

Venerdì 01 Settembre 2006 13:00
États Généraux du Film Documentaire-Lussas 20-26/08/06
Di Lorenzo Cioffi
Un’interessante manifestazione seminascosta, interamente dedicata al cinema documentario
Ogni anno, d’estate, il documentario francofono "fuori formato" (libero, per scelta o per forza, dai dettami dei 30’ e 52’ televisivi) si ritrova nel microscopico e verdeggiante villaggio di Lussas, Ardeche, Rhone-Alpes, Francia.
Questo piccolo festival, nato nel 1989, è ormai divenuto un punto di riferimento per gli amatori e i professionisti del settore. La manifestazione ha un suo pubblico ben definito, anche a causa (o forse "grazie a") della sua ubicazione, per così dire, fuori mano. E questo contribuisce anche ad aumentarne il fascino.
Lussas non ha uno scopo divulgativo (avvicinare la gente comune al cinema documentario non è la sua ambizione principale), né la componente commerciale (vetrina per l’acquisto da parte delle TV) appare come prioritaria, piuttosto il festival rappresenta un eccezionale punto d’incontro e di riflessione sul documentario. La sua storia (ampia retrospettiva sul cinema documentaristico olandese, "Rossellini e la televisione"), la sua capacità di raccontare il mondo contemporaneo (la sezione dedicata agli autori israeliani, libanesi e palestinesi) offrendo un sguardo altro (non quello dell’informazione né quello del cinema di finzione), e di lavorare costantemente sulle modalità della messa in scena (penso in particolar modo alle sezioni "Territoires du sonore" e "Incertains regards"). In questa stessa direzione, di analisi e approfondimento, vanno i seminari e i numerosi incontri previsti durante la settimana festivaliera.
Il programma è assai ricco di film e non soffre, come capita altrove, dell’estrema diversità degli stessi: le varie sezioni hanno una loro ragion d’essere e portano avanti un discorso riconoscibile (penso in particolar modo a quelle sopracitate).
Prima di entrare nel dettaglio delle sezioni, e indi dei film, mi sembra giusto precisare che la mia presenza al festiva si è limitata a circa la metà della sua durata. Dunque, le mie considerazioni, che possono risultare talvolta d’ordine impressionistico, si limiteranno a ciò che ho visto (…e già fidarsi dei propri occhi è un atto di grande autostima).
"Incertains regards", la categoria destinata ai film francofoni di recente realizzazione (in gran parte autoprodotti o "di fine studi"), è quella che, prevedibilmente, ha mostrato un maggior dislivello qualitativo (a titolo d’esempio cito l’interessante De notre côté di Marianne Gelsin, 2005, e l’imbarazzante Un Dimanche à Pripiat di Cousseau e Huk, 2005), ma anche una notevole eterogeneità di approcci.
Tra le numerose sezioni speciali oltre alle retrospettive parziali su affermati registi contemporanei ("Fragment d’une œuvre": Jacquot, Matelis, de Boer, Vandeweerd, Isaacs) segnalo "Territoires du sonore", "Rossellini et la télévision", "Histoire du doc".
Quest’ultima, come detto, dedicata a un’interessantissima carrellata sul cinema documentaristico olandese: gli anni del muto, il dopoguerra fino alla fine degli anni 50, i corti satirici, tra documentario e fiction, prodotti dalla VPRO TV negli anni Settanta. Si scopre così che all’ombra di Ivens e Van der Keuken, la storia olandese è stata ricca di autori di talento e film straordinari. Penso in particolare ai lavori di Van Der Horst e di Haanstra. In Houen zo! (Van Der Horst, 1952), che racconta l’epica della ricostruzione post-bellica della città di Rotterdam, colpisce la straordinaria qualità della fotografia, la capacità di cogliere la gestualità dell’uomo al lavoro, la qualità e l’uso "moderno" del sonoro (l’importanza capitale conferita al rumore per il realismo e la drammaturgia del documentario). Bert Haanstra, più poetico e meno magniloquente del primo, in Glas (1958) racconta la maestria degli artigiani nella lavorazione del vetro in opposizione con la produzione meccanizzata. La leggerezza e l’ironia dello sguardo (e la colonna sonora: un brano jazz da un lato e gli sbuffi delle macchine dall’altro) fanno di questo piccolo film un autentico capolavoro.
"Rossellini et la télévision" proponeva alcuni dei suoi lavori realizzati e pensati per il piccolo schermo, oltre ai due bei documentari di Adriano Aprà (Rossellini, le prjet encyclopédique, 2006) e Jean-Louis Comolli (La Dernière Utopie: la télévision selon Rossellini, 2006). Un’occasione per ripensare (o anche solo scoprire) a una lezione che ancora oggi resta largamente incompresa.
La sezione "Territoires du sonore" ambiva a illustrare le diverse funzioni e usi della colonna sonora in una serie di film, ciascun a suo modo esemplare. Così, abbiamo l’uso esclusivo della voce fuori campo in Monsieur et Madame Curie (Georges Franju, 1953), le evoluzioni della parola in Conversation-Commerce musical et amoureux (Mouriéras, 1987), il contrappunto tra silenzio e rumore in Seuls (Knauff e Smolders, 1989). Ma, eccezion fatta per il noto e notevole L’Enfant aveugle 2 (Van der Keuken, 1966), questi esempi proposti, forse proprio a causa della loro programmatica "esemplarità" (quindi, monocordi), risultano meno interessanti.
Prima di chiudere, non posso esimermi dal segnalare la ricchissima e accessibile videoteca (emanazione della "Maison du doc") in cui era possibile vedere tutti i film presenti al festival e altre migliaia di documentari francofoni degli ultimi anni. Notevole. Segnaliamo che la suddetta "Maison du doc" offre lo stesso servizio a Parigi tutto il resto dell’anno. E con questo, chiudo veramente.


