


Regia
Lawrence Lau
Martedì 25 Dicembre 2007 13:00
My Name Is Fame
Requiem per uomini soli (con passerella)
Di Sergio Di Lino
Le lusinghe dello show business di Hong Kong in un film troppo timido per darsi come melodramma a tutto tondo
Poco avvezzo a visitare il dietro le quinte del proprio show business interno, il cinema di Hong Kong trova improvvisamente il proprio A Star Is Born, incarnato in versione light nel quattordicesimo lungometraggio di Lawrence Lau (o Lawrence Ah-mon, che dir si voglia), a sei anni di distanza dal precedente Gimme Gimme: My Name Is Fame, questo il titolo della pellicola, rivisita – al pari dei tre film di William A. Wellman (1937), George Cukor (1954) e Frank Pierson (1976) tratti dalla sceneggiatura originale firmata, fra gli altri, da Robert Carson e Dorothy Parker – il mito di Pigmalione all’interno della fabbrica di miti per eccellenza del Ventesimo Secolo e probabilmente (salvo smentite in progress) anche del Ventunesimo. Lo fa mettendo in scena la vicenda di apparente riscatto di un attore un tempo famoso, ora ridotto a una sorta di rottame che si barcamena fra serie televisive e ruoli secondari in film che "appartengono" ad altri, che si ritrova all’improvviso a fare da trainer per una giovane starlette in rapida ascesa. Con tutto ciò che ovviamente seguirà, all’insegna di progressive scoperte dell’acqua calda: che la gratitudine non è di questo mondo, che un amore non può basarsi sull’euforia del momento, che non si possono cancellare anni di oblio con un colpo di spugna, che l’età avanza per tutti e che il mondo lo si vede diversamente a venti, trenta o quaranta anni…
Avvezzo a misurarsi con drammi a sfondo adolescenziale, Lawrence Lau tenta in questo caso la strada della commedia "amara" e "adulta", ma calca decisamente la mano sui luoghi comuni, e ciò vanifica in parte la bella scrittura cinematografica che da sempre costituisce uno dei punti di forza delle sue regie. La melanconia di fondo, il rimpianto e lo spleen per un’età passata – che è forse in primis un’era del cinema di Hong Kong che si è chiusa da tempo e non ha più senso rimembrare come âge d’or perduta e consegnata definitivamente al vagheggiamento estatico – si stemperano in una narrazione che privilegia sistematicamente l’allusione al dramma piuttosto che la sua esplicitazione, malgrado la figura del protagonista sia effettivamente, pur se solo in potentia, una figura tragica.
Deprivato dei suoi "picchi", il dramma ripiega rapidamente su soluzioni drammaturgiche da "film per famiglie", in cui i conflitti sono perlopiù attenuati da atmosfere e soprattutto atteggiamenti – dei personaggi, dunque della diegesi – votati alla conciliazione, all’ottundimento delle aree più "sensibili" dell’emisfero affettivo. In My Name Is Fame tale prassi è così consolidata che non si può neanche parlare di vero e proprio dramma, sebbene la parabola del generoso quanto infelice protagonista sia così trasparente e cristallina nella sua unidirezionalità da sfiorare il martirio. Tutto ciò malgrado il personaggio del loser scaricato dalla società dello spettacolo rechi in sé un alto coefficiente potenziale di ambiguità: niente da fare, non è questo il caso, e al di là di un carattere troppo orgoglioso e una stolida quanto banale e prevedibile dedizione all’alcolismo, l’(anti)eroe è tale fino in fondo, e si fa carico solamente del côté sentimentale del film, lasciando che siano altri (spesso fuori campo, elusi dalla messa in scena, quasi a evocare un "sistema" tanto misterioso quanto stritolante, che lusinga e successivamente abbandona le proprie "vittime") a investirsi del ruolo di "cattivi" della situazione.
A farne le spese, almeno in parte, è il film, troppo programmatico e prevedibile per risultare credibile fino in fondo, malgrado Lawrence Lau dimostri ancora una volta di avere un’idea di regia chiara e pulita, e di sapere dove mettere la macchina da presa in ogni occasione. Non ne fanno le spese, viceversa, gli attori: e se Lau Ching-wan, con la sua ormai più che ventennale militanza sui set di mezza Hong Kong, sia al cinema che in televisione, è il "portatore sano" di una mitopoiesi che viene da lontano – dagli albori della New Wave del cinema dell’ex-colonia britannica, come minimo – e che porta incisa sulla pelle come un simbolico tatuaggio, la giovane Huo Siyan, vera starlette in ascesa della Mainland China, attraversa l’inquadratura con grazia e testardaggine, tenendo testa al più smaliziato dirimpettaio.
E sempre a proposito di "attraversamenti" dello schermo: gli otaku del cinema di Hong Kong gioiranno non poco nello scorgere alcuni dei loro "eroi" di celluloide incrociare, nei panni di loro stessi, le traiettorie del protagonista, dispensando con una certa querula generosità consigli e considerazioni sull’industria di cui fanno parte.
Scheda tecnica
Titolo originale: Ngor yiu sing ming
Regia: Lawrence Lau
Sceneggiatura: Jessica Fong, Lo Yiu Fai, James Yuen
Fotografia: Choi Sung Fai
Montaggio: Angie Lam
Interpreti: Lau Ching-wan, Huo Siyan, Candy Yu, Lai Yiu-cheung, Ekin Cheng, Tony Leung Ka-fai, Fiona Sit, Fruit Chan, Derek Tsang, Niki Chow, Guk Fung, Elena Kong, Samson Chiu, Stephen Tung, Henry Fong, Gordon Chan, Ann Hui, Jo Koo, Lau Dan, Calvin Choi, Edmond So, Remus Choi, Jamie Luk, Vincent Tsui
Produzione: BMA, Beijing Poly-bona Film Publishing Company, China Star Entertainment
Nazione: Cina/Hong Kong
Anno: 2006
Durata: 94 min.
Caratteristiche tecniche: 35mm - Colore




