






Regia
Ridley Scott
Mercoledì 05 Novembre 2003 13:00
Alien
Il ventre squarciato
Di Sergio Di Lino

La versione inedita del primo episodio della saga
L’immagine più immediatamente riconoscibile e terrorizzante del primo Alien è quella dell’atroce morte di Kane, interpretato da John Hurt, letteralmente divorato dall’interno da un cucciolo di creatura aliena sviluppatosi nel suo organismo dallo stato embrionale fino ad assumere ferocia sufficiente da farsi strada all’interno di un altro organismo vivente, per poi vedere la luce... Un parto in piena regola.
Ma di parto maledetto si tratta, e i malcapitati astronauti che hanno la ventura di imbattersi in questa forma di vita primordiale ed evoluta al tempo stesso, brutale e sanguinaria, avranno modo di rendersene conto...
Reduce dal primo lungometraggio della sua ancor breve ma già luminosa carriera (quel The Duellists, sapido miscuglio di tragico, cavalleresco e teatro dell’assurdo), Ridley Scott si imbatte in uno script di per sé visionario e a suo modo estremo, tutto teso verso lo spostamento dei limiti della visione e del filmabile; in più si avvale della collaborazione di H.R. Giger, che trasforma le fattezze dell’alieno in un’opera concettuale malata; il suo background artistico fa il resto, e Alien, dietro le apparenze povere e fatiscenti di quella fantascienza "sociopolitica" che racconta non solo le glorie ma anche – e soprattutto – le miserie dei nuovi imperi del futuro (com’è lontano Star Trek, che pure poco prima aveva visto la sortita del suo primo spin-off per il grande schermo, diretto dal veterano Robert Wise...), si configura, a livello visivo, come un riuscitissimo esperimento sull’immagine e sullo sguardo, privati della loro verginità e soprattutto dell’allusione insita nel non-rappresentabile. Dunque, dopo una prima parte di attesa e di costruzione della suspense, Scott "violenta" letteralmente lo sguardo (il suo e quello degli spettatori), costringendolo a un tour de force visivo tanto affascinante quanto angoscioso. E il vuoto che ossimoricamente riempie la prima parte del film deflagra nella seconda in un’orgia di matericità estrema.
Forse, rivisto oggi, l’impatto del film, a livello puramente sensoriale, appare più blando rispetto a venticinque anni fa. Di sicuro è un segno dei tempi, ma ciò non toglie che l’abilità di Scott nel giocare con il non-visto per poi mostrarlo all’improvviso in tutta la sua raccapricciante mostruosità, destinandolo di fatto al dominio della scena. Verrebbe da dire che Scott non sarà mai più così bravo nel concepire lo spazio del profilmico come luogo del metafisico, sorta di limbo naturale e inconsapevole dove si aggirano, ferini e silenziosi, i fantasmi dell’inconscio. Ecco allora che la creatura, da ombra ammonitrice di marca post-espressionista, scorcio appena intravisto, di sfuggita, su un piano quasi subliminale, quasi un simulacro del terrore oscuro talmente raccapricciante da essere subito rimosso a livello conscio, nel suo farsi carne, nel suo porsi come l’evidenza materiale di una proiezione della mente, nel suo disvelarsi come pericolo tangibile e lacerante, mantiene (paradossalmente, o forse no…) una propria forza evocativa e trascendente, infine un proprio valore simbolico, quasi totemico. L’alieno come proiezione delle paure e delle pulsioni dell’Es, storia vecchia. Ma in Alien (e mai come in questo caso l’elementarità del titolo palesa una capacità di sintesi concettuale e allegorica di straordinaria profondità), il simulacro prende finalmente vita (in maniera sicuramente meno ecumenica e rassicurante che non in film come The Island Earth – Cittadino dello spazio di Joseph M. Newman, fantasioso apologo protospielberghiano e antimaccartista, e con un intensità sicuramente più viscerale che non nella trasposizione, corretta ma indolore, del classico di H.G. Wells War of the Worlds a opera di Byron Haskin), si ribella al suo creatore, ne fuoriesce letteralmente dalle viscere per reclamare la propria autonomia.
Dal canto suo, Scott attinge a piene mani dall’immaginario della fantascienza cinematografica dei decenni precedenti, ma li rielabora in un contesto di assoluta depurazione degli elementi più appariscenti, operando una scarnificazione della messa in scena che a tratti lambisce l’ascetismo. Dedicando idealmente il suo lavoro a tutti coloro che ritengono l’economia espressiva un’inconfutabile traccia di sterilità.




