda della diversa età nel racconto, come aveva già fatto Ettore Scola nel suo La famiglia. Il risultato è stato possibile grazie alla bravura degli attori nell’individuare atteggiamenti del corpo ed espressioni tali da stabilire una continuità nei loro personaggi. A tratti sorprendente è l’analogia di sguardi tra Micaela Ramazzotti e Stefania Sandrelli. Il personaggio di Anna nelle due diverse età in cui è colto, è dunque reso senza particolari disomogeneità: in particolare Micaela Ramazzotti ha studiato attentamente i modi di fare e lo stile inimitabile di Stefania Sandrelli, guardando a classici come Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli (alla cui Adriana è ispirato tra l’altro il personaggio di Anna, così pieno di ingenuità, purezza, disponibilità, fragilità ma anche forza), Sedotta e abbandonata di Pietro Germi, il succitato C’eravamo tanto amati e Mignon è partita di Francesca Archibugi. Nelle due attrici traspare una continuità di spirito e di candore, ed entrambe rivelano quella speciale capacità
di essere femminili e comiche al tempo stesso, quella innocenza un po’ svampita che rende perfettamente le due facce di Anna Nigiotti in Michelucci, prima giovane e chiacchierata Miss Mamma Estate, poi donna matura ingorda di vita, nonostante sia nello stadio terminale della malattia. Nel complesso, Stefania Sandrelli, Micaela Ramazzotti, Valerio Mastandrea e Claudia Pandolfi offrono interpretazioni nitide e dense, ma bravo è anche il coro degli attori non protagonisti, mentre lunghi piani sequenza ne esaltano le performances. La fotografia di Nicola Pecorini, esperto nell'uso della steadycam, è all'altezza della sua fama di collaboratore di Terry Gilliam, Oliver Stone, Roman Polanski, Bernardo Bertolucci, mentre il montaggio è opera del giovane e promettente esordiente Simone Manetti. L’abile ricostruzione della Livorno degli anni Settanta e Ottanta è il risultato di un notevole lavoro di documentazione fotografica e pittorica fatto dallo scenografo Tonino Zera e dalla costumista Gabriella Pascucci insieme con Nicola Pecorini, il quale ha inoltre tratto spunto dai quadri del pittore Renato Natali, un post-macchiaiolo che creava paesaggi quotidiani con tinte di impressionismo romantico: stradine di Livorno, di notte, penombre con dominanti forti, atmosfere silenziose e altre brulicanti di gente. Interessante è notare inoltre come la scelta fotografica adottata marchi in modo molto deciso le tre epoche in cui si muovono i personaggi del film. Il tempo presente è narrato con un tono fotografico semidocumentaristico; per la rievocazione dell’infanzia nei primi anni Settanta la fotografia è invece più satura e calda, come una pellicola leggermente scaduta, e con degli effetti ottici per degradare l’immagine sui margini. Il periodo dell’adolescenza negli anni Ottanta, infine, è stato reso con un trattamento fotografico un po’ più duro, aspro, contrastato, per raccontare un’epoca meno romantica e più cupa. Lo score musicale, oltre alle composizioni originali di Carlo Virzì, fratello del regista e autore cinematografico a sua volta, ripropone - a partire dalla nota canzone che dà il titolo al film - una serie piuttosto nutrita di successi d’epoca.
La prima cosa bella dimostra di avere tutte le carte in regola per un significativo successo di pubblico. Tuttavia, l’uscita concomitante nelle sale italiane del molto atteso e diametralmente opposto film fantascientifico Avatar ha scatenato un acceso dibattito sul rischio commerciale di una visibilità e di una adesione di pubblico messa a dura prova dall’imponente competitor americano. Il film di Virzì ha comunque già riscosso un notevole successo di critica, rivelandosi un piccolo grande capolavoro del rinnovato filone della Commedia all’Italiana: una semplice storia livornese, fatta di ritorni a casa, riconciliazioni, coraggio e ottimismo, per trovare il sottile equilibrio tra dramma e leggerezza della vita fino alla morte, e la magica alchimia dell’amore più vero che sta alla base di tutto, ovvero quello speciale di una madre, che può essere a buon diritto considerato come la prima cosa bella della vita.




