


Regia
Michael Moore
Sabato 19 Maggio 2007 13:00
Sicko
Meglio morire che ammalarsi...
Di Lorenzo Leone

La sanità USA al centro del nuovo pamphlet accusatorio di Michael Moore: operazione raffinata, ma forse un pò di mordente se ne è andato...
Dopo aver passato gli ultimi tre anni ad accumulare materiale per i suoi futuri progetti e a cercare di perdere un pò di peso, Michael Moore si riarma di videocamera e ritorna in trincea affrontando i cattivi di tutta l’America. Torna, tra l’altro, là dove si era consumato l’orribile delitto della sua vittoria della Palma d’Oro, tarantinizzata per l’occasione, nel 2004 con Fahrenheit 9/11: a Cannes 2007, però, il suo Sicko si accomoda Fuori Competizione, così da non creare alcun problema di sorta (anche se, e non ne dubitiamo, di problemi questo film ne creerà parecchi: basterà aspettare per vedere quello che succede...).
L’obiettivo di questa sua nuova crociata è stavolta il Sistema Sanitario americano, piazzatosi al trentottesimo posto in una recente graduatoria mondiale, l’unico paese tra le grandi potenze dell’Occidente democratico a non avere l’assistenza sanitaria gratuita, la nostra vecchia mutua per intenderci, quella del Dottor Guido Tersilli e dell’infermiera Fenech...
Ormai, dopo quattro documentari (e un film di fiction, Canadian Bacon, che però è conosciuto solo perchè è l’ultimo film interpretato dal "grande" John Candy...), il linguaggio da grande affabulatore che Moore ha costruito anno dopo anno, mattoncino dopo mattoncino, in particolare nelle sue lunghe esperienze televisive, si è fatto più consapevole e raffinato, molto più cosciente del mezzo-cinema di quanto non lo fosse una volta. Il suo gioco, dunque, ha la maschera tirata giù ed è sempre più riconoscibile, marchiato com’è oramai dal Moore touch.
Alla base del suo discorso vi è sempre lo stesso missione: analizzare le crepe che stanno dietro al Sogno Americano, come la Sanità nazionale appunto. Per fare ciò Moore procede come di consueto, ma in Sicko come detto sembra davvero tutto più oliato, e il discorso filmico inizia a fagocitare immagini, stereotipi, umori, sentimenti, visioni, immaginari tipici del suo mondo, quello dell’americano medio, quello che più subisce la fascinazioine dell’American Dream e dei media totalizzanti. Basti vedere quanti inserti pubblicitari, la vera e perfetta esemplificazione della società capitalistica statunitense e della sua natura necessariamente merceologica, quanti riferimenti al cinema popolare e di "cassetta", su tutti i titoloni di Star Wars che scorrono tra le orbite interspaziali, e quanti "codici televisivi", a partire da quelli della "TV del dolore" che impone di insistere sulle lacrime che solcano il viso dei protagonisti (e qui va notato un significativo scarto rispetto, ad esempio, a Bowling a Columbine, dove il suo sguardo pietoso resisteva solo pochi secondi davanti alle lacrime di una maestra...), Moore abbia utilizzato in questa sua ultima opera.
Per non parlare dell’uso, mai massiccio come in questo caso, degli home-movies e del footage d’archivio: spiccano, in particolare, l’audio scovato nell’archivio della Casa Bianca riguardante la "nascita" del sistema privato sanitario americano (avvenuta sotto le ovvie spinte delle lobbies del settore che costrinsero Nixon a fare il passo...) e una "simpatica" ripresa di un americano in vacanza a Londra che, volendo attraversare Abbey Road con il solo uso delle mani, si rompe la spalla (e verrà curato a euro zero, come si usa da questa parte del mondo...).
E in effetti, questo suo raccontare il reale utilizzando categorie "basse", humour nero e linguaggi spesso differenti tra loro, carica il montaggio delle sue opere di un’importanza unica: è lì, e solo lì, il vero luogo della significazione per il regista di Flint. È solo grazie a questo indubbio talento che nel film riescono a coesitere i problemi e le tematiche più disparate insieme ai classici cavalli di battaglia di Moore, come George W. Bush, l’11 Settembre, il Canada o la guerra in Iraq: senz’altro è questo il suo merito più grande, quel quid che rende tutti i suoi film, soprattutto gli ultimi, un insostituibile tassello dell’arte cinematografica, certo, sia chiaro, nella sua versione "comunicativa" e non poetica; un tassello con il quale capire l’evoluzione del pensiero della società di massa, specialmente quella americana (che è poi quella che veicola la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale...).
Poi, per il resto, è sempre lui, Michael Moore: un pò meno appesantito, cappellino in testa e mani perennemente infilate in tasca. Stavolta ci mette un pò di più a entrare nel film, un’ora circa, in un fugace controcampo quasi buttato là: prima era solo in voice over, dopo sarà sempre in scena. Guida una di quelle macchinette mignon che vanno sui campi da golf, posa di fronte a un busto di Marx, esalta il patriottismo Yankee, l’Inghilterra, la Francia e, udite udite, Cuba: insomma, un colpo al cerchio e l’altro alla botte.
Come sempre, del resto...
Scheda tecnica
Regia: Michael Moore
Produzione: Dog Eat Dog Films
Nazione: USA
Anno: 2007
Durata: 120 min.
Caratteristiche tecniche: DigiBeta - Colore



