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Regia

Davide Ferrario

Mercoledì 24 Marzo 2004 13:00

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Dopo mezzanotte

Buster Keaton di mezzanotte

Dopo mezzanotte
Il graditissimo ritorno alla fiction di un bravo autore del nostro cinema che non è mai sceso a compromessi

Sono passati quasi 5 anni da quando, a Venezia ’99, Davide Ferrario portò il suo ultimo lungometraggio di fiction, Guardami. Il film fu accolto da pareri contrastanti, tendenzialmente negativi (celebre la stroncatura televisiva di Paolo Mereghetti, che fece infuriare il regista), ed attende ancor oggi di essere visto con la serenità necessaria ad accettarlo come uno dei suoi lavori più maturi e personali.
Il cinema di Ferrario, ex critico di Cineforum, e fra le altre cose anche saggista e scrittore (un suo romanzo, Dissolvenza al nero, è stato acquistato anni fa dai fratelli Weinstein), è sempre stato disilluso, spesso amaramente ironico (come nel suo film più noto, Tutti giù per terra, tratto da un romanzo di culto di Giuseppe Culicchia): avevamo atteso con curiosità i suoi nuovi lungometraggi dopo il poco confortante esito, sia di critica che di pubblico, di Guardami.
Chi pensava che il suo cinema posteriore sarebbe stato più arrabbiato, astioso, che magari sarebbe scivolato nel cinismo, avrà una grossa sorpresa guardando Dopo mezzanotte, presentato nella sezione Panorama dell’ultimo Festival di Berlino (dove ha vinto, fra gli altri, il prestigioso Caligari Prize), e che è stato posto in apertura dell’ultimo Bergamo Film Meeting.
Quale apertura migliore? Qui si narra la bizzarra storia di Martino, custode notturno del Museo del Cinema di Torino, che ogni notte si reca al fast food all’angolo, incontrando ogni sera Amanda, una ragazza infelice del suo lavoro, in odore di corna col fidanzato, che forse gli cambierà la vita, e forse no. Ferrario è capace di utilizzare questa materia narrativa (stringi stringi non originalissima) per parlare del cinema, della solitudine, della potenza aggregatrice dei sogni adottando un registro di una levità disarmante, perché sostanziosa, densa. Compiendo un’operazione per certi versi contraria a quella di Bertolucci in The Dreamers, il protagonista interpretato da Giorgio Pasotti, che passa le sue notti guardando film muti, con una propensione particolare per Buster Keaton, ne è talmente influenzato da non interpretare ciò che ha visto (come faceva il terzetto Pitt-Green-Garrel), ma da vivere come se la vita fosse un film. Per di più muto. Non, quindi, il cinema che diventa vita, ma la vita che diventa cinema, con un importante corollario che chiarisce la voce fuoricampo di Silvio Orlando: per Martino, come per i Lumière "non sono le persone a fare i film, ma i luoghi". Così lo vediamo filmare luoghi (anzi, non luoghi) come la stazione, il Museo, lo stesso fast-food, per costruire quel film che dovrebbe essere la sua vita, usandoli come personaggi. Quando sembra aver conquistato l’amore di Amanda, filma per se stesso la sua storia. E quei piani inclinati dei quali spesso Martino è protagonista non denotano, wellesianamente, la perdita di una dirittura morale, ma l’alterità della dimensione in cui questo timido e silenzioso personaggio vive.
Ma Dopo mezzanotte non è affatto una riflessione necrofila sul cinema, né un saccente prontuario del perfetto cinefilo. Lo dimostra innanzitutto il fatto che la Settima Arte tirata in ballo non è quella alla moda, magari più vicina a noi, ma quella remota, ottuagenaria, del cinema muto. E a far da contrappunto a questa piccola e affettuosa storia, che riesce a non cadere nel banale neanche quando si profila un triangolo amoroso alla Jules et Jim, di un regista che dimostra di amare il cinema senza farne un’ossessione morbosa o autoconclusivamente fine a se stessa, c’è Il fuoco di Giovanni Pastrone (datato 1915), le cui didascalie chiariscono i sentimenti di Martino ("La vampa dura un attimo, e noi l’abbiamo vissuto" recita una di queste dopo la notte d’amore fra lui e Amanda). Tutti questi indizi dovrebbero far intuire il rigore di Dopo mezzanotte, e renderne ancora più ammirevole il tono lieve e riuscito nel trattare il tema del rapporto tra realtà e finzione.
Non solo. Anche ad un livello basilare, quello di commedia sentimentale, il film funziona. Perché sa caratterizzare in maniera originale i personaggi (come la fissazione del fidanzato di Amanda, Angelo, per Adriano Pappalardo), evitare scivoloni nel patetico e sociologismi d’accatto di tanto attuale cinema italiano con protagonisti giovani, ed ha tre bravi attori. Pasotti, a dire, il vero, nella sua adesione ai modelli keatoniani, è ottimo più da un punto di vista fisico e gestuale che da quello strettamente espressivo, ma va bene lo stesso, e la sua interpretazione "ginnica" è una delle chiavi di volta del film. Va fatto però un plauso anche ai suoi comprimari, soprattutto a Fabio Troiano, una specie di nuovo Claudio Santamaria di grande duttilità.
Un plauso, infine, al bellissimo finale, che riesce ad essere insieme originale e poetico, nonché la degna conclusione di una storia in cui un cineasta che ama il cinema cerca di filmare questo suo stesso amore: molti in Italia (e non solo) avrebbero da imparare da questa lezione, compresi quelli che prendono per inconsistenza la levità di un film come Dopo mezzanotte. E se le serie di Fibonacci del film, che testimoniano che c’è un ordine nell’universo, rappresentano la speranza che la vita abbia un senso, questo film è la testimonianza della vitalità sotterranea di una cinematografia, la nostra, a cui non bisogna smettere di dare fiducia.
A Bergamo il film è stato presentato in alta definizione: l’altissima qualità della proiezione l’ha reso ancora più incisivo. La platea gremita (tanto da programmarne una replica subito dopo, spostando la proiezione di Ombre rosse prevista!) alla fine ha ringraziato il regista con un affettuosissimo applauso. Peccato che nelle nostre sale non si potrà vedere nella versione voluta dal regista.
La voce fuoricampo (ben utilizzata) è di Silvio Orlando; Alberto Barbera compare nei panni di se stesso come direttore del Museo, carica che ricopre realmente, Ferrario porta le ceneri nel finale (esilarante per il sottofondo musicale).

 


 

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