Venerdì 15 Maggio 2009 19:42
Le Journal de Cannes: 15 Maggio 2009
Di Sergio Di Lino

Sarà forse un horror sanguinolento l'asso pigliatutto a sorpresa del 62° Festival di Cannes? Difficile dirlo dopo appena due (vabbè, tre) giorni ma di sicuro Thrist di Park Chan-wook è un film che non lascia indifferenti. Non parliamo più neanche di "coraggio" da parte degli organizzatori nel collocare in Concorso quest'opera che non avrebbe sfigurato in un truculento midnight show da drive-in, solo perché in questi anni i festival di cinema ne hanno fatte di cotte e di crude, facendo a gara a chi operava le scelte sulla carta più originali senza preoccuparsi troppo della qualità. Per fortuna, di fronte all'imponenza visiva e narrativa di Thirst, ogni legittima suspicione svanisce di colpo, perché il film di Park Chan-wook è in pieno un'opera arty, che tenta di innervare e rinnovare un genere (l'horror) e un sottogenere (il film di vampiri) partendo da prospettive eccentriche, con un gusto "intellettuale" per la metanarrazione che più di una volta
lascia spiazzati. Non si allarmino, però, i fanatici del gore: c'è anche quello, e per giunta particolarmente copioso, coreografato con un gusto estetizzante che è proprio della poetica dell'ultraviolenza del regista di Sympathy for Mr. Vengeance, Old Boy e Sympathy for Lady Vengeance. Una bella ripresa, dopo il mezzo passo falso di I'm a Cyborg, but That's OK, si vede che a Park l'anno sabbatico ha fatto bene...
Sempre aggirandoci dalle parti del Concorso, salutiamo con un certo, moderato favore il ritorno in campo con un lungometraggio della neozelandese Jane Campion. La signora era dal 2003, anno di In the Cut, che non dirigeva un full lenght, prestandosi solo occasionalmente con dei cortometraggi a progetti collettivi lautamente finanziati come il recente 8. Il suo Bright Star, resoconto dell'amour fou d'inizio Ottocento fra l'allora ventitreenne poeta John Keats (morirà di lì a poco, non ancora ventiseienne, a Roma, dove si era rifugiato per curarsi dalla tubercolosi) e la ventenne studentessa Fanny Brawne, si riallaccia giocoforza al film più ampolloso della regista, quel Ritratto di signora che raffreddava sistematicamente ogni emozione, ogni pulsione, dietro una patina di ipocrita rispettabilità tipicamente British. Qui le corde sono decisamente più allentate in tema di erotismo - d'altro canto, non c'è più l'ingombrante prosa di Henry James di mezzo - ma non più di tanto, quindi non aspettatevi le furie ormonali di Un angelo alla mia tavola, Lezioni di piano o del sottostimato Holy Smoke. Comunque fa sempre piacere ritrovare in attività la bravissima australiana Abbie Cornish di Candy e Un'ottima annata.
Planando sulle altre sezioni, Un Certain regard propone il nuovo lavoro di uno di quei registi che, se ci si fosse attenuti agli esiti del suo breakthrough, avrebbe trovato di diritto posto in Concorso: a dire il vero, Politist, adjectiv non ha la stessa furia iconoclasta di A est di Bucarest, ma quello di Corneliu Porumboiu rimane uno degli sguardi più lucidi e taglienti sulla realtà frantumata del nuovo Est-Europa, questa volta meno "storicizzato" ma terribilmente attuale. Nella Quinzaine des Réalisateurs, invece, troviamo un oggetto sfuggente e originale come Ne change rien, nuovo lavoro del portoghese Pedro Costa, sospeso fra documentario, scrittura diaristica e melodramma (sic...), mentre narra uno spaccato dell'amicizia fra il regista, il tecnico del suono Philippe Morel e l'attrice Jeanne Balibar. Intanto, ieri è stata anche la giornata di una delle séances spéciales della selezione, ovvero la riproposizione di Hotaru, pellicola del 2000 firmata da Naomi Kawase, ancora una vicenda di complicati rapporti affettivi fra individui dalle vite apparentemente antitetiche. Mentre oggi si è fatto apprezzare il delicato racconto preadolescenziale Yuki et Nina, che il
giapponese Nobuhiro Suwa - ormai sempre più "uomo dei due mondi", sospeso fra la terra d'origine e la Francia - ha codiretto nientemeno che con Hippolyte Girardot, un'istituzione del cinema transalpino. Infine, la Semaine de la Critique ci ha proposto Ordinary People del trentatreenne Vladimir Perisic, variazione paradossale e vagamente beckettiana sul trauma mai rimosso della guerra nei Balcani.
Infine, doverosa citazione per Cannes Classics, che oggi ha proposto - oltre a Scarpette rosse in apertura, come già annunciato ieri - lo storico documentario militante Loin du Vietnam, realizzato nel 1967 da un collettivo di cineasti capeggiato da Joris Ivens e comprendente anche Agnès Varda, William Klein, Claude Lelouch, Jean-Luc Godard, Chris Marker, e Alain Resnais, e il rarissimo Wake in Fright, allucinata pellicola australiana del 1971 - che per gli outlanders significa davvero agli albori della locale industria di celluloide - da quel Ted Kotcheff (che in realtà è di nazionalità canadese) che in seguito sarà attivo soprattutto a Hollywood, fra Rambo e viet-movies assortiti e qualche commedia demenziale: qui invece Kotcheff fa dannatamente sul serio, nel raccontare una tragicomica e paradossale discesa agli inferi di un mite insegnante di scuola di provincia, che rischia seriamente di perdersi in mezzo a occasionali quanto grottesche "cattive compagnie"; anche qui c'è aria di teatro dell'assurdo e non meraviglia che il film sia stato invitato e applaudito in Concorso a Cannes nel 1971.


