Regia
Rachid Bouchareb
Sceneggiatura
Rachid Bouchareb, Zoé Galeron, Olivier Lorelle
Fotografia
Jérôme Alméras
Montaggio
Yannick Kergoat
Scenografie
Jean-Marc Tran
Musiche
Armand Amar
Interpreti
Brenda Blethyn, Sotigui Kouyaté, Francis Magee, Sami Bouajila, Roschdy Zem, Marc Baylis, Bernard Blancan, Aurélie Eltvedt, Diveen Henry, Gurdepak Chaggar
Produzione
Arte France, 3B Productions, The Bureau, CNC, France 3, L'Acsé, Région Provence Côte d'Azur, Tessalit Productions
Nazione
Francia, GB
Anno
2009
Durata
87 min.
Caratteristiche tecniche
35mm - Colore
Mercoledì 11 Febbraio 2009 23:45
London River
Cronache del dopobomba
Di Sergio Di Lino

Sorprendente trasferta inglese per il franco-algerino Rachid Bouchareb, che affronta il tema del terrorismo dal punto di vista di chi ne subisce i mortiferi effetti collaterali.
Avevamo lasciato Rachid Bouchareb con l'amaro in bocca di chi non riusciva a comprendere l'entusiasmo suscitato, in patria prima - Festival di Cannes compreso - e a livello internazionale poi, dal suo precedente lavoro, quell'Indigènes che faceva della partecipazione Beure alla Seconda Guerra Mondiale una sorta di action avariato, in cui la componente ideologico-politica, pur non soverchiando il racconto, si agitava come un fantasma alle spalle dello stesso, divenendo di fatto una sorta di ingombrante fardello che finiva per andare a discapito soprattutto della coerenza della ricostruzione storica e della descrizione di quell'ordinario e riluttante eroismo che al regista, evidentemente, stava molto a cuore. La sorpresa, dunque, è stata se possibile doppia quando ci siamo accorti che quello
che in linea teorica era il "seguito" ideale del discorso sulle tante possibili alterità della società di ieri e di oggi intrapreso dal cineasta franco-algerino ben prima di Indigènes, è in realtà, a conti fatti, un détournement abbastanza inatteso - oltre che oltremodo salutare e ricco di prospettive future - all'interno della sua filmografia.
Bouchareb si sposta a Londra e nel presente, e afferra di petto uno dei gangli più delicati della società contemporanea. E il fatto che un regista con una "storia" come la sua si cimenti con il tema del terrorismo e del fondamentalismo di matrice islamica in maniera così diretta e temperata dal mood contraddittorio dei nostri tempi, è già una piccola rivoluzione. Il terrorismo, però, è solo una scaturigine, di esso in realtà Bouchareb ci mostra soprattutto alcuni imprevedibili "effetti collaterali", che investono in primis coloro che con gli odi razziali e gli integralismi religiosi non c'entrano nulla.
Al centro del suo London River ci sono infatti due genitori di mezza età, che non potrebbero trovarsi più agli antipodi l'uno dall'altra, sia geograficamente che culturalmente. Siamo a Londra, il 7 luglio 2005. Poche ore prima, quattro bombe sono state fatte saltare in aria in pieno centro cittadino e in piena ora di punta, causando la morte dei quattro kamikaze che li trasportavano e di altre cinquantasei persone, più il ferimento di oltre settecento pendolari (gli attentati si sono svolti tutti sui mezzi pubblici). La signora Elizabeth Sommers, che vive su un'isola nella Manica, tenta di mettersi in contatto con la
figlia ventenne Jane che vive nella capitale inglese, ma non ricevendo alcuna risposta decide di recarsi di persona in città per accertarsi che stia bene. Lo stesso fa Ousmane, un anziano giardiniere africano che vive in Francia, e che a Londra ha il figlio Ali. Elizabeth è cristiana, Ousmane musulmano, ciascuno di loro si porta dietro un retroterra di pregiudizi, convinzioni e ritrosie, ma quando scopriranno che i loro figli avevano una relazione metteranno da parte le reciproche diffidenze e affronteranno insieme una verità tragica.
Apparentemente il classico "film di attori", con l'inglese Brenda Blethyn e il sorprendente settantatreenne attore e drammaturgo burkinabé - ma di origine maliana - Sotigui Kouyaté (che ha un passato abbastanza nobile di calciatore ed è stato addirittura capitano della nazionale del Burkina Faso, ha poi recitato in Come sono buoni i bianchi di Marco Ferreri, nel Mahabharata di Peter Brook, in Il tè nel deserto di Bernardo Bertolucci, e più di recente in Dirty Pretty Things di Stephen Frears, mentre con Bouchareb il sodalizio cinematografico risale al 2001 di Little Senegal), London River in realtà è un formidabile coacervo di sottotesti e metafore. Se da un lato l'incontro fra due culture contrapposte si cementa in un'amicizia impastata nella condivisione del lutto (scelta oltremodo felice) ma si declina in una filiera di scenette da "tè e simpatia" (quest'altra molto meno ispirata, ma la corresponsabilità va condivisa con la pur brava Blethyn), dall'altro a fare la differenza in maniera oltremodo felice è
soprattutto l'idea di condurre per mano queste due figure diversamente e ugualmente ferite, disperate, sradicate, lungo la fisionomia offesa di una città piombata improvvisamente nel caos e nel terrore. Le immagini che Bouchareb compone intorno alle stolide figure di Ousmane ed Elizabeth sono inquietanti nella loro "normalità": non si parla di un'Apocalisse, ma molto più modestamente di un triste conteggio dei morti, di macerie perimetrate dai cordoni di polizia e vigili del fuoco, di uno stato di emergenza che isola le ferite per impedire che altri si facciano del male ma che al contempo non ha la possibilità ascoltare il sommesso grido di dolore di una madre che apprende della morte di sua figlia. Il senso della tragedia di London River deriva dal contrasto: quello fra una comunità che tenta repentinamente di lasciarsi alle spalle il proprio personale 11 Settembre ricucendo le ferite in fretta e furia e seppellendo i morti senza quasi preoccuparsi di dare loro un nome, e una coppia di genitori che vengono dalla campagna, sono abituati a ritmi vitali differenti e non riescono a venire a patti con una verità che li ha investiti come un treno. Non bastano le differenze di idiomi e di costumi a disgiungere questa odd couple: ben presto Ousmane ed Elizabeth si rendono conto che, nell'inferno di una tragedia che non comprendono e nell'indifferenza di una città che ha troppi lutti da assorbire in un colpo solo per discernere un morto dall'altro, ciascuno di loro è indispensabile all'altro per assorbire ed elaborare il loro lutto individuale.
Delicato ma incisivo apologo sulla comprensione e il senso della comunità, London River non brilla sul piano della regia, e d'altronde la definizione di una cifra stilistica peculiare non è mai stato tra i caratteri salienti del cinema di Bouchareb, né probabilmente tra gli interessi maggiori del regista. Tuttavia c'è quanto basta: ovvero uno sguardo acuto e tagliente su una città e sulla comunità che lo abita, uno sguardo che condivide con i protagonisti il medesimo spaesamento, la stessa alienazione, e un analogo senso di non appartenenza; e un'accorata denuncia di una società talmente depravata che tocca ai padri o alle madri seppellire i figli o le figlie. Il finale, con il commiato da Ousmane e il ritorno di Elizabeth alla propria isola, è una piccola gemma di commozione.




