Regia
Oreste Crisostomi
Sceneggiatura
Oreste Crisostomi
Fotografia
Antonello Emidi
Montaggio
Paolo Benassi
Scenografie
Marcello Di Carlo
Costumi
Costanza Bastanti
Musiche
Alessandro De Florio
Interpreti
Camilla Ferranti, Catherine Spaak, Fioretta Mari, Massimiliano Varrese, Giulio Pampiglione, Gisella Sofio, Emanuela Aureli, Antonio Ianniello, Anna Longhi, Caterina De Regibus, Anna Dalton, Elena Sinibaldi, Gianfranco Barra, Mico Cundari
Produzione
Videodrome Visual Production
Distribuzione
Medusa
Nazione
Italia
Anno
2010
Durata
99 min.
Caratteristiche tecniche
35mm - Colore
Lunedì 28 Giugno 2010 13:07
Alice
Fuga dal Paese delle Meraviglie
Di Sergio Di Lino

Tante alici in una sola persona: è il simpatico debutto nel lungometraggio del giovane Oreste Crisostomi.
Troppe alici si affollano nell'immaginario collettivo per non far sospettare che l'onomastica del titolo e della protagonista dell'opera prima del ventottenne Oreste Crisostomi abbia sin troppi "padri putativi". L'Alice di Crisostomi è quella che si perde nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carrol - magari nella versione psycho-digitale di Tim Burton -, ma è anche quella che distratta "guarda i gatti" della canzone di Francesco De Gregori e non capisce fino in fondo ciò che succede intorno a lei; oppure è quella del film omonimo di Woody Allen, la Mia Farrow timida e impacciata che si rende invisbile per scrutare di nascosto le meschinità delle persone che la circondano; o ancora, quella di Martin Scorsese, quella che "non abita più qui", perché dopo tanto errare ha miracolosamente trovato una sua dimensione nella provincia depressa che tanto la atterriva e da cui voleva fuggire a ogni costo; o forse, con un calembour retorico un po' più ardito - ma non più di tanto -, è la Milla Jovovich di Resident Evil, la dormiente che si risveglia in un mondo popolato da cannibali. Il valore archetipico del nome è tutto, e il giovane Crisostomi, fattosi le ossa in teatro, lo ha capito immediatamente; la sua Alice - personaggio - e il suo Alice - film -, insieme, costituiscono un duplice archetipo: un archetipo femminile di personalità precaria immersa nell'era - e forse, in misura ancora maggiore, nel paese - della precarietà (lavorativa, esistenziale, affettiva) elevata a sistema; e un archetipo cinematografico di opera indipendente "da bassa stagione", di quelle che trovano sbocco nelle sale - quando riescono a trovarlo - solo nel momento in cui l'offerta di blockbusters (meglio se di importazione) comincia a diradarsi. Solo dodici mesi fa avevamo salutato, più o meno in questo periodo, l'avvento di una pellicola fresca e intelligente come Tutti intorno a Linda delle sorelle torinesi Barbara e Monica
Sgambellone; rispetto al predecessore, Alice perde qualche punto proprio sul piano della freschezza del racconto, ma riesce ugualmente a farsi apprezzare come esempio virtuoso di autarchia produttiva e di ricerca di contenuti "altri" rispetto alla "norma" dell'offerta cinematografica - per così dire - "d'alto bordo".
Finanziato con un "lauto" contributo ministeriale di seicentomila euro, Alice narra le vicende della protagonista eponima, giovane e sognante ragazza che cerca di reagire con la fantasia al grigiore della vita di provincia entro cui è costretta. Purtroppo, però, i suoi sogni di palingenesi si scontrano sistematicamente contro lo squallore della realtà: una famiglia matriarcale (mamma+nonna) decisamente opprimente e altrettanto decisamente orientata, quanto a preferenze, verso la sorella della protagonista, in procinto di sposarsi; un lavoro impiegatizio tutt'altro che gratificante, la cui unica luce sarebbe il capufficio Luca, se soltanto lui si accorgesse dell'amore viscerale che la ragazza prova nei suoi confronti; una variopinta fioriaia di mezza età come unica amica e
confidente minimamente credibile; e un amico gay (sic...) di nome Sandro, che sarà la chiave di volta della rinascita della giovane. Proprio grazie ai consigli dell'amico, infatti, Alice si trasforma in pochissimo tempo in un'insospettabile mannequin, pronta a mettersi con più convinzione in caccia dei propri sogni e soprattutto dell'uomo della propria vita. Basterà per accedere al segreto della felicità?
Se lo scheletro drammaturgico lambisce quello del non troppo vetusto Come tu mi vuoi di Volfango De Biasi - con la riproposizione dell'archetipo narrativo del brutto anatroccolo dall'aria nerd che si trasforma in cigno -, lo svolgimento di Alice si configura come un'incursione del realismo nei territori della fiaba. Il regista ha chiamato in causa, a livello di immaginario, il realismo di Edward Hopper e del fotografo Gregory Crewdson, sul piano linguistico gli stereotipi del linguaggio pubblicitario degli anni Sessanta - sorta di riedizione dell'humus di Mad Men in versione italica? - e per quanto riguarda la narrazione il cinema di Aki Kaurismäki. In realtà, Alice è realmente Lewis Caroll nell'Italia dei trentenni che vivono in famiglia, dell'etica e dell'immaginario da call center, dell'impossibilità di essere normalmente autonomi e indipendenti per motivi strettamente contingenti. Fosse vissuta in un'altra epoca, e con un'altra condizione sociale alle spalle, la giovane protagonista sarebbe stata una delle possibili incarnazioni della prosa di Jane Austen; in questo caso,
messa a contatto con una realtà già alienante di suo, la ragazza non può fare altro che rivolgersi a un universo referenziale "altro", ben emblematizzato da scelte cromatiche marcatamente antirealistiche, sia nelle scenografie che nella bella fotografia di Antonello Emidi (forse alla sua prova migliore, dopo gli esiti non proprio memorabili di Quell'estate felice di Beppe Cino, Last Minute Marocco di Francesco Falaschi, Io non ci casco di Pasquale Falcone e L'ultimo ultras di Stefano Calvagna). Lo scollamento fra i due mondi, quello vissuto e quello solamente desiderato da Alice, rimane ben visibile dall'inizio alla fine: non c'è una vera evoluzione, al massimo la messa in forma di un desiderio di affrancamento da una contingenza troppo anonima e grigia per essere accettata, cui si contrappone la presa di coscienza del fatto che tale "grigiore" è decisamente condiviso dalla fauna umana che la circonda, fatta di uomini e donne non meno impauriti e insoddisfatti di lei. È questo l'unico vero "progresso" esistenziale di Alice, la presa di coscienza dell'inconsistenza del proprio senso di inferiorità rispetto al resto del mondo. Anche quello è un punto di partenza da cui ricominciare; magari con più concretezza e qualche sogno in meno...
Cast popolato di nomi - e relativi curricula al seguito - mediamente noti, un'eccezionalità per un'opera indipendente. Si va dai volti conosciuti soprattutto per la loro militanza televisiva (Emanuela Aureli - concittadina del regista -, Massimiliano Varrese) ad altri fattisi le ossa principalmente sulle assi dei palcoscenici teatrali (le veterane Fioretta Mari e Gisella Sofio), fino a volti noti del nostro cinema popolare (la sordiana Anna Longhi, l'onnipresente Gianfranco Barra, la rediviva Catherine Spaak). Su tutti, domina la figura trasognata di Alice/Camilla Ferranti - ternana anche lei, come Crisostomi e Aureli -, attrice finora nota soprattutto per la sua partecipazione alla serie Incantesimo 10, ma anche, purtroppo per lei, per una partecipazione a Uomini e donne di Maria De Filippi, e soprattutto per essere stata citata tra le "giovani candidate" dal dubbio curriculum che il Popolo della Libertà intendeva portare al Parlamento Europeo e che poi, su pressione dell'opinione pubblica, ha bruscamente ricusato; qui, a dispetto di precedenti non poco incoraggianti rivela corde interpretative niente affatto banali e anche una sana autoironia. Che voglia raccogliere l'eredità di Elisabetta Gardini, fuori e dentro il partito?


