Giovedì 18 Settembre 2008 20:28
Di Sergio Di Lino

Ha atteso due anni prima di essere sdoganato per le sale, il primo film italiano con al centro il tema della pedofilia da quando quest'ultimo è diventato uno degli incubi ricorrenti degli organi d'informazione. A conti fatti, potevano aspettare ancora un po'...
Rimasto in naftalina per due anni, a causa in primis - si suppone - del tema scomodo che affronta, per come l'affronta e per come lo erge a unico architrave tematico della propria drammaturgia, Animanera, opera prima di Raffaele Verzillo, si propone come il primo film italiano che prende di petto senza remore il tema della pedofilia dal momento in cui questo è diventato uno degli spauracchi della società contemporanea. Il proliferare incontrollato di violenze e sopraffazioni ai danni di minori, siano essi di natura sessuale e/o deviata (come i casi austriaci di Natascha Kampusch e della famiglia Fritzl) o di pura speculazione criminale (e qui la casistica italiana si arricchisce di numerosi quanto macabri episodi, da quello di Denise Pipitone a quello di Tommaso Onofri), ha generato una morbosa
attenzione nei confronti del fenomeno e una spasmodica rincorsa al contenuto in grado di trasformare una tragedia in qualcosa che alimenti la "fame" (collettiva, ed è questo l'elemento più "tragico", e al tempo stesso quello più inconfessabile - dal momento che, bene o male, ci riguarda tutti in quanto "animali sociali" e soggetti ad assorbimento mediatico -, del fenomeno) di sensazionalismo, ben prima che sulle singole vicende si pronunciasse la giustizia, o si avviasse anche solo un'indagine istruttoria. Gli esempi dei fratelli Pappalardi, a Gravina di Puglia (dei quali è stata accertata la morte accidentale), o dei ragazzini della scuola elementare di Rignano Flaminio (vicenda sulla quale si è ancora ben lungi dal fare chiarezza), sono dei chiari sintomi di quella spinta propulsiva alla "caccia al mostro" che, ormai da qualche stagione, agita l'opinione pubblica, un po' perché il tema è universalmente percepito come delicato e al tempo stesso urgente (c'è stato anche il grave retaggio dello scandalo dei preti pedofili negli Stati Uniti, a fare da "fionda"), un po' perché più di un opinion leader lo utilizza in maniera spesso ambigua e strumentale, allo scopo di distogliere l'attenzione da questioni le cui ricadute sono concretamente percepibili da una fascia di popolazione più ampia. Intanto troppo spesso si ignora l'aspetto più truce e delicato del fenomeno: la pedofilia oggi prolifera soprattutto grazie a Internet, alla facilità di accesso che la rete fornisce anche a contenuti moralmente riprovevoli e il relativo anonimato che garantisce. Su questo aspetto si ragiona ancora troppo poco, e soprattutto non c'è una reale partecipazione popolare, come se le immagini in rete restassero confinate nell'alveo dell'inaccessibile "altro da noi", qualcosa di cui
possiamo al massimo prendere atto, ma che in sostanza interessa poco alla comunità in cui viviamo; di certo non quanto ci interessa scoprire che il nostro vicino di casa ha a che fare con quelle cose: è allora, e solo allora, che la prospettiva si ribalta.
Animanera si inserisce dunque all'interno di un "dibattito", se vogliamo chiamarlo così, sull'argomento già saturo e a serio rischio di overbooking. Non è facile affrontare un tema come questo, già di per sé delicato, con le armi della drammaturgia, nel momento in cui l'informazione ci sbatte in faccia vicende dai contorni così macabri (i succitati casi austriaci) che anche il più efferato sceneggiatore horror avrebbe difficoltà a concepire. Non a caso, se qualche film evoca in maniera più o meno incidentale lo spauracchio della pedofilia, lo fa diluendo il discorso in un contesto drammaturgico sostanzialmente alieno, come avviene nel recente X-Files: Voglio crederci. E se qualche film, come il pur coraggioso The Woodsman di Nicole Kassell (con Kevin Bacon che interpretava un pedofilo pentito in cerca di redenzione), ha tentato di tanto in tanto di squarciare il velo di omertà sull'argomento, esso è stato subito relegato a svolgere la sua funzione di "eccentricità" o "bestia rara" nel mutante panorama della distribuzione internazionale. Il film di Verzillo è dunque qualcosa che assomiglia a un regolamento di conti con la cattiva coscienza collettiva, ma tale e tanto investimento di energie non trova un adeguato contraltare nella fattura del film.
In Animanera, il protagonista Enrico Russo, amministratore di condominio dall'aria più che rispettabile e con un solido matrimonio che lo ancora a una placida collocazione sociale, è in realtà un "mostro" con il vizio di violentare e
massacrare le sue giovani vittime. Con alle spalle a sua volta un'infanzia di abusi, Russo continua a intraprendere il proprio percorso di dannazione, senza accorgersi che sulle sue tracce si è posto un tenace terzetto di mastini: un commissario di polizia, una psichiatra e un magistrato. Costoro, ciascuno con il proprio metodo e le proprie competenze, ciascuno con le proprie idee sul caso (il legale è garantista, lo sbirro forcaiolo, la dottoressa è interessata all'uomo come "oggetto patologico" da studiare), si impegneranno affinché l'uomo non mieta l'ennesima vittima, nel caso specifico il piccolo Andrea, figlio di due vicini di casa.
Se Animanera funziona discretamente come detection, lo stesso non si può dire degli aspetti più delicati del contesto. La ritrattistica della pedofilia, nell'evitare sistematicamente le "tinte forti", forse per pudore se non per timore di censure preventive, finisce con lo scadere nel cliché, sia visivo che concettuale. Enrico Russo è ritratto spesso in penombra, ha sovente un aspetto torvo, le sue azioni sono enfatizzate da musiche e illuminazione da thriller. Non c'è una grande elaborazione del personaggio, e se da un lato si evita accuratamente di farne un "mostro di Dusseldorf" in chiave contemporanea, dall'altro non lo si proietta mai al di là della sua mera dimensione di "dannato". Anche la regia di Verzillo indulge soprattutto su soluzioni da thriller concitato (quando è in campo il potenziale assassino), oscillando talvolta verso la più compassata detection "scientifica" (quando entrano in campo i professionisti che gli danno la caccia). Manca in qualche modo "l'anima nera" del titolo, la messa in scena dei gangli più profondi di una personalità disturbata. Meglio così, forse, dal momento che, quando il film prova ad avventurarsi in quei territori, ne esce a colpi di atavici retaggi e scomodi rimossi, vale a dire il bignami dello psicanalista da salotto televisivo.
Sul tema, ancora oggi, risulta più riuscito e attuale il vecchio Girolimoni. Il mostro di Roma di Mauro Bolognini, che non pretende di penetrare alcuna "anima nera", ma ci fa annusare l'odore acre della colpa e i meccanismi stritolanti dell'opinione pubblica che si accanisce contro un innocente.