


Regia
Michael Moore
Sabato 28 Agosto 2004 13:00
Fahrenheit 9/11
Il punto di fusione di una democrazia
Di Lorenzo Leone

Chissà se un giorno sarà davvero questa la storia scritta sui libri…
E alla fine è arrivato il momento di vedere la nuova dinamitarda opera di Michael Moore: un film che per i suoi contenuti destabilizzanti aveva rischiato di non essere distribuito in America, poiché la Disney che ne deteneva i diritti si era rifiutata, salvo poi l’intervento dei fratellini Weinstein che, con la loro Miramax, lo hanno fatto uscire dopo il trionfo di Cannes.
Negli Stati Uniti il film ha polverizzato ogni record d’incasso e chissà se servirà a levarci quell’enorme minaccia mondiale rappresentata dalla giunta Bush, dato che a novembre ci saranno le elezioni presidenziali americane.
In effetti Fahrenheit 9/11 è il miglior spot elettorale mai visto, anche se i democratici non ne escono poi tanto bene vista la loro inconsistenza morale e politica: certo è che se gli americani scegliessero di riconfermare Bush non so quale altra calamità possa capitare.
Per chi è un fedele seguace di Moore, comunque, questo suo nuovo j’accuse risulterà solo in parte una sorpresa: eh già, perché l’intera prima parte del film ricalca punto per punto l’ultimo libro del gigante buono del Michigan (Dude, Where Is My Country? del 2003; ed uscito in Italia, lo stesso anno, con il titolo: Ma come hai ridotto questo paese? , e di cui ci siamo già occupati).
Per chi, invece, divenisse solo ora (dopo la visione di Fahrenheit 9/11) un fan di Moore consigliamo di leggere il suddetto libro ove troverà molto pane per i suoi denti affamati di verità.
Detto ciò diciamo che il nuovo Moore si è impegnato al massimo per colpire l’immaginario dell’americano medio, quello che ingurgita le fandonie dei media di stato senza batter ciglio: l’intero film è costruito abilmente per non intaccare i sacri valori dell’America, cosa che non è permessa a nessuno, neanche al più dissacrante degli americani.
Questo Moore lo sa e bada bene a non cascare nell’errore che pregiudicherebbe ogni suo sforzo: mostra rispetto e pietà per le sacre vittime del’11 Settembre e onora i soldati andati in guerra come fa ogni cittadino americano che si rispetti.
Fatto questo, sa di avere campo libero su ogni tema, anche sul più scottante: i legami tra Bush, i Bin Laden e la famiglia reale saudita; la guerra in Afghanistan; la guerra in Iraq; l’Undici Settembre; le armi e il petrolio.
Non c’è niente da dire, Moore conosce bene i suoi polli e sa quali sono i loro punti deboli: è per questo che, rispetto al più combattivo Bowling for Columbine, ha affinato (e affilato) le sue armi.
Non tira più colpi alla cieca ma usa il bastone e la carota con i suoi spettatori: lo stile è sempre lo stesso, con un montaggio coinvolgente che t’inchioda alla sedia e quella sua immancabile vena populista, ma è cambiato il modo con cui dialoga con il pubblico.
A onor del vero c’è già chi sente puzza di bruciato intorno a Moore e questo capita quando un personaggio, anche se dice le cose più giuste del mondo, riscuote un enorme successo: per questa sua capacità d’intrattenitore e imbonitore c’è chi vede in lui un’operazione squisitamente commerciale, dato che il dissenso, comunque, paga (e bene a quanto pare).
Di sicuro Moore, ormai, ha perso la verginità ed il rischio che diventi un pagliaccio da talk-show c’è tutto.
Sui titoli di testa scorrono le immagini dell’intera giunta presidenziale americana: i vari George W. Bush, Dick Cheney, Colin Powell, Condoleeza Rice, Donald Rumshfeld alle prese con il maquillage pre-televisivo.
È questa l’immagine-simbolo dell’intero film: il loro farsi truccare per apparire in gran spolvero e servire al paese l’ennesima bugia è la sintesi perfetta della situazione attuale.
Smascherare queste bugie, che hanno gettato il paese in una guerra suicida (ed omicida), è la missione di Michael Moore.
Per il resto, il film illustra la sconvolgente situazione irachena: da una parte la cittadinanza inerme schiacciata dai carri armati a stelle e strisce e bruciata dal napalm (come nel "lontano" Vietnam), dall’altra i familiari dei soldati americani morti in Iraq, distrutti dal dolore per aver perso un figlio in una guerra ingiusta ed inutile.
L’atroce scherzo del destino della democrazia americana vuole che, a rischiare la vita per gli interessi dei più ricchi, siano i ragazzi senza alcuna prospettiva di lavoro: per loro l’unica fonte di guadagno è l’arruolamento.
Ancora una volta la storia si ripete: sono i poveri a combattere le guerre che i ricchi intraprendono per salvaguardare i propri interessi.
Uno di questi, e forse uno dei più grandi, è la ricostruzione dell’Iraq; e in un convegno sul tema, Moore raccoglie qualche intervista: lì, stempiati uomini d’affari senza scrupoli, si sfregano le mani di fronte alle potenzialità economiche rappresentate dal paese che ha la seconda più grande riserva di petrolio del mondo.
Dove c’è da mangiare gli squali accorrono.
E se, come dichiara un’intervistata nel film, è l’ignoranza della gente comune a rappresentare il punto di forza della strategia del terrore orchestrata dalla Casa Bianca (quella stessa strategia che gli ha permesso di fare guerre a destra e a manca); è altresì vero che, vedere un’icona dei giovani come Britney Spears dichiarare, mentre biascica beatamente il suo chewing-gum, la sua totale fiducia nel presidente Bush, è un fatto che deve pur far riflettere.
In ultimo, c’è da dire che, contrariamente a quanto si pensi, l’opera di Moore non deve esser presa come un attacco all’America, non è un film anti-americano: esso, anzi, è un film profondamente americano, nel senso che ne esalta lo spirito patriottico (è qui che sta il genetico conservatorismo statunitense, e anche di Moore).
È più giusto sostenere che si tratti di un film politico che va contro quella determinata parte politica che governa l’America attuale e contro l’establishment economico del paese che governa gli Usa da sempre.
E c’è una gran bella differenza.




