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Autore

Andrea Fornasiero

Titolo

Terrence Malick. Cinema tra classicità e modernità

Editore

Le Mani

Luogo e Data

Recco (GE)

Pagine

418

Prezzo

€ 20.00

Mercoledì 15 Ottobre 2008 21:56

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Terrence Malick. Cinema tra classicità e modernità

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Da un giovane allievo di Alberto Farassino, la monografia italiana (e non solo) più ricca e completa sul regista di Badlands.

Fiumi di inchiostro sono stati spesi per cercare di definire, inquadrare, analizzare, sviscerare e infine razionalizzare l'opera di Terrence Malick, uno dei cineasti più enigmatici dell'intera Storia del Cinema; e quasi sempre si è finito per confondere il singolare percorso biografico-esistenziale di questo "cineasta per caso" (la locuzione è volutamente provocatoria e fuorviante) con il frutto del suo lavoro dietro la macchina da presa. Un po' perché è sempre stato problematico inserire delle informazioni attendibili circa la vita di Malick lontano dal set dentro spazi di biografia condannati pertanto a restare desolatamente vuoti; un po' - anche - perché è davvero così: Terrence Malick è realmente ciò che gira, e la pellicola che impressiona durante i suoi lunghissimi e faticosissimi tournages, e quella che poi assembla in maniera del tutto peculiare, spesso disinteressandosi della grammatica e della prassi filmiche più convenzionali, sono esattamente lo specchio di una visione del mondo e del cinema esattamente definite entro lo stretto dominio della personalità del cineasta. Poche altre volte, soprattutto nel contesto della cinematografia statunitense, un intero corpus di opere si è fatto in maniera così netta cartina tornasole di una personalità artistica.
Il volume Terrence Malick. Cinema tra classicità e modernità, redatto da Andrea Fornasiero (redattore di «Film TV», dottorando di ricerca in Cultura della Comunicazione presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, oltre che infaticabile promotore e organizzatore di rassegne ed eventi ed esperto conoscitore di serie televisive, con un'attenzione particolare al panorama americano), giunge dunque sulla scorta di un bagaglio di informazioni ed esegesi che, per quanto frammentario e parziale, aveva già definito i contorni di una figura autoriale che aveva fatto dell'alterità uno degli assi portanti del proprio lavoro. Ma per fortuna Fornasiero sceglie una prospettiva decisamente nuova per approcciarsi all'universo dell'autore di Badlands, Days of Heaven, The Thin Red Line e The New World: conscio dell'irriducibilità dell'oggetto, accetta di replicarne l'ondivaga magmaticità dell'opera, adottando una pluralità di metodologie e prospettive, e proponendo di fatto una sorta di "multi-analisi" polifonica e totalizzante, scrupolosamente divisa per macroaree tematiche; un "coro" di istanze di analisi, che alla fine risultano essere l'insieme che più si avvicina al "tutto", il ritratto più fedele e completo (fedele proprio perché - quasi - completo) del cineasta Malick e dei suoi film. Edito con coraggio da Le Mani (che, caso pressoché unico che raro nel panorama ben poco salubre dell'editoria cinematografica odierna, ha concesso oltre quattrocento pagine al volume di un esordiente al primo libro: questo si chiama investire sul nuovo...), il volume abiura la classica struttura diacronica e, come detto, si affida a un percorso sistematico che abbraccia l'opus malickiana nella sua totalità, mettendone in evidenza, di volta in volta, gli snodi più fecondi di una prassi cinematografica, linguistica, formale, che affonda le proprie radici nei sommovimenti e nelle inquietudini che furono alla base della nascita del movimento della New Hollywood, ma che nel corso degli anni e dei film (anche, ragionando per paradossi ma fino a un certo punto, di quelli non realizzati) ha intrapreso strade del tutto autonome, sviluppando una forma filmica assolutamente avulsa dalle logiche del racconto classico (come quello della vecchia Hollywood), neoclassico (come può esserlo quello di un Michael Cimino) o post-classico (come è sicuramente quello di Coppola). Insomma, Malick è Malick e basta, e pertanto per affrontare la complessità del suo lavoro, sembra postulare in nuce Fornasiero, è necessario accantonare un format monografico forse obsoleto, sicuramente inadatto, in questo caso, a rendere conto della problematicità (intesa come convivenza di poli dialettici, di istanze eteroclite, di scale valoriali “altre”) dei materiali analizzati.
In tale prospettiva si spiega perfettamente l'abiura da una prospettiva che vorrebbe l'opera, in quanto testo chiuso e inviolabile, totemicamente posta al centro dello studio: Fornasiero preferisce concentrarsi sui transiti e le embricazioni fra le opere, e fra queste e l'universo referenziale di Malick. Così, se da un lato le analisi dei singoli film occupano solo l'ultima parte del libro (e peraltro sono sviluppate a loro volta in maniera abbastanza atipica, con frequenti riallacci ai miti fondanti della cultura americana, alla tradizione dei generi classici e alla storia del cinema americano con una certa predilezione – a sua volta molto malickiana, a ben vedere - per i “minori”, i “marginali” i reietti e i dimenticati), le tre macroaree che le precedono definiscono già un orizzonte referenziale estremamente composito e raffinato. E alcune intuizioni sono effettivamente rimarchevoli: su tutte, la “pari dignità” che Fornasiero accorda al lavoro malickiano sulla colonna audio, scrupolosamente ripartita in uno studio delle voci over (uno dei tópoi più caratteristici del cinema di Malick), delle musiche e dei rumori (con questi ultimi che vengono accorpati alle musiche stesse come elemento musicale “concreto” che contribuisce a definire una precisa partitura di suoni diegetici ed extradiegetici); ma anche lo studio dei “tipi” malickiani e quello dell'utilizzo simbolico e concreto dei quattro elementi. Tutto contribuisce a nutrire una prospettiva di studio che si rifiuta di inscrivere Malick in una “corrente”, una “scuola” e una “tradizione”, ma gli accorda piuttosto la capacità irriducibile di fare del cinema un reale prolungamento della propria identità di uomo, uno strumento di traduzione universale di una ben precisa posizione etica, improntata a un “umanismo” di fondo e a una sensibilità non comune verso l'essenza dell'uomo (alimentata negli anni dai seri e prolungati studi filosofici intrapresi dal regista).
In abbrivio di volume, tanto l'autore dello stesso quanto Nuccio Lodato, che ne ha scritto la prefazione, rimarcano come il lavoro di Fornasiero debba molto al magistero di Alberto Farassino. Sarà soltanto suggestione, ma anche chi come noi ha ammirato solo a distanza il lavoro del critico e studioso scomparso qualche anno fa, non farà fatica a rintracciarne l'acume e soprattutto lo scrupolo filologico nel lavoro di Fornasiero, che guarda caso di Farassino (e dello stesso Lodato) fu allievo nei suoi ultimi anni di docenza prima della prematura scomparsa.