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Martedì 07 Novembre 2000 13:00

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Sulla relazione fra cinema e architettura

Partiamo da un assunto, quasi banale: il cinema ha cambiato i modi di vivere e percepire la città del XX secolo. Innanzitutto fisicamente…

Partiamo da un assunto, quasi banale: il cinema ha cambiato i modi di vivere e percepire la città del XX secolo. Innanzitutto fisicamente. Pensiamo all’insediarsi dei primi stabilimenti industriali di produzione cinematografica – Parigi, Torino, Londra - nelle periferie in via di espansione fra Otto e Novecento; oppure, a livello architettonico, all’affannosa ricerca di spazi per le proiezioni nei centri storici europei, sino al definirsi di una vera e propria tipologia architettonica, la sala cinematografica, che sarà uno dei luoghi forti di progettazione del moderno.
Ma il cinema si è rivelato anche una formidabile fonte di documentazione storica sulla città. Coinvolgendo l’abbondante produzione scientifica sui rapporti fra il cinema e la storia, appare ormai evidente come al di là del fondamentale ruolo di documentazione degli avvenimenti rappresentati – in questo caso paesaggi urbani, architetture, monumenti in qualche modo sottratti alle molteplici forze distruttive della storia – il film risulta un testo prezioso per illustrare gli atteggiamenti normativi dei suoi stessi produttori. Quali immaginari urbani emergono dall’analisi di singole poetiche o di cinematografie nazionali? Quali valori regolano la rappresentazione delle città nelle vedute Lumière, degli interni nel cinema italiano degli anni trenta, del grattacielo nel cinema americano?
Il cinema appare come banco di prova per una teoria sull’immaginario urbano nel Novecento: la sua storia secolare emerge quale visionario deposito per un’antropologia della modernità, nella quale è possibile un’analisi sulle norme non scritte inerenti il senso dell’abitare, i desideri di appartenere, le necessità e la fiducia nel progettare. Cinema, dunque, quale scrigno di rappresentazioni attraverso le quali il nostro secolo ha costruito per se stesso un’architettura della mente, un autoritratto nel quale palpita e si mostra la dissoluzione dell’antico sentimento identitario della civitas – legato alle antiche mura dell’urbs – verso l’indefinitezza e l’“apertura” della nuova forma metropolis. In questa edilizia della mente, che valica la città di pietra e i suoi paesaggi effettivi, si instaura un dialogo a gradente variabile fra la città e la sua immagine, per cui impossibile risulta cadere nel mito dell’occhio ingenuo o della camera neutra.

Cinema e architettura sono ormai luoghi di frontiera sulla virtualità, spazi del progetto sintetico e del divenire percettivo: luoghi di disparizione dell’appartenenza dunque, di critica della percezione controllata, di scivolamento progressivo verso il “non luogo” e la “de-territorialità”. Un percorso verso l’immaterialità nel quale la città finisce per essere “veramente” ciò che appare in certi film. Il Cinema e l’Architettura - arti mercantili, arti profondamente inserite nell’economia e nei processi produttivi della società capitalistica - offrono anche vasti orizzonti alla riflessione estetica, in una storia delle forme che li accomuna e ne rende suggestivi e “pericolosissimi” certi incroci teorici. Da una endiadi che pare saturare alla perfezione l’idea di “concetto ombrello” a produttive intersezioni ermeneutiche: pensiamo, ad esempio, alle riflessioni sulla categoria di “classico” in ambito architettonico o in ambito cinematografico; oppure, al comune e “presuntuoso” sentirsi discipline privilegiate, torrette di controllo su altri arti, utilizzate funzionalmente per la costruzione dell’opera finale. O, ancora, cinema e architettura quali luoghi di una necessaria progettualità: componente ontologica delle due discipline risulta infatti la necessità del “pre-vedere”, dove il disegno sta a un edificio come la sceneggiatura al film. Traduzioni, tradizioni, tradimenti. Estremamente interessanti risultano i processi intersemiotici fra le due arti: ecco la “resistenza” dell’architettura rappresentata nel film, la non completa “collaborazione” di opere che, pur se interne al processo di risemantizzazione attuato dal testo filmico, conservano una autonomia espressiva data dalla loro riconoscibilità storica e stilistica, solo in parte reinvestita di una nuova significazione cinematografica. Ecco, ancora, il problema statutario del “documentario”, l’essere testimonianza di un “dal vero” che è comunque progetto mentale e ideologico: pensiamo ai film sulle città tedesche prodotti dagli studi UFA durante il nazismo, ai documentari sui grandi interventi architettonici realizzati in Unione Sovietica nel periodo staliniano o ai film Luce sulle città di nuova fondazione nelle “redente” terre dell’Agro Pontino. La suggestione del set “dal vero” coinvolge inoltre la poetica stessa degli autori: proprio da un profilmico predefinito - che parrebbe limitare, a volte obbligare rigidamente le scelte di messa in scena e messa in quadro - possono scaturire invenzioni stilistiche legate alla particolare relazione fra occhio che guarda e spirito del luogo.

 


 

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