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Sabato 16 Settembre 2006 13:00

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Io contesto-Il cinema di Giulio Questi alla Sala Trevi

La breve e folgorante filmografia di un regista visionario e iconoclasta mai pienamente studiato in mostra alla Sala Trevi di Roma

Intellettuale poliedrico oscuro al grande pubblico, Giulio Questi incarna una delle voci più interessanti del cinema italiano cosiddetto sommerso. Ai tempi in cui il mainstream nostrano ancora intratteneva rapporti privilegiati con l’avanguardia, Questi allestiva in poco più di tre film la sua personalissima visione del mondo intrisa di surrealismo e iconoclastia pop, complice il compagno di avventure, il mai abbastanza citato Franco “Kim” Arcalli, geniale sceneggiatore (malgré-lui, senza mai aver scritto una riga) e montatore del nostro cinema più sessantottino, poi sodale di Bertolucci, Antonioni e Cavani.
Insieme, ricordano Marco Giusti ed Enrico Ghezzi in un loro illuminante saggio, venivano chiamati "Jules e Kim", nomignolo che ben sintetizza la loro posizione nei confronti del nuovo cinema anni Sessanta. Se davvero è esistita una nouvelle vague italiana, infatti, forse si trova proprio qui, tra le secche semi-inesplorate di certo cinema di genere, prodotto della cultura bassa con cui questi intellettuali col passato da partigiani amavano sporcarsi le mani.
Allo stesso modo di un Brass – che nel pieno del suo periodo anarchico-sperimentale si conferma con Col cuore in gola e Yankee il nostro cineasta più ardito e innovativo del tempo, il vero traduttore di Godard in Italia –, Questi e Arcalli manovrano le strutture codificate dei generi (il giallo e il western) per ricavarne una versione ipercritica e allucinata, dove la parola d’ordine è “contestazione” e l’obiettivo quello di far esplodere nuove dinamiche di senso rompendo i dati del pre-stabilito.
Col tempo, il giallo-thriller La morte ha fatto l’uovo ha assunto connotati da cult-movie, essendo stato riportato alla luce già da cinefili di prim’ordine come Giovanni Spagnoletti e Stefano Della Casa. Oggi lo si apprezza per il taglio straniato e per il montaggio straordinario di Arcalli, capace di osare soluzioni sperimentali fin troppo avanguardiste come la frammentazione delle inquadrature in veri e propri lampi subliminali; o come i famosi inserti di scritte pubblicitarie manipolate, ingrandite e sovrapposte, che tanto hanno fatto gridare a Rotella o Schifano.
Il western Se sei vivo spara è invece annoverato tra gli esempi più violenti e sanguinosi dell’intero filone. Ma forse non è necessario scomodare Bataille per apprezzare la cupa visionarietà del paesaggio e la crudeltà barocca della messa in scena.
Due film che insieme, come schegge impazzite, rappresentano al meglio il ’68 cinematografico in Italia: folli, scombinati, senza regole ma con molte, fin troppe idee. Dopo di loro, il duo Jules e Kim farà in tempo a partorire soltanto un ultimo lavoro: Arcana (1971), opera sulla magia con la bellissima Tina Aumont e una non più giovanissima (ma ancora molto sensuale) Lucia Bosé oltragiate e seviziate dalla cinepresa di Questi. A tutt'oggi, Arcana è ancora uno dei film più misteriosi del nostro cinema, essendo circolato – narra la leggenda – solo in cinque copie in circuiti regionali per via del fallimento della casa di produzione. Negli anni successivi è riapparso giusto un paio di volte sulle private, ma amputato di una buona mezz’ora e quindi quasi assolutamente indecifrabile. Il suo recupero programmato dalla Sala Trevi è dunque urgente e necessario più che mai.
Chiudono il lotto della rassegna il mediometraggio Il passo, oggi invisibile primissima collaborazione tra Questi e Arcalli contenuta nel collettaneo Amori pericolosi (1964), dove Kim sperimenta per la prima volta un montaggio alternato sin troppo ardito per quegli anni, e dove il riferimento imprescindibile è ancora Godard, e l’episodio La prima notte (Viaggio di nozze) da Le italiane e l’amore (1961) ideato e promosso da Cesare Zavattini. Ma la vera sorpresa che tutti aspettiamo è forse l’attività più recente del regista, passato negli ultimi anni dalla cinepresa alla telecamera, per girare, interpretare, montare e produrre nel più totale autarchismo un cinema intimo e personale paragonabile a quello propagandato sessant’anni fa dalla caméra-stylo di Astruc. Un approdo necessario, per chi vuole e sente il bisogno di continuare a dire la propria facendo arte al di fuori di ogni possibile condizionamento (a cominciare da quello economico).
Ancora un geniale colpo messo a segno dai programmer della Cineteca Nazionale, sempre più ispirati e orientati a una riscoperta del patrimonio cinematografico italiano svincolata dalle secche del già-visto e condizionata da uno sguardo libero, coraggioso e instancabilmente setacciatore.

Retrospettiva Giulio Questi
Roma, Sala Trevi (Vicolo del Puttarello 25), dal 15 al 16 Settembre 2006

 

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