Venerdì 30 Ottobre 2009 17:11
Di Sergio Di Lino

Michael Moore torna all'attacco con una sorta di summa (forse involontaria) del suo pensiero, un film contro la pervicacia del cancerogeno sistema capitalistico in un'economia globale sull'orlo del collasso, che parte malissimo ma finisce in tripudio.
Chi la chiama astuzia imprenditoriale, chi coerenza autoriale. Come già accaduto a molti cineasti eccesivamente - e incautamente - beatificati dal pubblico e dalla critica, e successivamente esposti troppo a lungo alla luce dei riflettori, anche Michael Moore ha dovuto fare i conti, da un certo punto in poi della sua carriera, con un'ostilità diffusa che ha cominciato a serpeggiare presso coloro che ne hanno magnificato le doti oltre ogni misura all'indomani di Bowling for Columbine. L'oltraggio della Palma d'Oro per Fahrenheit 9/11 ha fatto il resto, e così il regista embedded per eccellenza del cinema americano, quello che in snickers, t-shirt oversize e troupe ENG al seguito si gettava all'assalto dei luoghi del potere costituito cercando di tirare fuori dalle bocche solitamente cucite degli stati generali di questa o quella istituzione delle verità scomode, o almeno un involontario motto di spirito da ritorcergli contro in fase di montaggio (chi può dimenticare il "Find a real job!" rivoltogli a voce alta da George W. Bush e finito prontamente nel footage di Fahrenheit 9/11?), è stato oggetto di attacchi gratuiti da destra e - paradossalmente, in particolare - da sinistra, di libercoli denigratori, biografie non autorizzate tutte in negativo, persino di un pamphlet cinematografico girato à la Michael Moore per dimostrare quanto Michael Moore sia ipocrita e opportunista (il film è Manufacturing Dissent, ed è firmato dai cineasti canadesi Rick Caine e Debbie Melnyk). In realtà, il tempo gioca a favore del regista di Flint, Michigan, e malgrado Sicko sia stato un successo in patria mentre all'estero è circolato molto meno rispetto ai suoi film precedenti, il fatto che Moore rimanga tuttora sulla
breccia, a cinquantacinque anni suonati e con la stessa carica abrasiva di quando, ventitré anni fa, in Roger & Me, si gettava all'inseguimento (vano) del presidente della General Motors, dimostra che forse gli esiti sono altalenanti dal punto di vista artistico, ma sul piano degli intenti la bontà di quelli di Moore, anche quando si fanno demagogici o sentenziosi, non teme "riflussi critici" di sorta.
Forse è anche per evitare che vengano ancora sprecati fiumi di inchiostro e metri di nastro digitale sulla questione se Moore sia buono o cattivo, che lo stesso regista ha inteso concepire il suo quindicesimo lavoro fra film per il grande e serie per il piccolo schermo come una specie di summa, di compendio, di ricapitolazione, chissà quanto volontaria e consapevole, del suo cinema precedente, in particolare quello più militante e incazzato. Partendo da un topic che più massimalista non si può, in Capitalism: A Love Story Moore ricorre ancora più spesso di quanto non facesse in precedenza alla forma diaristica, alle interpolazioni autobiografiche, alle confessioni a microfono aperto, che sembrano ancora più "recitate" che non in passato. D'altronde, quella con il capitalismo è per l'appunto una storia d'amore, e pertanto qualche inflessione, per così dire, "melodrammatica", non stona nella scansione di eventi che hanno l'incedere fosco, ossessivo e maledetto di un film di Douglas Sirk.
Una storia d'amore, dunque, anzi un amour fou che, secondo Moore, sta conducendo al baratro l'economia americana, e di riflesso l'intero sistema economico globale. Semplificando un po' le cose, Moore contrappone il sistema capitalistico al sistema democratico; chi tende a sovrapporre semanticamente queste due locuzioni deve fare i conti con l'elementare evidenza delle prove portate a suffragio dal regista: nella Costituzione Americana non si fa mai menzione del sistema capitalistico e delle logiche del profitto imperanti, si punta invece in più di un passaggio sul concetto di democrazia e
sulle sue implicazioni sociali, in particolare sul fatto che tutti i cittadini americani abbiano diritto agli strumenti necessari a garantire loro la soglia minima di benessere. Secondo la Costituzione Americana, i ricchi non dovrebbero essere troppo ricchi, e i poveri non troppo poveri, e questo a qualcuno in America ricorda lo spauracchio del socialismo. Anche Barack Obama evoca certi fantasmi: a Sarah Palin, ad esempio, che accusa senza mezzi termini l'allora candidato democratico alle presidenziali di professare idee socialiste; o al suo collega Arnold Schwarzenneger che afferma di essere fuggito dall'Europa - dalla democraticissima Austria - per timore del socialismo che premeva da est (strano, perché lì steroidi e anabolizzanti erano legalizzati); o al mitico Joe the Plumber, l'uomo della strada, l'emblema della classe operaia Yankee con il microfono aperto sotto il naso, che non si fidava di Obama perché temeva per la sua casa, i suoi risparmi, l'avvenire dei suoi figli. Ma ancora una volta si fa confusione: sembra quasi che ci sia un timore diffuso nel collocare la democrazia in un suo ambito definito, di dotarla di un'identità propria senza "appoggiarla" abusivamente su uno dei due poli dialettici che hanno governato il mondo durante il secolo scorso.
La realtà, sembra dire Moore, è che il mondo non vuole la "vera" democrazia, quella che postula una equa divisione delle risorse, parità di diritti e accesso garantito ad alcuni beni e servizi di base come la casa, il lavoro, la sanità, l'istruzione... E a non volerla sono soprattutto i maggiorenti, coloro che montano la guardia allo status quo. Moore guarda a destra e a sinistra e nota che sono praticamente le stesse corporations ad aver finanziato le campagne elettorali di repubblicani e democratici: cosa avranno voluto in cambio?
Amore maledetto, dunque, di quello che consuma fisicamente e mina l'autostima alle fondamenta. Di quello per il quale ci si annulla, si mortifica la propria dignità. Amore sadomaso, in cui ci si fa male. Come quando gli Stati Uniti derubricarono gli emendamenti alla Carta dei Diritti promossi - e promessi - dall'appena defunto Presidente Franklyn Delano Roosevelt, emendamenti che "obbligavano" gli americani ad avere una casa, un lavoro, un'assistenza familiare, un'educazione scolastica completa. Perché l'amour fou non conosce benessere, con esso si gode solo quando si soffre. Secondo questa logica - e secondo Moore -, il collasso del sistema
capitalistico che si sta verificando in questi mesi corrisponde al punto di non ritorno, al climax orgasmico, all'agognato apice del godimento. Ma il dopo è fatto di un "rilascio di endorfine" così brusco da aprire una voragine nella coscienza collettiva. Il dopo è Bernie Madoff, sono le fabbriche che chiudono o licenziano, sono le grandi compagnie automobilistiche "salvate" da finanziamenti straordinari delle casse pubbliche, è New Orleans devastata dall'uragano Katryna e abbandonata in un vacuum istituzionale spaventoso. Il dopo dell'amour fou lascia solo macerie e dolore. Ed è su quelle macerie, in un paesaggio definitivamente post-apocalittico, che Moore passeggia con incedere talvolta più pesante, talaltra più delicato.
Il modo in cui l'America è arrivata a questo punto viene illustrato da Michael Moore con il consueto linguaggio ibrido. Come sempre, è la sua voce over a guidarci lungo traiettorie irregolari che mescolano cenni storici, microlezioni di economia, parentesi più leggere e altre decisamente più gravi (non manca una sequenza di dolore privato di una famiglia che sicuramente desterà indignazione presso coloro che avevano mal tollerato l'insistere della videocamera di Moore sul dolore della madre di un ragazzo morto in Iraq in Fahrenheit 9/11), le abituali e provocatorie incursioni del regista davanti all'obiettivo (in una scena tenta nuovamente di andare a parlare con il capo della General Motors, e viene ovviamente respinto all'ingresso) e tanta ottima musica (in coda c'è persino una sorprendente versione swing dell'Internazionale). Non mancano gli esempi - forse sin troppo "esemplari", appunto - né del male né della cura: per una fabbrica che licenzia ce n'è una in cui gli operai protestano, si barricano nel luogo di lavoro, ottengono l'attenzione dei media e la solidarietà dei cittadini, e infine chiedono a colossi come AIG di destinare parte dei copiosi finanziamenti governativi piovuti a pioggia su di loro ai lavoratori per la tutela del loro posto; qualcuno di loro si spinge ancora più in là, e progetta/sogna di gestire la fabbrica come una coperativa. Allo stesso modo, se da un lato ci sono i baraccati e gli alluvionati della Louisiana, dall'altro ci sono le famiglie di squatters che occupano le loro abitazioni a dispetto di inique ingiunzioni di sfratto. Le tesi di Moore sono forse semplicistiche, ma sono tali soprattutto perché guardano direttamente alla radice del problema, al di là di ogni sovrastruttura formale e protocollare: là dove si vedono violati i diritti elementari di un individuo, c'è una negazione della democrazia in favore di una logica esclusivamente capitalista. Punto.
Capitalism: A Love Story non ha un incedere facile. L'incipit è forse tra le cose più scadenti che Moore abbia mai realizzato, con una stanca analogia fra l'impero americano in declino e la decadenza dell'Impero Romano raccontata nei film storici di Hollywood, e un eccesso di ripiegamento ombelicale nel privato e nel "locale". Poi però, quando il film prende quota, e il regista ha modo di dispiegare pienamente la sua vis polemica e il suo spirito battagliero, Capitalism: A Love Story tocca vette di emozione e coinvolgimento mai raggiunte prima d'ora dal cinema di Moore. Il finale, poi, è una vera e propria chiamata alle armi, un invito alla lotta e alla resistenza come unico strumento per uscire realmente dalla crisi, poveri e ricchi indistintamente, e forse per iniziare un mondo nuovo. Sarà utopia, sarà fantasia, sarà forse semplice demagogia, ma questo è il Michael Moore più autentico, quello che riesce a farci indignare nel momento stesso in cui non nega a noi il diritto di sorridere delle nostre miserie, e a lui di esibirsi in qualcuna delle sue clowneries. E anche se alla fine Moore afferma di essere stanco di cacciarsi nei guai, non credetegli: se una risata non ci ha ancora seppelliti, forse un'altra risata, alla fine, ci salverà.