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Regia

Alina Marazzi

Mercoledì 13 Luglio 2005 13:00

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Un'ora sola ti vorrei

Immagini e parole tra noi leggère

Un'ora sola ti vorrei
Il video di Alina Marazzi, nel rielaborare materiale d’archivio privato, fatto di immagini e testi, è uno stupendo – doloroso e commovente – percorso della memoria, in cerca della madre perduta

Un’ora sola ti vorrei è un video del 2002, che ha girato vari festival, tra cui Locarno, Torino e Rotterdam, è stato proiettato diverse volte sulle pay-TV e in questa estate 2005 esce finalmente in sala (va auspicata fortemente una distribuzione più ampia di quella attuale).
Il video, di poco meno di un’ora, appartiene a quella categoria di film difficilmente classificabili, perché utilizzano e rielaborano materiale di repertorio, intrecciano quasi crudelmente il lato pubblico con quello privato e tolgono i paletti, di solito ben piantati, che separano documentario e fiction.

Alina Marazzi, nipote dell’editore Ulrico Hoepli, ha preso la decisione dolorosa di visionare gli home movies girati dal nonno a partire dagli anni Venti e fino ai primi anni Settanta. Un atto doloroso ma necessario, perché quel materiale comprendeva anche le immagini della madre, morta suicida nel 1972 e praticamente rimossa dal ricordo familiare. Alina così ha imparato a conoscere sua madre, con l’ausilio inestimabile del diario semisegreto da lei tenuto, e l’ha vista quasi per la prima volta, dato che, avendola persa all’età di sei anni, non ricordava neppure il suo volto. Arrivata a un certo punto, si è resa conto della inevitabilità di farne un film.

I possibili percorsi che apre Un’ora sola ti vorrei sono parecchi. Il più palese è quello che racconta una vicenda tipicamente d’epoca, purtroppo: Liseli, la madre di Alina, si trova a soffrire di depressione, ma la sua malattia viene presa per un capriccio da ragazza viziata. E in quegli anni, quando sia la liberazione femminista che la riforma ispirata a Basaglia erano di là da venire, diverse donne nella condizione di Liseli erano destinate a essere rinchiuse tra le mura di un manicomio.
Subito dopo vi è il ritratto di una famiglia alto-borghese, apparentemente serena. Il nonno, l’editore Hoepli, con l’incredibile mole di riprese fatte, ha testimoniato, forse inconsciamente, una forte volontà autorappresentativa, come ha tenuto a dire la regista-nipote. La borghesia, come da tradizione, si mette in mostra, e qui lo fa in modo ossessivo, registrando su pellicola ogni momento di felicità familiare. Questi home movies sono delle celebrazioni ipocrite, sono un ritratto di superficie, in oscuro contrasto con quanto stava accadendo nella mente di Liseli.
E allora assumono un ruolo decisivo le parole del diario, che lottano con le immagini, le smentiscono, le spogliano, le svuotano. Infatti Liseli, gradualmente, si rende conto di non riuscire a perpetuare l’unità familiare, disattendendo ciò che la società le richiede, e lo annota su carta, scrivendo a se stessa, alla madre, al marito, ai figli, alla migliore amica (l’attrice Sonia Gessner), ma mai al padre. Si sente inadeguata, non riesce a svolgere il suo ruolo di madre e moglie. Cresce in lei la consapevolezza di un mondo ipocrita, il cui principale colpevole è riconosciuto nella figura paterna, l’artefice della messa in scena.
Quelle immagini, una volta private del velo, attraverso le parole del diario e il lavoro al montaggio, vengono mostrate per la loro falsità.
Non dovrebbe essere sbagliato, allora, fare un confronto tra la dimensione superficiale (ludica e rappresentativa) dell’immagine e la profondità (lucida e analitica) del testo. E, sia detto quasi per inciso, il diario di Liseli contiene delle riflessioni profonde e poetiche sul vivere, oltre che una coscienza persino spietata di sé.

Ma non si tratta di un semplice (dal punto di vista teorico) quanto difficile (sul piano pratico) contrappunto audio-visivo (intendendo il termine alla maniera di Chion).
Le due fonti, Liseli Marazzi Hoepli e Ulrico Hoepli, vengono investite in prima persona da Alina, poiché, oltre ad aver trasferito in digitale e poi rimontato le immagini girate dal nonno (con l’aiuto essenziale di Ilaria Fraioli), è lei stessa a leggere le parole della madre. In questo modo, la regista fagocita il passato della sua famiglia e in certa forma ne rivive le contraddizioni sulla sua pelle. La rivisitazione, il ricordo, l’ora da passare con la madre, diventano una forma di riappropriazione dell’identità, un doloroso ricongiungersi con se stessi e l’amara constatazione di una distanza. La ricerca di quel volto, di quel corpo, di un affetto perduto, attiva, inoltre, un parallelo con il funzionamento tipico del dispositivo cinematografico. Infatti Un’ora sola ti vorrei diventa cinema per la forma nostalgica che assume, per il desiderio verso un’assenza, per la volontà irrealizzabile di toccare e di essere toccati da una figura fantasmatica.
Ed è commovente e straniante l’organizzazione che Alina Marazzi ha dato al materiale che aveva raccolto. Il modo scelto per leggere le parole della madre è, più che oggettivo, davvero materno (la voce è rassicurante. Agendo per suggestione, direi, incongruamente, che è “luminosa”). Tale elemento, insieme ad altre soluzioni lievi quanto crudeli di messa in scena (le cartoline spedite dalla figlia alla madre che vengono mostrate, “ossimoricamente”, con riservatezza), suggerisce la volontà di non forzare le spinte melodrammatiche. Dunque rivela una serenità come stato d’animo successivo alla commozione e al dolore, che non può che provocarci compassione, intesa nel senso etimologico del patire insieme.
La stessa fusione di fonti del discorso pone la figlia Alina quasi nel ruolo di madre, oltre che in quello di narratrice di un mondo scomparso, capace con il suo atto cinematografico di riflettere sulla condizione del sé e sulla condizione dell’Altro.

Un’ora sola ti vorrei è un film fortemente teorico, così come è di facile accesso sul piano emotivo.
Forzandone un po’ il senso, ha ricordato il confronto madre-figlio del libro di Lalla Romano citato nel titolo dell’articolo. A proposito di Le parole tra noi leggère la scrittrice ebbe a dire che si trattava di “una autobiografia estrema, non rispondente cioè al canone tradizionale, moderato, del genere”, e probabilmente queste parole si adattano al nostro caso.

Mi piace pensare, infine, al luogo della proiezione e dunque all’evento in sé. Per una volta una sala con pochi posti e con uno schermo piccolo ha reso merito al film. Intanto perché si trattava di un video, ma soprattutto perché quel pubblico che ha riempito facilmente la sala mi è sembrato che abbia condiviso una esperienza forte, come se si trattasse di membri della famiglia Marazzi-Hoepli, per una volta riuniti insieme, a rivedersi, a commuoversi, a condividere delle emozioni. Il cinema, così, ha ritrovato, in modo sia pur paradossale, mancando sia pellicola che proiettore, la sua funzione sociale.