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Regia

Michael Moore

Giovedì 17 Ottobre 2002 13:00

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Bowling a Columbine

Crash-Boom-Bang!!!

Bowling a Columbine
Nel paese di Dirty Harry tutti vogliono difendersi da soli. Ma quando dai in mano a dei folli matricolati fucili a pallettoni e pistoloni da competizione ogni tanto ci scappa il morto.

Gli Stati Uniti sono una nazione in cui il pericolo è sempre dietro l’angolo: non ci si può voltare un attimo che una pallottola ti si è già conficcata in mezzo agli occhi. Prevenire è meglio che curare, dalla carie all’Iraq: per questo già dall’età scolare l’efficace sistema scolastico americano insegna a maneggiare con dovizia pistole, fucili e bombe a mano. In attesa che papà per il compleanno ti regali l’agognata 44 magnum, magari autografata da un Charlton Heston con il parrucchino nuovo.
Quando, da metà Ottocento fino agli anni Settanta del secolo scorso, non soltanto internet era ancora un’ipotesi da fantascienza megagalattica, ma anche i collegamenti via telefono e satellite rappresentavano un problema per chiunque avesse necessità di utilizzarli, l’America era un mondo lontano dalla nostra Europa, e non pochi sognatori del vecchio mondo ne vagheggiavano le luci e ne mitizzavano le forme, convinti che essa sarebbe stata il laboratorio del futuro felice dell’umanità. I nostri avi forse si sono sbagliati: se si fa attenzione al contenuto delle notizie provenienti da o fabbricate oltreoceano che vengono quotidianamente veicolate sui nostri media, si capisce che non solo gli Stati Uniti d’America governano il mondo e ne sono il centro indiscusso, ma forse non sono così felici e liberi come si pensava un po’ di tempo fa.
Per tali ragioni Bowling a Columbine è un testo necessario anche soltanto in quanto americano: al di là della polemica strettamente interna al ’micromondo’ in cui si svolge (la maggiore quantità di armi da fuoco diffuse sul suolo nazionale è garanzia di maggiore sicurezza?), che non può prescindere dalla strutturazione culturale del paese, come Moore forse a volte pretenderebbe, il documentario del regista del Michigan si fa apprezzare soprattutto per la sua netta analisi esistenziale di una società, la cui piramide di informazione creatrice di lavoro e ricchezza sembra essere il risultato finale di quella realtà paratelevisiva in cui noi europei vivacchiamo oggidì. Senza voler puntare a tutti i costi il dito verso ’colore che fanno il proprio lavoro’, Moore si limita a mostrare la genesi di fenomeni di massa pericolosamente reali (la percezione insopportabile del pericolo ’dietro di te’), i cui radicali effetti ci mettono poco a palesarsi in situazioni aberranti e impossibili da sopportare se si ha un cuore.
Ma se la pur lucida cattiveria dell’intervistatore (lo stesso regista, trotterellante con barba sciolta e cappello Spartans) si lascia andare in alcuni punti a prese di posizione che non sarebbe difficile smascherare come un po’ gratuite, Bowling a Columbine riesce in ogni caso a mantenere un’inedita forza di ricostruzione, che gli concede di passare senza traumi dalla presa in giro più dura e divertente alla accorata denuncia con commozione incorporata. Scomodo e finanche estenuante nel suo pedinamento degli indiziati del suo viaggio agli inferi, attraverso l’affilata chiave dell’ironia più che con il copioso snocciolamento di dati (comunque presenti a ricordare l’orrore), Moore copre di cenere il capo alle convinzioni finto-libertarie vero-razziste di una gran parte della popolazione americana e mondiale, evidenziando le ragioni che portano in molti a difendere con i canini ciò che si crede di possedere nelle proprie mani, e che invece risulta sfuggente al primo colpo di vento.
Più che un documentario su un problema interno agli Usa, Bowling a Columbine così diventa presto una ricerca all’interno di sé, per capire quali sono le molle che caricano la violenza in un paese che si definisce libero; e quando la camera si sofferma, nell’agrodolce finale, sul volto scavato e la camminata traballante del vecchio Charlton Heston, si capisce che c’è qualcosa che non va, e che le ’forze del male’ magari non abitano tutte fuori dai confini nazionali di questo grande, felice paese.

 

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