Giovedì 14 Agosto 2008 16:44
Il diario di Locarno-14 Agosto 2008
Di Sergio Di Lino
L’ovazione che ha accolto Nanni Moretti ieri sera, prima della proiezione in Piazza Grande di Palombella rossa, non ha sorpreso nessuno. Transitato più volte per Locarno negli anni giovanili (ai tempi di Bianca e La messa è finita), il regista romano deve
essere perfettamente in sintonia con il clima che si respira nella kermesse ticinese, alla quale, vale la pena puntarci qualche spicciolo, il “suo” Torino Film Festival andrà a rassomigliare sempre più negli anni a venire della sua reggenza. Per la precisione, la copia di Palombella rossa presentata ieri non è una copia restaurata (d’altronde il film non ha neanche vent’anni: d’accordo l’alta biodegradabilità della pellicola, ma non esageriamo...), come riportato erroneamente da qualcuno, ma una semplice ristampa: negativo nuovo di pacca, ma la pellicola è sempre la stessa...
Prima di Palombella rossa, il pubblico ha potuto ammirare il secondo lungometraggio del britannico Garth Jennings, già autore dell’adattamento di Guida galattica per autostoppisti. Il suo nuovo Son of Rambow, vicenda vagamente autobiografica di un bimbo che, sedotto dalle avventure di John Rambo in First Blood (e si badi bene solo quello, seguiti esclusi dunque, come ha tenuto a precisare il regista), decide di realizzare con una telecamera VHS e un pugno di amici uno spin-off molto artigianale, da lui diretto e interpretato. Un film sulla voglia di cinema, come ha precisato correttamente Frédéric Maire in sede di presentazione, ricco di trovate visive e narrative, anche se da un “creativo” un po’ folle come Jennings ci aspettavamo qualche deriva visionaria in più di un paio di animazioni disegnate a mano e sovrimpresse ad alcuni fotogrammi del film.
Per quel che riguarda il Concorso, penultima giornata di proiezioni, con l’italiano Mar Nero dell’esordiente (nel lungometraggio)
Federico Bondi e il franco-canadese Story of Jen di François Rotger a dividersi fraternamente la scena.
Mar Nero è la storia dell’amicizia che sboccia tra mille difficoltà, fra un’anziana e bisbetica vedova e la sua giovane badante romena. Un’amicizia che le condurrà fino a Sulina, città natale della ragazza, un piccolo centro posto quasi lungo il Delta del Danubio alla foce sul Mar Nero (ecco...). Il film soffre di molte delle ingenuità delle opere prime, specie nell’insistenza con cui dipinge tutto di toni plumbei e malinconici, ma anche nel definire l’incedere del rapporto fra le due donne. Poi, però, nel finale romeno, Bondi ci regala alcuni squarci semidocumentaristici davvero straordinari, su una città a pezzi e sul fiume che incombe come un memento sulla perdita (o forse sul ritrovamento) di se stessi.
Non meno pessimista, e altrettanto legato al paesaggio, è Story of Jen. Di ambientazione Québécois, come il già esperito Elle veut le chaos di Denis Côté, oscilla fra la descrizione intimista del complicato universo affettivo di una quindicenne (oppressa dalla madre, sconvolta dal suicidio del padre e attratta e poi violata dallo zio) e lo “studio”, molto interessante ma un po’ compiaciuto, di una wilderness crudele e spietata.
Detto ciò, aggiungiamo che ormai manca poco ai verdetti della giuria, e domani, come di consueto, vi offriremo i nostri pronostici (fallimentari, anche questo come d’abitudine...); i quali, peraltro, salvo sorprese derivanti dagli ultimi due film del Concorso, hanno già una loro fisionomia definita.


