Sabato 30 Gennaio 2010 23:15
Black Jack
The Art of Life
Di Adriano Bordoni
![]()
Prima di House M.D., prima di E.R., prima dell'idea stessa dei medical serials, c'era il Dr. Black Jack, il chirurgo dalle mani divine e dall'onorario eccessivamente alto. Questa serie animata rende giusto omaggio ad uno dei personaggi più romantici e anti-convenzionali del Pantheon di Osamu Tezuka... Il primo vero Inglorious Basterd della scienza medica!
Nel 1973, Osamu Tezuka, anche noto come il "Dio dei Manga", festeggiava il suo trentesimo anno di carriera nel mondo del fumetto. Tale ricorrenza diede modo al maestro di guardarsi indietro, di ripercorrere con la mente le principali tappe della sua febbrile attività - tra la creazione di nuovi franchise, manga e serie animate, era capace di sfornare un’idea nuova all’anno - di analizzare il rapporto tra la sua arte e la vita (ove l’una tenta di comprendere l’altra), ma anche di fare i conti con le proprie delusioni e i propri sogni infranti, nello specifico, una sfumata carriera nel campo della medicina. Il 1973 ha visto la nascita di uno dei personaggi più romantici e a-temporali della storia della cultura manga (come e forse anche più del Capitan Harlock), il protagonista dell’opera forse più personale e poetica di Tezuka, il chirurgo dalle mani divine, Black Jack, l’Artista della Vita.
Globalmente riconosciuto come l’autentico alter ego del suo autore, Black Jack si erge a genuina incarnazione delle aspirazioni di Tezuka, sia passate che presenti, e il suo design (in contrasto a pietre miliari come Astro Boy e Kimba) è scevro di una qualsivoglia connotazione disneyana. Con il suo abito e mantello dal nero colore - che si rifà direttamanete a miti della letteratura ottocentesca come Arsenio Lupìn, ma anche a incubi della realtà come Jack the Ripper, un’immagine appropriata visto che parliamo di un chirurgo -, il suo ciuffo bianco e nero - metafora della costante dualità insita nella natura umana, natura che si lacera nella continua dicotomia tra due forze contrastanti (Bene e Male, Gioia e Dolore, Vita e Morte...) - e il corpo ricoperto di vistose cicatrici, tra cui una che gli attraversa il volto - simbolo della durezza e del peso della sua professione, del passato che lo ha portato a sceglierla, del suo destino -, Black Jack si erge a figura romantica per antonomasia. Egli è un anticonformista, un fantasma che veglia di nascosto su un mondo incapace di accettarlo, un’autentica wild card (come il suo soprannome suggerisce) insita nella nostra società. Le origini di questo
peculiare medico/mercenario privo di una regolare licenza (in quanto considerata oggetto di una limitante istituzione) non sono dissimili da quelle di altri personaggi dell’immaginario tezukiano (come e soprattutto, Astro Boy), poiché, ancora una volta, il Destino finisce col giocare un ruolo fondamentale nella genesi del protagonista.
Il piccolo Kuro Hazama e sua madre rimangono vittime di una bomba inesplosa, un’evidente residuo della Seconda Guerra Mondiale nonché un inquietante riferimento alla generazione di cui Tezuka fa parte: i "Figli della Bomba" per l’appunto. Similmente ad Astro Boy, un evento tragico e predeterminato si pone alla base di un’importante svolta nell’universo dipinto dal maestro, ma contrariamente a quest’ultima opera (in cui la morte del bambino umano porta alla nascita del robot dalle sembianze umane), a rimanere uccisa nell’incidente sarà la madre di Kuro, mentre lo sfortunato fanciullo verrà salvato dalla sua (inevitabile?) sorte grazie all’intervento miracoloso del Dr. Jotaro Honma, che riesce nell’intento, fisicamente improbabile, di ricostruire il suo corpo attraverso inesplicabili trapianti di pelle e di arti. L’esistenza stessa di Kuro si traduce, quindi, in un autentico miracolo medico, un evento così inusuale e improbabile da essere quasi considerato un’offesa diretta a quel Destino beffardo il cui potere su ogni essere vivente sembrerebbe inoppugnabile. Tezuka ci offre un nuovo modo di guardare alla professione del chirurgo - questa creatura polimorfica "composta" per metà da carne umana e per metà dal metallo del bisturi -, in grado, con la sua arte, di ergersi contro l'oppressione del Fato e lottare in favore della Vita e del diritto di ogni creatura (sia umana che non) a viverla. Kuro Hazama (ossia Black Jack) viene dunque promosso a perfetto paradigma di quest’originale concezione filosofica che riesce nell’altrettanto miracoloso intento di unire Scienza con Arte e Arte con Vita, in uno straordinario trinomio che esemplifica, a livello simbolico, l’intera attività di Osamu Tezuka e della sua ideale concezione artistica - esiste, infatti, un’evidente correlazione tra le performances mediche di Black Jack e il lavoro dello stesso Tezuka: l’arte di salvare la Vita attraverso l’uso di bisturi e pinzette, messo in parallelo con l’arte di "creare" la Vita attraverso l’uso di fogli e matite.
Nonostante il grande successo di questo franchise - che ha portato alla creazione di diversi OVA, un film e svariate apparizioni del protagonista in diverse serie animate tra cui lo stesso Shin Tetsuwan Atom - il suo debutto in un regolare anime basato sull’opera originale di Tezuka avrebbe dovuto attendere sino al 2004, cioè a quindici anni esatti dalla scomparsa del suo autore (avvenuta nel 1989 ad appena sessant’anni di età). Prodotta e diretta dall’espertissimo estro del figlio, Makoto Tezuka, la serie sul chirurgo underground più richiesto al mondo risulta essere un raro e apprezzabile esempio di fedeltà filologica rispetto alle proprie origini cartacee (ironicamente, lo è anche di più rispetto agli anime prodotti dallo stesso Osamu, che amava prendersi molte libertà diegetiche con le sue opere). A livello narrativo, l’intero anime si può riassumere come una serie di vicende autoconclusive (secondo il tipico stile del maestro) strettamente basate sul manga, che si concentrano principalmente sulla storia individuale dei pazienti di Black Jack, dei loro drammi personali, dei loro dubbi e speranze, e, naturalmente, delle loro malattie apparentemente incurabili che nessun dottore "regolare" sembra essere in grado di trattare. È in momenti come questi che i poveri disgraziati si rivolgono all’Artista della Vita, che abita in un’elegante villetta fungente da clinica nella zona più alta della sua isola privata (collegata alla terra ferma da un pratico ponte), assieme alla sua adorabile assistente infermiera/figlia adottiva, Pinoco, e il cane Largo. Nel corso degli anni, Black Jack si è costruito la fama di avido opportunista, con i suoi onorari dal prezzo eccessivamente alto (dai dieci ai cinquanta milioni di Yen, a seconda dei casi), ma in realtà il denaro è, il più delle volte, un pretesto per testare l’effettiva natura dei suoi clienti, che quindi vengono giudicati se meritevoli o meno del privilegio di avere un’operazione gratis. In un certo senso, si può affermare che il vero onorario del Dr. Black Jack (essere dalla natura ambigua, capace di grande bontà ma anche misurata crudeltà) consista nelle storie dei suoi pazienti, il loro background, il loro effettivo attaccamento alla vita e il loro profondo desiderio di redenzione dal loro passato, le cui personali tragedie finiscono per accomunarli con le passate sofferenze del chirurgo stesso. Giunge così, in quasi ogni episodio, il momento magico e metamorfico delle grandiose operazioni di Jack, il cui cambio d’abito (dal suo solito nero alla divisa medica) ha la stessa intensità ed enfasi eterea di una trasformazione in Super Sayan o di un’azione eroica e decisiva di Astro Boy. La sequenza assume così un significato più profondo, in cui non è solo la vita fisica del paziente a essere salvata, ma, in un certo senso, lo è anche la sua anima, la sua voglia di vivere a dispetto delle inevitabili intemperie che dovrà affrontare. La Cura del Dr. Jack è dunque totale e, il più delle volte, infallibile.
Le storie senza tempo né età di Tezuka rivivono dunque in tutto il loro splendore in quest’eccezionale esempio di animazione contemporanea che trova nella presenza di un cast superlativo, il suo maggiore punto di forza. Non è affatto strano, nel caso di un’opera del "Dio dei Manga", parlare di casting e di attori invece che di "semplici" personaggi di finzione; è cosa risaputa sia tra i fan che tra i vari esperti del campo, l’uso che il maestro (e chi dopo di lui) ha sempre fatto dei suoi "dipendenti cartacei", che venivano dunque chiamati a interpretare diversi ruoli in svariate sue opere (sia manga, che serie animate, che film), sino alla costituzione di un vero e proprio star system di cui tutti i characters dell’autore hanno fatto parte almeno una volta nella loro interminabile carriera. A tal proposito, Black Jack è un pò un’apoteosi di questa "scuola di mestiere", un’apprezzabile riunione di molti dei personaggi-attori del pamphlet tezukiano impegnati tra diversi ruoli primari, secondari o di semplici camei (talvolta anche più di uno). E troviamo, dunque, tra i personaggi principali, il barista Tetsu, da cui Black Jack va sempre per un drink o per comprare un gelato alla sua assistente Pinoko, interpretato dal baffuto Shunsaku Ban (forse il membro più utilizzato dello star system per le sue continue presenze in tutte le saghe di Osamu Tezuka); il misterioso bambino calvo con un grosso cerotto sulla fronte, Sharaku (protagonista della serie Mitsume ga Toru in cui sotto la bendatura si celava il famoso Terzo Occhio della tradizione indiana che lo trasformava in un potente stregone in grado di distruggere il mondo), in questa serie è il migliore amico di Pinoco, mentre la sorella maggiore di Sharaku è impersonata da una versione più grande di Wato (che in Mitsume ga Toru era la compagna di classe di Sharaku). E ancora, ecco apparire Kimba nell’episodio The White Lion - in cui la causa del colore bianco del suo manto viene attribuita a un eccesso di melanina provocato da un tumore cerebrale, geniale soluzione narrativa dal gusto fortemente autoreferenziale -, Tenma e Ochanomizu (rispettivamente il creatore e il mentore di Astro Boy), il primo nel doppio ruolo di un capostazione del treno e di un regista intento a fare un film su un operazione di Black Jack, il secondo "retrocesso" al ruolo di gestore di un rinomato sushi bar. E ancora, ecco comparire la leggendaria Fenice (creatura leggendaria che ha tenuto occupato il maestro per la durata di tutta la sua vita artistica) nell’episodio omonimo, che alla fine altro non era che un semplice volatile intriso di polvere dorata, Sapphire e Tinq (dalla serie Ribbon no Koshi, ossia La Principessa Zaffiro), lo stesso Osamu Tezuka nel ruolo di un medico primario amico di Black Jack (una conferma della teoria dell’alter ego) e, addirittura, Makoto Tezuka, che viene dipinto come un nevrotico disegnatore di fumetti sospettato di essere niente di meno che un terrorista bombarolo e pluriomicida (a questa serie non manca certo il senso dell’umorismo). Un mondo ricco e movimentato è quello di Black Jack - ideale epicentro e "primo attore" di questo pamphlet -, la cui "autenticità"
viene ulteriormente comprovata dalla presenza, dopo i titoli di coda di ogni episodio, di un esilarante segmento in cui ci vengono mostrate le papere degli interpreti: memorabile, in tal senso, una scena in cui il protagonista si presenta con un taglio di capelli in stile samurai.
Al di là di una visione generale della serie, l’elemento che, forse, incuriosisce di più è lo strano (quasi inqualificabile) rapporto tra Black Jack e sua figlia (?) Pinoco. Per la maggior parte dell’anime, la loro peculiare relazione non riceve grande attenzione a livello narrativo, se non per l’evidenziazione dei momenti comici di cui la piccola infermiera si fa ottima portabandiera. Tuttavia, è proprio nell’analisi approfondita di queste sequenze che un tanto interessante quanto inquietante schema viene a formarsi nella mente dello spettatore smaliziato. È un fatto percepibile che il chirurgo tenda a trattare Pinoco, il più delle volte, come una persona adulta (nonostante la sua più che evidente, e, almeno all’apparenza, più che giustificata personalità infantile), affidandole la gestione della casa, la cucina e le pulizie, e avendo molto spesso bisogno dei suoi servizi come infermiera durante le sue operazioni. D’altro canto, e questo è il fattore più curioso, la stessa Pinoco si presenta agli estranei sempre come "la moglie del Doc", asserendo di avere diciotto anni (anche se ne dimostra a malapena sei). Se è vero che, almeno all’inizio, lo spettatore si limiterà a considerare l’innocente ossessione di Pinoco come una semplice cotta infantile adibita a segmento di comic relief, tale certezza finirà con il subire una violenta caduta con la visione dell’episodio Birth of Pinoco. In quello che, a detta di chi scrive, può essere considerato come il migliore episodio della serie, si verrà a conoscenza del terribile segreto riguardante le origini di Pinoco, origini tanto tragiche quanto scioccanti che molto hanno in comune con i primi film di David Cronenberg, in cui il corpo umano diventa fucina degli orrori più indescrivibili.
Quella di Pinoco è la storia di un feto non nato, un essere la cui stessa esistenza è da considerarsi un’offesa agli occhi del Creato (anche più del protagonista) e di tutte le fragili certezze di cui la scienza dell’uomo si era circondata. La "bambina" sempre allegra e vitale che vediamo scorrazzare nel presente narrativo di questo particolare universo tezukiano, in origine altro non era che un fetus in fetu, un essere umano mai venuto al mondo i cui organi vitali si sono sviluppati all’interno di un corpo altro, una cisti, un grottesco involucro di pelle cresciuto sullo stomaco di una donna non meglio identificata (la quale voleva disperatamente disfarsene). Questo era Pinoco: una grossa deformazione imprigionata nel corpo di un altro essere vivente e rimasta in incubazione per ben diciotto anni. Un "tumore" indesiderato e destinato all’estirpazione (quello del fetus in fetu è una rara condizione medica che affligge i fratelli gemelli mai nati), ma che nessun medico sembrava essere in grado di eliminare, complice i misteriosi poteri telepatici della creatura, la cui voglia di vivere si dimostrò più forte di ogni altra cosa, persino della sua stessa condizione. Ed è stata proprio questa determinazione, quest’assoluto e testardo attaccamento alla vita che ha convinto il nostro chirurgo dei miracoli a salvarla dal suo destino altrimenti ineluttabile. A tutt’oggi, Pinoco rappresenta il più grande capolavoro (sia a livello medico che umano) della carriera di Black Jack: un insieme di organi vivi prelevati dalla cisti e ricostruiti all’interno di un corpo umano artificiale, un vero e proprio homunculus nato da una scienza proibita (e quindi umanamente inaccettabile), la cui esistenza è ampiamente giustificata dalla sua stessa vitalità. Una diciottenne, dunque, intrappolata nel corpo di una bambina. Da questa tragica ma tenera vicenda si delinea quindi l’estrema complessità del rapporto tra Black Jack e Pinoco, una relazione che non può e non riesce a limitarsi alla semplice constatazione affettiva che intercorre tra un padre e una figlia e che, di per contro, per motivi tristemente ovvi, non può neanche evolversi in un’autentica storia d’amore. Un rapporto di infinita complessità dicotomica (un po’ come la natura stessa dell’uomo) impossibile da decifrare sia a livello morale che a livello umano.
L’universo di Black Jack è dunque ricco di vita nelle sue forme più basilari ma anche più indefinibili, un mondo in cui confluisce l’umanità più disparata che, in un certo senso, riesce a superare i confini (letterali e simbolici) dell’animazione stessa, rendendoci partecipi di un’esperienza più ampia e mirabolante...l’Opera di Osamu Tezuka! La sua arte e, idealmente, la sua anima rivivono di sequenza in sequenza - tra una scena in cui Pinoco e il suo amico, Sharaku, giocano ad "Astro Boy" e la sua inevitabile conclusione comica, tra un momento di genuino dramma umano e la sua eventuale risoluzione, tra la solita operazione di esagerata bravura di Black Jack e un finale intriso di speranza per un domani migliore - trascendendo i confini fisici della Vita e della Morte e regalando, a chiunque lo avesse visto, un’idea essenziale di animazione che, con forte disinvoltura, persiste ancora e sempre nella nostra contemporaneità.
Una vera e propria Art of Life.



