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Mercoledì 10 Marzo 2010 12:33

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Marvel Comics: 1939-2009

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Una panoramica sul gigante del fumetto statunitense in occasione del suo settantesimo anniversario.

In origine era solo un titolo: parliamo dell’ottobre 1939, quando uscì il primo numero di "Marvel Comics", mensile con cui la newyorkese Marvel Entertainment mosse i primi passi nell’industria del fumetto. Da allora sono passati settant’anni, ricorrenza che la Casa delle Idee (il soprannome più noto della Marvel) ha festeggiato dando alle stampe il volume Marvel 70th Anniversary Collection, contenente una selezione di storie rappresentative della sua vasta praltoduzione, dal primo "Marvel Comics" (dove fecero il loro debutto due personaggi fondamentali come la Torcia Umana – in origine un androide, il membro dei Fantastici Quattro noto ai più è la terza incarnazione – e Namor il Sub-Mariner) a uno degli eventi cartacei di questo decennio, vale a dire la morte di Capitan America. Settant’anni di successi e sperimentazioni, cui anche noi abbiamo voluto rendere omaggio, vista l’importanza della casa editrice nella cultura popolare di oggi, incluso – ovviamente – il cinema.
Come dicevamo, dunque, inizialmente "Marvel Comics" era il nome di una collana a fumetti (nome cambiato già a partire dal secondo numero in "Marvel Mystery Comics"), mentre la casa editrice, fondata dal noto editore Martin Goodman, si chiamava Timely Publications. I nuovi supereroi cartacei riscuotono subito un successo considerevole, ma il vero colpo grosso arriva nel 1941, quando gli Stati Uniti entrano in guerra e anche l’industria fumettistica vuole mostrare il proprio patriottismo: viene quindi creato Steve Rogers, alias Capitan America, il supersoldato incaricato di guidare le truppe americane contro le forze dell’Asse. A illustrare le avventure del personaggio è un certo Jacob Kurtzenberg, meglio noto in seguito come Jack "The King" Kirby (1917-1994), mentre tra gli sceneggiatori di altri titoli della Timely c’è un parente di Goodman, Stanley Lieber, alias Stan "The Man" Lee. Finita la guerra, i supereroi passano di moda, e così la Timely, ribattezzata Atlas Comics, si concentra su altri generi, tra cui l’umoristico, il western (l’eroe più noto è il cowboy Rawhide Kid, tuttora usato nelle produzioni Marvel), l’horror – seguendo l’esempio della famosa EC Comics - e persino il fumetto rosa, allo scopo di ottenere l’attenzione di un gruppo vasto e variegato di lettori. L’unico tentativo di "ritorno alle origini" è uno sfortunato revival del trio Torcia Umana – Namor – Capitan America nel 1953, apprezzabile comunque per le firme di Stan Lee e dei disegnatori Bill Everett (creatore di Namor) e John Romita Sr.
Il tutto cambia radicalmente nel 1961: siamo in piena Silver Age del fumetto, e nel mese di agosto viene dato alle stampe il terzo numero di "Amazing Adventures", primo comic book a uscire sotto il marchio Marvel Comics. Stan Lee diventa editor-in-chief della casa editrice e, accortosi del successo riscosso dalla rivale DC Comics – fondata nel 1934 – con il rilancio di supereroi classici quali Flash e Lanterna Verde (senza dimenticare gli indispensabili Batman e Superman), decide di metterci del suo creando, insieme a Jack Kirby, il mensile "Fantastic Four", pubblicato regolarmente a partire dal novembre del 1961. Seguono Spider-Man (disegni di Steve Ditko), Hulk e Thor (entrambi disegnati da Kirby) nel 1962, Iron Man, i Vendicatori (Avengers) e gli X-Men (sempre illustrati da Kirby) nel 1963 e Daredevil – noto semplicemente come Devil in italiano e creato da Lee e Bill Everett – nel 1964. Viene anche reintrodotto – questa volta con successo - Capitan America, rimasto in ibernazione per due decenni e rapidamente promosso capo dei Vendicatori. La fama e la popolarità della "neonata" Marvel sono da attribuire essenzialmente a due fattori: il primo è la personalità di Stan Lee, informale nel suo rapporto con i lettori (spesso e volentieri i credits dei fumetti citano gli autori con dei soprannomi affettuosi, tipo "Jolly Jack Kirby" o "Jazzy Johnny Romita") e creatore del famoso Metodo Marvel, il quale consente ai disegnatori di contribuire attivamente alla creazione delle singole trame, poiché Lee solitamente consegna solo una sinossi, aggiungendo dialoghi e didascalie solo alla fine, a tavole ultimate; il secondo è l’elemento che distingue da sempre gli eroi Marvel da Superman e soci, vale a dire il fatto che i personaggi creati da Lee sono, per sua stessa definizione, "supereroi con superproblemi". Tanto per citare degli esempi, Daredevil è non vedente e diviso tra la propria sete di giustizia (cui dà sfogo con la sua attività di vigilante mascherato) e i limiti impostigli dalla professione di avvocato, Spider-Man è roso dai sensi di colpa per la maltorte di suo zio (ed è anche un tipico adolescente americano, il che aggiunge altri problemi) e Iron Man, oltre a essere costretto a utilizzare la sua armatura come pacemaker, ha un debole per l’alcool (aspetto che – si dice – verrà esplorato nel film Iron Man 2 di Jon Favreau, in uscita il prossimo aprile), mentre gli X-Men, discriminati per via delle loro mutazioni genetiche, diventano una forte critica nei confronti di una società piena di pregiudizi, razzisti e non solo (e questo si vede chiaramente nelle versioni cinematografiche di Bryan Singer e Brett Ratner). Questo impegno sociale della casa editrice raggiunge l’apice negli anni Settanta, quando Lee inserisce una sottotrama sulla tossicodipendenza in The Amazing Spider-Man (uno dei comprimari più importanti, Harry Osborn, si rivela eroinomane) e fa uscire i tre numeri in questione senza l’approvazione del Comics Code, organismo di censura che fino ad allora non consentiva che si parlasse di droga nei fumetti e successivamente, vista la reazione positiva alla storia succitata, rivede il proprio regolamento in merito al contenuto "sociale" dei comic books. Inoltre, la Casa delle Idee continua a sperimentare, riprovandoci con i generi horror (Tomb of Dracula, dove appare per la prima volta Blade, il cacciatore di vampiri) e fantasy (Conan the Barbarian, dai romanzi di Robert E. Howard), e dà inizio a uno dei suoi periodi più fortunati (seconda metà anni Settanta-prima metà anni Ottanta), grazie a saghe epocali come Secret Wars e il rilancio di testate come Uncanny X-Men, scritto da Chris Claremont e disegnato da John Byrne (è in queste circostanze che fa il suo debutto il popolarissimo Wolverine), e Daredevil, affidato a un maestro quale Frank Miller (tra i collaboratori della Marvel c’è stato anche il mostro sacro Alan Moore, ma in seguito a vari problemi – tra cui il copyright delle sue storie – questi ha tagliato i ponti con la casa editrice). Segue un decennio meno prosperoso (con tanto di dichiarazione di bancarotta nel 1996), dovuto in parte al successo di progetti della DC quali Watchmen e Batman: The Dark Knight Returns e, dal punto di vista creativo, alla defezione di sette disegnatori amatissimi da critici e lettori – Todd McFarlane, Rob Liefeld, Jim Lee, Marc Silvestri, Erik Larsen, Jim Valentino e Whilce Portacio – che nel 1992 decidono di fondare una casa editrice tutta loro, la Image Comics (quella di Spawn, per intenderci). Tra le note positive, invece, l’accoglienza favorevole dell’ormai defunta linea 2099 (serie di fumetti ambientati nell’anno eponimo), la saga di Onslaught e il ciclo successivo Heroes Reborn (la morte e la rinascita dei Vendicatori e dei Fantastici Quattro), e la nascita dell’etichetta Marvel Knights, a opera di Joe Quesada (attuale editor-in-chief della Marvel) e Jimmy Paliotti, che propone storie più cupe e mature rispetto al resto della produzione Marvel, tra cui il nuovo Daredevil disegnato da Quesada e scritto da Kevin Smith, regista cinematografico la cui passione per i comic books ha un ruolo centrale nel suo secondo lungometraggio, Mallrats (dove appare persino Stan Lee nella parte di se stesso).
E arriviamo quindi al decennio in corso, quello in cui la Marvel, dopo essersi ripresa finanziariamente si è veramente imposta come la più importante casa editrice di fumetti d’America. La parola chiave di tale successo è "diversificazione": oltre alle "solite" storie di supereroi con superproblemi, curate comunque da autori fondamentali come Grant Morrison, J. Michael Straczynski (lo sceneggiatore di Changeling di Clint Eastwood), Warren Ellis e Brian Michael Bendis c’è una selezione di prodotti di ogni genere, a seconda dei gusti del pubblico. Per i nuovi lettori c’è la linea Ultimate (un universo parallelo dove le origini degli eroi più famosi vengono rivisitate in chiave contemporanea), mentre per chi non è strettamente interessato ai super heroes americani ci sono il (defunto) Mangaverse, versione nipponica delle storie che conosciamo, oppure Marvel Zombies, altro mondo parallelo, questa volta popolato da varianti "romeriane" di Spider-Man e soci. Esiste anche, sulla falsariga dealtlla Vertigo (sottoetichetta della DC Comics), la categoria per "soli adulti", ossia la MAX Comics, caratterizzata da più libertà per quanto riguarda il linguaggio, la violenza (vedi The Punisher nella nuova versione targata Garth Ennis) e le situazioni erotiche, con gli inevitabili "scandali" annessi (una miniserie dove la figura di Rawhide Kid viene riletta in chiave gay, due anni prima dell’uscita di Brokeback Mountain di Ang Lee). Questa nuova direzione ha coinciso con l’abbandono del Comics Code, ormai obsoleto, e l’adozione di un proprio sistema di ratings simile a quello applicato ai film (all’inizio veniva proprio usato il simbolo PG, successivamente modificato per questioni legali). E proprio ai film è legato il vero "colpaccio" della Casa delle Idee: all’inizio degli anni Novanta, mentre sul piccolo schermo si fanno avanti i cartoons dedicati a Spider-Man e agli X-Men, nasce la Marvel Studios sotto l’egida del produttore Avi Arad, e a partire dal 2000 i film di supereroi riacquistano vita e popolarità grazie a registi di talento e dal tocco personale come Bryan Singer (X-Men e X-Men 2), Sam Raimi (Spider-Man e seguiti) e Ang Lee (Hulk), strategia adottata di recente anche dalla rivale DC (vedi Batman Begins e The Dark Knight di Christopher Nolan e Superman Returns, sempre di Singer). Certo, non sono mancati film mediocri (Fantastic Four di Tim Story) o che non hanno convinto tutti (Daredevil di Mark Steven Johnson e il recentissimo X-Men Origins: Wolverine di Gavin Hood), ma ciò non ha frenato l’ascesa della casa editrice, tant’è che dal 2008 la Marvel Studios produce in proprio i suoi film (fatta eccezione per alcuni titoli come X-Men e Spider-Man, i cui diritti appartengono rispettivamente alla Fox e alla Sony), con l’intenzione di creare un universo coerente anche a livello cinematografico, con l’uscita di The Avengers nel 2012 (si ipotizza) dopo i singoli lungometraggi dedicati ai vari membri dell’omonimo gruppo (i primi sono stati Iron Man di Jon Favreau e The Incredibile Hulk di Louis Leterrier). Se a questo aggiungiamo che da pochi mesi la Casa delle Idee è stata acquistata dalla Disney, possiamo affermare con relativa certezza che la Marvel Comics continuerà a far parlare di sé per – si spera – altri settant’anni. Come direbbe Stan "The Man" Lee: "Excelsior!".