Regia
Simone Scafidi
Sceneggiatura
Andrea Riva de Onestis, Simone Scafidi
Fotografia
Fabrizio Bracci
Montaggio
Paolo Boriani
Scenografie
Alice Cannavà
Costumi
Alice Cannavà
Interpreti
Andrea Riva de Onestis, Irene Serini, Nicole Vignola, Ferruccio Parazzoli, Antonio Franchini, Marco Monina, Bruno Pischedda, Massimo Fini, Marco Pannella, Vito Mancuso, David Peace, Giancarlo Simonetti, Maurizio Blondet, Gabriele Mandel, Moni Ovadia
Produzione
La Via della Mano Sinistra
Distribuzione
peQuod
Nazione
Italia
Anno
2008
Durata
99 min.
Caratteristiche tecniche
DVcam - Colore
Lunedì 31 Agosto 2009 18:03
Appunti per la distruzione
Virgiliana
Di Sergio Di Lino

Il secondo lungometraggio di Simone Scafidi è un viaggio agli inferi nella figura di Dante Virgili, scrittore italiano nazista oscurato dal mercato letterario fino all'improvvisa riscoperta post-mortem.
Esistono ancora, nei primi anni del Ventunesimo Secolo, gli "artisti maledetti" da riscattare da ingiusto oblio? In Italia ne abbiamo sicuramente uno, che proprio negli ultimi anni, grazie alla lungimiranza della casa editrice peQuod, sta vivendo una lenta riemersione dal limbo. O meglio, tale riemersione la stanno rivivendo le sue opere più significative e controverse, dal momento che Dante Virgili, l'artista maledetto in questione, è morto da diciassette anni.
Chi era Dante Virgili? Scrittore bolognese di nascita - l'anno di nascita è il 1928 -, con un passato avvolto nel mistero (chi lo ha conosciuto parla di un'infanzia trascorsa nella Berlino che risplendeva della grandeur malata del Terzo Reich, della quale gli era rimasto un malcelato senso di nostalgia), ha scritto soprattutto romanzi e racconti d'avventura, ma il suo nome è indissolubilmente legato ai suoi due romanzi di ispirazione apologetica nei confronti del nazionalsocialismo, La distruzione e Metodo della sopravvivenza. In particolare il primo, già in forma di manoscritto, quando finì sulle scrivanie Mondadori, verso la fine degli anni Sessanta, fu oggetto di letture e valutazioni contrastanti, in cui l'apprezzamento per la raffinatezza della scrittura veniva temperato dallo sconcerto nei confronti dei contenuti e dell'aspetto, per così dire, "etico" del lavoro di Virgili. Alla fine, La distruzione uscì per Mondadori nel 1970, in un pugno di copie e senza promozione, e fu praticamente ignorato sia dal pubblico che dalla critica - anche se pare abbia ricevuto delle recensioni positive da testate di orientamento diametralmente opposto - e quindi rapidamente dimenticato. Virgili e la sua prosa tanto raffinata sul piano formale quanto "scomoda" dal punto di vista ideologico cadde in un "buco nero" ermeneutico nel quale soltanto le ristampe dei suoi dure romanzi maledetti per i tipi peQuod sembrano aver aperto uno squarcio.
Alla figura misteriosa di Dante Virgili, morto senza clamore nel 1992, del quale pare non sia rimasta neanche una fotografia, si sono accostati, proprio sulla scorta delle riedizioni peQuod, l'attore Andrea Riva de Onestis e il regista Simone Scafidi. I due lavorano insieme da molto tempo, e si sono imposti all'attenzione del pubblico più accorto con il primo lungometraggio di Scafidi, Gli arcangeli (di cui Andrea Riva de Onestis fu cosceneggiatore e interprete principale), vera e propria ferita aperta nell'immaginario del cinema italiano contemporaneo, da molti indicato come uno degli esordi italiani più folgoranti degli ultimi anni. L'accostamento alla figura di Virgili è dunque una legittima e logica prosecuzione del discorso delle molteplici e transeunti declinazioni del concetto di marginalità portato avanti da Scafidi nel suo cinema.
Appunti per la distruzione denuncia la propria natura "ibrida" sin dal titolo dai vaghi echi pasoliniani: riflessioni, parafrasi, interpretazioni e interpolazioni di senso si avvicendano e sovrappongono in un caleidoscopio di istanze e forme giustapposte all'insegna dell'opposizione dialettica. Il lavoro di Scafidi e Riva de Onestis restituisce soprattutto la contraddittorietà, la duplicità, in ultima analisi l'indefinitezza della figura di Dante Virgili, un uomo che, evidentemente, in pochi - per non dire nessuno - possono affermare di aver conosciuto realmente. La sovrapposizione di una pluralità di registri della rappresentazione - documentario d'inchiesta, stralci di cinéma-verité, pura narrazione romanzata e lacerti di cinema sperimentale - inscrive gli intenti primari del film proprio in questo ambito: la presa d'atto dell'irriducibilità della figura umbratile ed ectoplasmatica di Virgili all'unicità di un individuo, e il conseguente confinamento suo e della sua opera in un peculiare limbo dedicato agli autori troppo controversi per essere assimilati dal tessuto organico di una società che si definisce rispettabile. Di questa irriducibilità sono esempi oltremodo lampanti le nebulose descrizioni che offrono di Virgili i pochi testimoni che lo hanno conosciuto di persona, segnatamente alcuni editors di Mondadori: fisicamente "di una bruttezza ripugnante" - parole di uno di loro -, basso, tondo, con i capelli unti, non faceva mistero delle proprie perversioni sessuali che prevedevano pratiche vicine al bondage e sottomissioni della partner di turno, tutti elementi che ritroviamo nel discusso - e ovviamente autobiografico - La distruzione. Ma siccome La distruzione è ben lungi dall'essere una semplice apologia del nazismo o un catalogo di perversioni da boudoir di provincia, la polifonia di voci interpellate da Scafidi - fra cui lo scrittore Ferruccio Parazzoli, il teologo Vito Mancuso,
il giornalista Massimo Fini, lo scrittore britannico David Peace, l'attore/scrittore/drammaturgo Moni Ovadia, Marco Pannella - allarga il discorso a macchia d'olio dal casus belli originario (ovvero la vita e l'opera di Dante Virgili) ai massimi sistemi, dal rapporto con il trascendente al peso del nazismo nel profilo storico del Ventesimo Secolo, fino a sfociare a una paradossale descrizione dell'indescrivibilità del male; quello stesso male assoluto che era una delle - tante - ossessioni di Virgili ("Tutti noi si cercava in qualche modo di tenerlo fuori dall'abisso nel quale stava sprofondando", afferma Parazzoli, uno degli intellettuali che sostennero maggiormente Virgili nei passaggi più delicati della sua esistenza), il quale nei suoi deliri letterari e profetici arrivò a preconizzare la caduta delle Torri Gemelle e l'avvento di Saddam Hussein. Seguendo una traiettoria proiettata verso un orizzonte immaginario, proprio come Virgili che intraprendendo un percorso analoco aveva finito per sparire, per dissolversi nel denso grumo di accuse nei confronti della contemporaneità e nostalgia degli autoritarismi del regime di Hitler, aveva immolato l'allure di "ideologo" che la radicalità delle sue posizioni gli attribuiva spontaneamente (non era, in fondo, così peregrino intepretarlo come un oscuro Pasolini dell'estrema destra) proprio per non sporcare la purezza (ariana) di quelle posizioni con forme e declinazioni più compromissorie.
In questa congerie di testimonianze e umori, Scafidi innesta dei momenti di pura drammaturgia, con Andrea Riva de Onestis che interpreta il protagonista di La distruzione in alcuni stralci di "libere reinterpretazioni" del testo virgiliano. È qui che, dopo averlo scoperto documentarista rigoroso e persino puntiglioso, ritroviamo lo Scafidi iconoclasta e provocatorio che avevamo conosciuto con Gli arcangeli, rispetto al quale il regista alza notevolmente il tiro delle ambizioni. Fra la supermarionetta di Gordon Craig, l'Hitler di Syberberg e il Ferdinand Bardamu di Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline, il personaggio senza nome di Virgili/Riva ci guida in una discesa agli inferi di un nichilismo cosmico e senza sbocchi, che trova unicamente nella violenza e nella prevaricazione una degna esternazione e che culmina con le agghiaccianti immagini, ormai "senza tempo" delle Torri Gemelle in fiamme. E che, unica ipotesi accreditata, riesce a (non) dare un volto alla banalità del male.




