Regia
Ang Lee
Sceneggiatura
James Schamus
Fotografia
Éric Gautier
Montaggio
Tim Squyres
Scenografie
David Gropman
Costumi
Joseph G. Aulisi
Musiche
Danny Elfman
Interpreti
Demetri Martin, Dan Fogler, Henry Goodman, Jonathan Groff, Eugene Levy, Jeffrey Dean Morgan, Imelda Staunton, Paul Dano, Kelli Garner, Mamie Gummer, Emile Hirsch, Liev Schreiber
Produzione
Focus Features
Nazione
USA
Anno
2009
Durata
121 min.
Caratteristiche tecniche
35mm - Colore - Dolby Digital/DTS
Domenica 17 Maggio 2009 21:28
Taking Woodstock
Accadde alle Catskills
Di Sergio Di Lino

Ennesimo, nostalgico tuffo nel passato per Ang Lee, con i risultati, perlopiù grigi, che ci si può attendere da lui.
Non è necessariamente una diminutio asserire che il cinema di Ang Lee ha smesso di essere interessato al proprio tempo più o meno da Mangiare bere uomo donna, vale a dire da circa una quindicina di anni. D'altronde, i numeri parlano chiaro; da allora, a seguire, sono stati: Sense and Sensibility (1995), filologicamente tratto da un romanzo di Jane Austen con tutto il carico di pizzi e trine ottocenteschi del caso; The Ice Storm (1997), spietata ricostruzione del crollo degli ideali e di un'idea di società negli anni Settanta; Ride with the Devil (1999), ovvero uno sguardo trasversale sulla Guerra Civile Americana, siamo dunque circa centocinquanta anni fa; Crouching Tiger, Hidden Dragon (2000), fantasiosa ricostruzione medievalistica e omaggio ipervitaminizzato al gongfupian hongkonghese; Brokeback Mountain (2005), melodramma che attraversa il blocco centrale del Novecento; e Lust, Caution (2007), altro melodramma, stavolta ambientato nella Cina stretta nella morsa dell'invasione giapponese nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Unica eccezione, il fantastico (nel senso di genere) Hulk, che ibrida però l'ambientazione contemporanea con elementi fantascientifici o fumettistici, ovvero con una chiara dichiarata contraffazione della contingenza del reale per mezzo di elementi estranei a essa. La carriera internazionale del regista taiwanese, insomma, ha rinunciato da tempo a stabilire una qualche forma di contatto con il proprio presente, a meno che non si voglia indulgere nell'esercizio ermeneutico di leggere in filigrana, fra le maglie di questi repentini tuffi à rebours del regista, una lettura "mascherata" della contemporaneità: beh, si accomodino pure, gli esegeti più raffinati, tolto - in parte - Brokeback Mountain sarà ben difficile percorrere fino in fondo tale sentiero di analisi.
Regista reazionario forse no, ma insomma, nostalgico sicuramente sì (sebbene i due termini, di norma, vadano a braccetto, ma sospendiamo la questione per non aprire delle subordinate troppo scomode), Ang Lee continua a utilizzare una macchina del tempo impazzita e distopica (ancora: Crouching Tiger, Hidden Dragon), zigzagando fra ieri e l'altro ieri, passato prossimo e passato remoto, Cina e America, Storia e Mito, individuo e massa, in un'oscillazione (in)costante di toni e sguardi che nelle pagine più ispirate si configura come felice propensione all'eclettismo, in quelle meno riuscite somiglia al cerchiobottismo degli abili diplomatici abili a restare a galla e a proporsi al mondo
come un raro esempio di equilibrio senza farsi toccare dalle temperie e dai bradisismi politici. E il sospetto che sia proprio questa innata abilità ad averne fatto uno dei registi più (inspiegabilmente?) premiati degli ultimi anni diviene quasi una certezza nel momento in cui si vanno a scorrere gli almanacchi e si rammenta in quali contesti - e a scorno di quali concorrenti - si andata a determinare la spropositata volumetria del palmarès del regista.
Detto ciò, il suo Taking Woodstock è la conferma più felice di tali assunti. Lee deve essersi tuffato sulle pagine delle memorie di Elliot Tiber (o meglio, su quelle della sceneggiatura che il fido James Schamus - che ha sceneggiato quasi tutti i film del regista taiwanese a partire dal primissimo Pushing Hands, e ha realizzato anche il soggetto di Tortilla Soup di Maria Ripoll, prodotto da Ang Lee e nella sua first draft ambientato a Taiwan - ne ha desunto) come un'ape in un vasetto di miele. Le vicende giovanili dell'impresario che, dal nulla e più o meno per caso, organizzò il concerto di Woodstock del luglio 1969 sembrano infatti assecondare quella tensione utopica destinata allo scacco che informa la maggior parte dei personaggi della filmografia del regista, d'altro canto la gloria imperitura cui venne consegnata la kermesse del rock non toccò più di tanto l'improvvisato organizzatore di eventi (che si ritrovò solo posteriormente con una mezza fortuna in tasca per ragioni del tutto esogene
all'evento, grazie alla sana e "conservativa" - appunto - previdenza della madre), il quale per forza di cose, assorbito dalle magagne dell'organizzazione, e dai relativi, spesso paradossali, imprevisti, si mantenne sostanzialmente estraneo alla magia dell'evento musicale.
In breve, Tiber ha tramandato ai posteri questa versione. Lui lavorava come arredatore d'interni al Greenwich Village di New York, ma fu costretto a fare ritorno alla casa paterna per aiutare i genitori nella gestione del motel di loro proprietà nelle Catskills Mountains, già sotto ipoteca e a forte rischio di fallimento. Per puro caso, dopo aver letto la notizia che una cittadina poco distante aveva ricusato un grosso evento musicale, si offrì ai promotori del concerto per ospitare lo stesso nella tenuta dove sorge il motel. Il resto, come si suol dire, è leggenda, ma è anche tutto ciò che rimane sistematicamente hors-scène: scordatevi dunque Jimi Hendrix, Janis Joplin Joe Cocker e tutti gli altri, Taking Woodstock si concentra interamente sul dietro le quinte dello show, sulle peripezie che Tiber e altri dovettero affrontare per tenere in piedi un evento malfermo, organizzato in troppo poco tempo e con una dozzina abbondante di incognite pronte a scoppiare fra le mani degli incauti organizzatori. I quali, nel mezzo di questo complesso alternarsi di frenesia e attesa, entusiasmo e panico, trovano anche il tempo di divertirsi un po' con qualche occasionale groupie, gettandosi per vie autarchiche alla scoperta del "mondo nuovo" che stava implodendo fra i fanghi del prato antistante, e che - è la letteratura storiografica e sociologica sull'argomento che ce lo insegna - modificò radicalmente i sistemi percettivi della Storia e della società dell'epoca,
ponendo fine alla stagione dei sogni della cultura hippie e aprendo ufficialmente come una ferita purulenta il file della decade più contraddittoria e per molti versi tragica del Ventesimo Secolo.
Colori lisergici ma non troppo, inquadrature sporche ma non troppo, una colonna sonora rock ma non troppo, un racconto slabbrato e (in apparenza) aperto all'alea ma non troppo: Taking Woodstock sembra davvero la quintessenza della posizione mediana e mai troppo compromessa che Ang Lee ama assumere nei suoi film. Come quando, in Ride with the Devil, prende dei soldati confederati e ne fa degli hippies pieni di ideali messi a duro confronto con gli azzimati e altezzosi nordisti, lasciando inevase sul pavimento questioni politiche delicate ma tutt'altro che secondarie come la schiavitù e la coercitiva arbitrarietà dei moti secessionisti di molti stati del Sud a dispetto del parere contrario della maggioranza delle rispettive popolazioni. Ma d'altronde si sa che ad Ang Lee la politica interessa solo in forma liminare, come agente e fiancheggiatrice del mutamento dei costumi e dei modi di vita. Così, anche qui, la parabola dell'eroe per caso Elliot Tiber, novello Forrest Gump (sempre secondo Lee) con in più un formidabile e un po' accidentale fiuto per gli affari, si fa automaticamente paradigma di un sistema referenziale e di un modo di vedere le cose che è tutto interno alla fisionomia etica del regista: l'impresario fa la Storia senza prendervi parte, costruisce dietro le quinte il futuro ma poi se ne dissocia spontaneamente, attratto dai miraggi di una solida rendita che gli consentirà di abitare il mondo senza mai viverlo veramente per i successivi quarant'anni. L'ignavia e l'incapacità di stare da una parte o dall'altra del regista stanno tutte qui, e chi aveva accusato di superficialità e qualunquismo Almost Famous di Cameron Crowe dovrebbe vedere assolutamente Taking Woodstock per capire dove risieda realmente il Nadir di tali caratteri. Il paradosso è che, a dispetto della fotografia acida e coloratissima, Taking Woodstock sembra costantemente in procinto di affogare in un grigiore abbastanza omogeneo.
Cast illustre allestito come una fumosa e un po' distratta compagnia di giro: e se Emile Hirsch e Paul Dano si accontentano di darsi come "semplici" fricchettoni, il povero Liev Schreiber strizzato in succinti mises da drag queen dovrebbe costituire il lato comico e trasgressivo del racconto, con risultati su cui è meglio stendere un velo pietoso. Fotografia di Éric Gautier, montaggio di Tim Squyres e musiche di Danny Elfman: l'allestimento del palco è di gran lusso, ma le fondamenta sono più malferme del vero palco di Woodstock.



